Cisgiordania, i ricorsi negati per i beni confiscati
Roma, 15 gennaio 2014, Nena News - Vedersi confiscate le proprietà e non poter più neanche fare ricorso: accade, come da copione, nei territori occupati, dove un'ingiunzione emessa lo scorso mese da Nitzan Alon, capo del Comando militare centrale israeliano, ha passato la patata bollente dei ricorsi sugli espropri alla Corte Suprema. Un tribunale quasi inarrivabile per i palestinesi, obbligati ad assumere a caro prezzo un avvocato israeliano (lì i legali palestinesi non sono ammessi) e a pagare per una richiesta di appello che in una corte militare è gratuita.
A dare la notizia è stato qualche giorno fa il quotidiano israeliano Haaretz, che ha fornito anche i dettagli della complicata legislazione in materia: secondo la legge militare che vige in Cisgiordania, il comandante militare o chiunque egli autorizzi può confiscare i beni o il denaro implicato in attività illegali, come le proprietà ritenute appartenere a gruppi terroristici. La proprietà o il denaro viene poi dato alla tesoreria regionale per uso pubblico. Ma non solo: la norma è utilizzata anche per confiscare i veicoli che trasportano illegalmente operai in Israele, nonché le attrezzature utilizzate dai ladri.
La competenza dei Tribunali militari in materia di tali ricorsi è ancorata a una sentenza della Corte d'appello militare di Ofer, che nel 2010 aveva ordinato la restituzione di un martello pneumatico a un palestinese dopo che i militari glielo avevano confiscato. L'attuale presidente della Corte d'appello di Ofer, in disaccordo con la decisione del giudice nel 2010, ha scritto un'opinione minoritaria, nella quale sosteneva la necessità che il comando centrale stabilisse un canale separato per i ricorsi sulle confische. Il Generale Alon, dopo aver letto l'opinione, ha ordinato, lo scorso 25 dicembre, di bloccare i ricorsi.
Una decisione, a detta dei vertici delle Forze armate israeliane, "in linea con la legge Israeliana", che con questi cavilli legali avvicina giuridicamente l'annessione "de facto" dei territori occupati allo stato ebraico. Che dopo questa decisione i palestinesi abbiano ancora il diritto legale di presentare ricorsi alla corte militare - e non solo alla corte suprema - è materia di discussione: sebbene l'ingiunzione parli chiaro, infatti, alcuni esperti legali hanno confermato al quotidiano Haaretz che la legge comunque permette ai palestinesi di fare ricorso entro tre giorni dalla confisca.
La nuova direttiva sembra riguardare anche l'appropriazione delle terre palestinesi destinate a far posto alle nuove unità abitative che ampliano le colonie: secondo la legge israeliana, infatti, per attività "illegale" si intende non solo l'utilizzo delle abitazioni per "attività terroristiche", ma anche la costruzione di case senza permessi (quasi mai rilasciato dalle autorità militari), oltre a quelle già presenti in porzioni di territorio definite unilateralmente "zone militari". I palestinesi, che fino al mese scorso avevano 60 giorni di tempo per fare ricorso alla confisca delle loro terre destinate agli insediamenti, ora ne sono impossibilitati. Schiacciati da una normativa che, ironicamente, serve per compiere dei veri "atti illegali" secondo il diritto internazionale. Nena News
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