Palestina. L’importanza della dignità oltre la vita
Palestina. L’importanza della dignità oltre la vita
Per
Israele riconsegnare alle famiglie i corpi dei palestinesi morti nelle
proprie carceri è un rischio per la sicurezza nazionale: si tratta di
“terroristi”, non di combattenti. Ma negli ultimi anni qualcosa è
cambiato. Intervista a Issam Aruri, direttore dell’Ong palestinese JLAC
che lavora per il recupero dei corpi delle vittime dell’Occupazione.
di Stefano Nanni, da Ramallah
"Il rispetto della dignità umana non è un’esclusiva dei viventi. E’ un diritto che va oltre la vita e si applica anche ai parenti del defunto. Tale dignità si esprime facendo in modo che la tomba abbia una lapide e permettendo a familiari e amici di visitare e prendersi cura di essa”.
Queste non sono esternazioni di un attivista, ne’ lo slogan della “National Campaign for the Retrieval of Palestinian & Arab War Victims’ Bodies and the Disclosure of the Fate of Those Missing” , la campagna per il recupero dei corpi delle vittime dell’Occupazione lanciata 5 anni fa dall’organizzazione palestinese Jerusalem Legal Aid and Human Rights Center (JLAC).
A pronunciare queste parole, nel 2006, era il presidente della Corte Suprema israeliana Aaron Barack, in una delle tante sentenze in cui l’organo giudiziario esprimeva ancora una volta il suo parere a favore del rilascio dei corpi. Parere che in uno Stato di diritto ordinario dovrebbe rappresentare il più alto grado di legge e che dunque avrebbe già dovuto generare i suoi effetti.
Ma qui siamo in Palestina, sotto occupazione militare israeliana, il che non è affatto una situazione ordinaria. Per questo l’esercito non ha mai dato ascolto alle sentenze della Corte, adducendo sempre motivazioni afferenti alla sicurezza nazionale, a dispetto non solo della giurisprudenza israeliana ma anche e soprattutto di principi sanciti in più istanze del diritto internazionale umanitario.
L’atteggiamento intransigente dell’esercito però è durato fino allo scorso anno.
Nel maggio 2012, infatti, in seguito all’ennesima sentenza della Corte Suprema e a pressioni provenienti da più fronti – Stati Uniti in primis, che spingevano per un ‘segnale’ di apertura da parte israeliana per una ripresa dei negoziati diplomatici – le Israeli Defence Forces hanno acconsentito alla restituzione di 91 corpi. Ma non sembra finita qui, perché lo scorso 15 agosto, nonostante le smentite dell’ufficio del Primo ministro israeliano, la Corte informava che lo Stato stava iniziando le operazioni preliminari per la riesumazione di altri 15 corpi, che saranno riconsegnati alle rispettive famiglie nei prossimi mesi.
Questo il contesto in cui Osservatorio Iraq ha incontrato Issam Aruri, direttore di JLAC, lo scorso 5 ottobre al Cultural Palace di Ramallah (Cisgiordania).
Un’occasione in cui l’organizzazione ha fatto un primo bilancio di un'iniziativa che porta avanti, con non poche difficoltà, da 5 anni a questa parte. Ma soprattutto un’opportunità per le famiglie direttamente interessate che, secondo Issam, sono “le vere protagoniste della campagna”.
Senza il loro apporto, data la segretezza che le autorità israeliane mantengono sulla questione, sarebbe impossibile infatti risalire alle informazioni sui singoli prigionieri – dal luogo di detenzione, alla loro età e soprattutto ai tratti somatici, difficilmente identificabili dopo anni dal loro decesso.
Le prime file dell’auditorium sono immancabilmente tutte per loro. Madri, sorelle, figli, fratelli: ognuno con la propria storia e soprattutto con la foto dei loro cari. Alcuni di questi sono morti addirittura 40 anni fa, ma prima dell’anno scorso la decenza di una lapide non era mai stata concessa.
Oggi per alcune famiglie palestinesi, è un giorno importante. Perché?
Dal momento della sua fondazione, 39 anni fa, l’obiettivo di JLAC è stato sempre lo stesso: lavorare per il rispetto della dignità umana. Da cinque anni a questa parte lavoriamo al recupero dei corpi dei prigionieri palestinesi morti nelle carceri israeliane, e oggi abbiamo voluto condividere con le famiglie il primo vero risultato di questa campagna: la restituzione di 93 corpi, ovvero il 26,5% dei casi documentati.
Secondo il diritto internazionale umanitario il corpo di una persona deceduta nel contesto di un’occupazione militare è parte integrante di un essere umano. Di conseguenza il concetto di 'dignità umana' si applica tanto ai vivi che ai morti. Questo è stato il punto di partenza del nostro lavoro, che consiste in una lunga e difficile battaglia legale portata avanti non solo nelle Corti israeliane, ma anche presso le istanze di diritto internazionale, sempre in coordinamento con le famiglie direttamente coinvolte.
Perché in realtà sono loro, riunite in un organo eletto democraticamente, le vere protagoniste della campagna: noi agiamo con il nostro supporto legale grazie alle loro preziose informazioni.
Il recupero dei corpi dei prigionieri dell’Occupazione è un tema da sempre raramente discusso dai media e all’interno della società. Non faceva nemmeno parte dell’agenda del gruppo dei negoziatori dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Per questo oggi sentiamo un pizzico di soddisfazione in più. Le famiglie qui presenti oggi possono finalmente alzare la testa, sentire che non sono sole nella loro lotta per la dignità.
Quali sono le difficoltà di affrontare pubblicamente un argomento così delicato?
Molte, soprattutto all’inizio, perché non c’era alcun documento relativo alla fine dei prigionieri palestinesi morti nelle carceri. Siamo partiti da zero e oggi, dopo 5 anni, abbiamo documentato 442 casi – la maggior parte delle vittime è di un’età compresa tra i 18 e i 25 anni – , ma ce ne sono ancora molti altri. Ad esempio ci sono persone che non risultano né morte né registrate in alcun centro di detenzione.
Da un lato il problema principale è che ci sono tante, troppe violazioni dei diritti umani in Palestina e quindi, riguardo ai prigionieri, la priorità viene data a chi si trova ancora in stato di detenzione. Dall’altro, nella nostra società si tende a dare più importanza ai problemi che riguardano i “vivi”, dato che l’Occupazione è una continua lotta per la sopravvivenza.
Qual è stato il supporto che avete ricevuto dal governo palestinese?
E’ stato fondamentale, perché ci ha aiutato a diffondere nella società l’importanza della questione. Quando, cinque anni fa, abbiamo inviato una lettera ufficiale all’ANP nella quale comunicavamo l’inizio della nostra campagna, la risposta è stata dichiarare il 17 aprile di ogni anno “giornata nazionale di tutti i prigionieri palestinesi”. Inoltre ci ha fornito un sostegno diplomatico non indifferente.
Ma devo dire che anche noi siamo stati di aiuto per loro, perché la campagna di JLAC rappresenta oggi un’ importante risorsa di dati e informazioni che in passato non c’era. Questo è un grande risultato civile e popolare, perché dimostra che la popolazione, se organizzata, può essere capace di ispirare e influenzare l’agenda politica nazionale.
In che modo è stato possibile lavorare con le istituzioni e la società civile israeliane?
Con le istituzioni ci siamo scontrati duramente, in particolare all’inizio, quando abbiamo incontrato poca volontà di collaborare. Per Israele il rifiuto di riconsegnare alle rispettive famiglie i corpi dei prigionieri è un “pretesto” di sicurezza, in quanto considera i combattenti non come soldati ma tutti come terroristi.
Di conseguenza si sente legittimato a non applicare le norme di diritto internazionale umanitario. E’ una forma di punizione collettiva.
Ad un certo punto le autorità israeliane ci hanno offerto 70 corpi non identificati, ma noi ci siamo opposti in modo netto: si tratta di esseri umani, con un’identità precisa e una dignità da rispettare, non di animali o di pezzi di ricambio da consegnare tutti insieme.
Abbiamo proseguito determinati per la nostra strada, facendo pressioni a livello internazionale e trovando il sostegno di alcune organizzazioni israeliane che ci hanno aiutato molto nella documentazione e nel complesso lavoro legale presso le Corti militari, alle quali per loro è più facile accedere.
Tuttavia c’è ancora molto da lavorare, perché Israele si rifiuta di pubblicare ufficialmente l’esatto numero di corpi in suo possesso, e quindi anche i relativi nomi, storie e identità.
Durante la campagna vi siete rivolti anche alla comunità internazionale. Con quali risultati?
Il nostro lavoro non poteva basarsi unicamente sul piano nazionale, perché il contesto di occupazione militare in cui viviamo è ampiamente regolamentato dal diritto internazionale umanitario. Quindi ci siamo rivolti in primo luogo al Comitato Internazionale della Croce Rossa, in quanto depositaria della Convenzione di Ginevra sul trattamento umanitario dei civili e dei militari in tempo di guerra. Il suo intervento è stato determinante per avere accesso ai cimiteri delle prigioni, che Israele non permette a nessuno di visitare.
Poi ci siamo rivolti ai vari organi competenti in materia di diritti umani delle Nazioni Unite, ma anche ai singoli parlamenti nazionali e a diverse organizzazioni intergovernative, in modo da creare una vera e propria campagna di advocacy a livello internazionale. Perché la questione non è importante solo qui da noi, lo è ovunque nel mondo.
Cosa significa, più in generale, difendere i diritti umani sotto occupazione?
Significa prima di tutto far capire alle persone che i diritti umani non sono un concetto astratto, ma una realtà visibile in ogni aspetto della vita quotidiana.
Per questo insistiamo molto sulla consapevolezza pubblica delle continue violazioni da parte dell’occupante. Siamo convinti che conoscenza significhi potere: troppo spesso non si tenta nemmeno di fare qualcosa di fronte a un attacco, perché si pensa sia inutile. Invece non è così: per difendere i propri diritti la gente deve prima conoscerli. Ci rivolgiamo in particolare ai giovani, con i quali organizziamo corsi e seminari al fine di formare gruppi di attivisti volontari radicati sul territorio.
In secondo luogo difendere i diritti umani sotto occupazione vuol dire agire, e noi lo facciamo a livello legale. Probabilmente è la scelta più difficile, ma il contesto legale esiste, ed è ben definito. Ed è in questo contesto che noi cerchiamo di ottenere giustizia.
di Stefano Nanni, da Ramallah
"Il rispetto della dignità umana non è un’esclusiva dei viventi. E’ un diritto che va oltre la vita e si applica anche ai parenti del defunto. Tale dignità si esprime facendo in modo che la tomba abbia una lapide e permettendo a familiari e amici di visitare e prendersi cura di essa”.
Queste non sono esternazioni di un attivista, ne’ lo slogan della “National Campaign for the Retrieval of Palestinian & Arab War Victims’ Bodies and the Disclosure of the Fate of Those Missing” , la campagna per il recupero dei corpi delle vittime dell’Occupazione lanciata 5 anni fa dall’organizzazione palestinese Jerusalem Legal Aid and Human Rights Center (JLAC).
A pronunciare queste parole, nel 2006, era il presidente della Corte Suprema israeliana Aaron Barack, in una delle tante sentenze in cui l’organo giudiziario esprimeva ancora una volta il suo parere a favore del rilascio dei corpi. Parere che in uno Stato di diritto ordinario dovrebbe rappresentare il più alto grado di legge e che dunque avrebbe già dovuto generare i suoi effetti.
Ma qui siamo in Palestina, sotto occupazione militare israeliana, il che non è affatto una situazione ordinaria. Per questo l’esercito non ha mai dato ascolto alle sentenze della Corte, adducendo sempre motivazioni afferenti alla sicurezza nazionale, a dispetto non solo della giurisprudenza israeliana ma anche e soprattutto di principi sanciti in più istanze del diritto internazionale umanitario.
L’atteggiamento intransigente dell’esercito però è durato fino allo scorso anno.
Nel maggio 2012, infatti, in seguito all’ennesima sentenza della Corte Suprema e a pressioni provenienti da più fronti – Stati Uniti in primis, che spingevano per un ‘segnale’ di apertura da parte israeliana per una ripresa dei negoziati diplomatici – le Israeli Defence Forces hanno acconsentito alla restituzione di 91 corpi. Ma non sembra finita qui, perché lo scorso 15 agosto, nonostante le smentite dell’ufficio del Primo ministro israeliano, la Corte informava che lo Stato stava iniziando le operazioni preliminari per la riesumazione di altri 15 corpi, che saranno riconsegnati alle rispettive famiglie nei prossimi mesi.
Questo il contesto in cui Osservatorio Iraq ha incontrato Issam Aruri, direttore di JLAC, lo scorso 5 ottobre al Cultural Palace di Ramallah (Cisgiordania).
Un’occasione in cui l’organizzazione ha fatto un primo bilancio di un'iniziativa che porta avanti, con non poche difficoltà, da 5 anni a questa parte. Ma soprattutto un’opportunità per le famiglie direttamente interessate che, secondo Issam, sono “le vere protagoniste della campagna”.
Senza il loro apporto, data la segretezza che le autorità israeliane mantengono sulla questione, sarebbe impossibile infatti risalire alle informazioni sui singoli prigionieri – dal luogo di detenzione, alla loro età e soprattutto ai tratti somatici, difficilmente identificabili dopo anni dal loro decesso.
Le prime file dell’auditorium sono immancabilmente tutte per loro. Madri, sorelle, figli, fratelli: ognuno con la propria storia e soprattutto con la foto dei loro cari. Alcuni di questi sono morti addirittura 40 anni fa, ma prima dell’anno scorso la decenza di una lapide non era mai stata concessa.
Oggi per alcune famiglie palestinesi, è un giorno importante. Perché?
Dal momento della sua fondazione, 39 anni fa, l’obiettivo di JLAC è stato sempre lo stesso: lavorare per il rispetto della dignità umana. Da cinque anni a questa parte lavoriamo al recupero dei corpi dei prigionieri palestinesi morti nelle carceri israeliane, e oggi abbiamo voluto condividere con le famiglie il primo vero risultato di questa campagna: la restituzione di 93 corpi, ovvero il 26,5% dei casi documentati.
Secondo il diritto internazionale umanitario il corpo di una persona deceduta nel contesto di un’occupazione militare è parte integrante di un essere umano. Di conseguenza il concetto di 'dignità umana' si applica tanto ai vivi che ai morti. Questo è stato il punto di partenza del nostro lavoro, che consiste in una lunga e difficile battaglia legale portata avanti non solo nelle Corti israeliane, ma anche presso le istanze di diritto internazionale, sempre in coordinamento con le famiglie direttamente coinvolte.
Perché in realtà sono loro, riunite in un organo eletto democraticamente, le vere protagoniste della campagna: noi agiamo con il nostro supporto legale grazie alle loro preziose informazioni.
Il recupero dei corpi dei prigionieri dell’Occupazione è un tema da sempre raramente discusso dai media e all’interno della società. Non faceva nemmeno parte dell’agenda del gruppo dei negoziatori dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Per questo oggi sentiamo un pizzico di soddisfazione in più. Le famiglie qui presenti oggi possono finalmente alzare la testa, sentire che non sono sole nella loro lotta per la dignità.
Quali sono le difficoltà di affrontare pubblicamente un argomento così delicato?
Molte, soprattutto all’inizio, perché non c’era alcun documento relativo alla fine dei prigionieri palestinesi morti nelle carceri. Siamo partiti da zero e oggi, dopo 5 anni, abbiamo documentato 442 casi – la maggior parte delle vittime è di un’età compresa tra i 18 e i 25 anni – , ma ce ne sono ancora molti altri. Ad esempio ci sono persone che non risultano né morte né registrate in alcun centro di detenzione.
Da un lato il problema principale è che ci sono tante, troppe violazioni dei diritti umani in Palestina e quindi, riguardo ai prigionieri, la priorità viene data a chi si trova ancora in stato di detenzione. Dall’altro, nella nostra società si tende a dare più importanza ai problemi che riguardano i “vivi”, dato che l’Occupazione è una continua lotta per la sopravvivenza.
Qual è stato il supporto che avete ricevuto dal governo palestinese?
E’ stato fondamentale, perché ci ha aiutato a diffondere nella società l’importanza della questione. Quando, cinque anni fa, abbiamo inviato una lettera ufficiale all’ANP nella quale comunicavamo l’inizio della nostra campagna, la risposta è stata dichiarare il 17 aprile di ogni anno “giornata nazionale di tutti i prigionieri palestinesi”. Inoltre ci ha fornito un sostegno diplomatico non indifferente.
Ma devo dire che anche noi siamo stati di aiuto per loro, perché la campagna di JLAC rappresenta oggi un’ importante risorsa di dati e informazioni che in passato non c’era. Questo è un grande risultato civile e popolare, perché dimostra che la popolazione, se organizzata, può essere capace di ispirare e influenzare l’agenda politica nazionale.
In che modo è stato possibile lavorare con le istituzioni e la società civile israeliane?
Con le istituzioni ci siamo scontrati duramente, in particolare all’inizio, quando abbiamo incontrato poca volontà di collaborare. Per Israele il rifiuto di riconsegnare alle rispettive famiglie i corpi dei prigionieri è un “pretesto” di sicurezza, in quanto considera i combattenti non come soldati ma tutti come terroristi.
Di conseguenza si sente legittimato a non applicare le norme di diritto internazionale umanitario. E’ una forma di punizione collettiva.
Ad un certo punto le autorità israeliane ci hanno offerto 70 corpi non identificati, ma noi ci siamo opposti in modo netto: si tratta di esseri umani, con un’identità precisa e una dignità da rispettare, non di animali o di pezzi di ricambio da consegnare tutti insieme.
Abbiamo proseguito determinati per la nostra strada, facendo pressioni a livello internazionale e trovando il sostegno di alcune organizzazioni israeliane che ci hanno aiutato molto nella documentazione e nel complesso lavoro legale presso le Corti militari, alle quali per loro è più facile accedere.
Tuttavia c’è ancora molto da lavorare, perché Israele si rifiuta di pubblicare ufficialmente l’esatto numero di corpi in suo possesso, e quindi anche i relativi nomi, storie e identità.
Durante la campagna vi siete rivolti anche alla comunità internazionale. Con quali risultati?
Il nostro lavoro non poteva basarsi unicamente sul piano nazionale, perché il contesto di occupazione militare in cui viviamo è ampiamente regolamentato dal diritto internazionale umanitario. Quindi ci siamo rivolti in primo luogo al Comitato Internazionale della Croce Rossa, in quanto depositaria della Convenzione di Ginevra sul trattamento umanitario dei civili e dei militari in tempo di guerra. Il suo intervento è stato determinante per avere accesso ai cimiteri delle prigioni, che Israele non permette a nessuno di visitare.
Poi ci siamo rivolti ai vari organi competenti in materia di diritti umani delle Nazioni Unite, ma anche ai singoli parlamenti nazionali e a diverse organizzazioni intergovernative, in modo da creare una vera e propria campagna di advocacy a livello internazionale. Perché la questione non è importante solo qui da noi, lo è ovunque nel mondo.
Cosa significa, più in generale, difendere i diritti umani sotto occupazione?
Significa prima di tutto far capire alle persone che i diritti umani non sono un concetto astratto, ma una realtà visibile in ogni aspetto della vita quotidiana.
Per questo insistiamo molto sulla consapevolezza pubblica delle continue violazioni da parte dell’occupante. Siamo convinti che conoscenza significhi potere: troppo spesso non si tenta nemmeno di fare qualcosa di fronte a un attacco, perché si pensa sia inutile. Invece non è così: per difendere i propri diritti la gente deve prima conoscerli. Ci rivolgiamo in particolare ai giovani, con i quali organizziamo corsi e seminari al fine di formare gruppi di attivisti volontari radicati sul territorio.
In secondo luogo difendere i diritti umani sotto occupazione vuol dire agire, e noi lo facciamo a livello legale. Probabilmente è la scelta più difficile, ma il contesto legale esiste, ed è ben definito. Ed è in questo contesto che noi cerchiamo di ottenere giustizia.
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Palestina. L’importanza della dignità oltre la vita
04 Novembre 2013
di:
Stefano Nanni da Ramallah
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