"Broken Hopes". Oslo: le speranze infrante
Sulle
strade di Palestina, per seguire le tracce di quello che (non) è stato.
Il fallimento degli accordi di Oslo in un web documentario realizzato
dal fotografo belga Cédric Gerbehaye e dalla giornalista Eva Sabbagh. Un
racconto per immagini e parole di chi, a 20 anni di distanza, ha visto
le proprie speranze infrante. Questo è “Broken Hopes. Oslo’s legacy”.
di Maria Letizia Perugini
La stretta di mano tra Yasser Arafat et Yitzhak Rabin a Washington appare trasmessa da un televisore dal segnale disturbato, di quelli che oggi appartengono al design vintage e all’archeologia industriale: da quella stretta di mano sono passati 20 anni, il tempo di una generazione.
È così che inizia “Broken Hopes. Oslo’s legacy” il web documentario interattivo realizzato per Action contre la faim e l’Agence VU da Cédric Gerbehaye e Eva Sabbagh in occasione del ventennale degli Accordi di Oslo.
Le immagini scompaiono presto e lasciano il posto alle fotografie e alle parole di chi quella stretta di mano - promessa di impegni mai rispettati - l’ha vissuta sulla propria pelle.
Il percorso - che si può seguire su una cartina - si snoda in 5 tappe all'interno della Cisgiordania: Masafer Yatta, Hebron, Nahalin, Zona E1 e Mehola. Lo spettatore viene fatto salire su un’automobile e inizia il suo viaggio. Ogni fermata una storia. Ogni storia una speranza infranta.
Ci si trova così idealmente a camminare su una strada che tocca le diverse zone in cui è stato diviso il territorio palestinese dopo gli Accordi, le testimonianze raccolte sono quelle di contadini e beduini palestinesi, ma anche di coloni e soldati israeliani.
Raccontano le loro vite sospese, in balia di un processo di pace ormai arenato in una temporaneità che si è fatta definitiva e cristallizzata. Ciò che rimane è l'evidente scarto tra i progetti che avrebbero dovuto essere realizzati e ciò che esiste nella realtà.
Si parte da Masafer Yatta, e dalla grotta di Mahmoud Hussein Hamamdi nella quale è nato nel 1965. Quella stessa grotta che ad un tratto è diventata zona occupata, senza che alcun militare montasse lì la propria guardia o vi avesse posto il proprio vessillo.Quella stessa grotta per la quale nel 2008 le autorità israeliane arrivano per chiedergli i permessi di costruzione.
Mahmoud non ha i permessi, non sono mai serviti. Il piccolo mondo privato che si era costruito viene distrutto, compresa la moschea e il generatore di elettricità.
È il destino di chi, per caso, nella spartizione geometrica fatta di linee tirate su carta, si è venuto a trovare nella zona C, quella sotto il totale controllo israeliano. Mahmoud, pur nella rassegnazione della sua situazione fatta di una casa distrutta e di figli senza futuro, non perde la dignità. “Gli israeliani, malgrado tutti i loro sforzi per controllare i nostri pozzi, distruggere le nostre case e sorvegliare le nostre strade,non riusciranno a controllare il nostro spirito di resistenza”, dice.
Ed è quello spirito che la strategia israeliana vuole stroncare. Come?
Marginalizzazione e frammentazione delle aree palestinesi, è questo il modo per rendere più facile un’occupazione permanente e prolungata. È la politica del fatto compiuto, quella attuata in questi 20 anni da parte israeliana.
Dagli Accordi di Oslo il numero degli insediamenti illegali è triplicato.
Spiega Yehuda Shaul, ex ufficiale dell’esercito israeliano, dell’associazione Breaking the Silence: “La storia di Masafer Yatta è un tentativo costante di svuotare tutti i territori a est della strada 317 dei suoi abitanti palestinesi, beduini e contadini. Questo fa parte di un più grande progetto di marginalizzazione, di frammentazione e di separazione (...). E’ un modo per creare un blocco di colonie da qui fino a Hebron e Kiryat Arba”.
Riprende il viaggio, ancora la lingua di asfalto in un paesaggio arso dal sole sui toni del bianco e nero della fotografia.
Si arriva così a Hebron, il caso unico, esempio lampante della strategia israeliana: qui un nucleo di 850 israeliani vive al centro di una città composta da oltre 800 mila palestinesi. Il piccolo insediamento nasce come presidio là dove sono le tombe dei patriarchi. Qui le forze militari israeliane vengono dispiegate per garantire la sicurezza agli israeliani di Hebron e intere strade vengono negate al passaggio palestinese.
Così appare oggi la città: scavata nel cuore da zone sterili create come tampone tra le due comunità.
La ragione alla base di questa ‘sterilizzazione’di Hebron, metafora della ‘sterilizzazione’ della Palestina, la spiega ancora Yehuda Shaul: “Il concetto dell’esercito israeliano è che la sola maniera di difendere una colonia consista nel rendere la vita di ogni palestinese un inferno”.
Questo è il punto di partenza israeliano e il meccanismo mentale alla base del comportamento delle forze armate, sviluppato negli anni di ‘coabitazione’, viene spiegato con disarmante semplicità e lucidità da un’abitante di Hebron, Zlikha Muhtasseb : “Drogano la testa dei soldati. Li convincono che ogni palestinese sia lì per fargli del male e che potrebbe ucciderli. Mi metto nei loro panni. Anche io sarei tesa se facessero così con me”.
Poi c’è l’avamposto israeliano, composto da chi si sente avanguardia di uno Stato di Israele che resta alle spalle: i coloni, lo zoccolo duro, ormai anche loro incancreniti in una situazione di provvisoria prima linea.
Broken Hopes dà la parola anche a loro, alle loro vite e alle loro esperienze di coabitazione forzosa con i palestinesi.
L’illegalità del loro operato è lampante nella legislazione internazionale, ma sul fronte interno le loro azioni si confrontano con un diritto civile garantista, altro rispetto al diritto marziale cui invece sono sottoposti i palestinesi.
Quello che sorprende è la ricorrenza nel loro discorso della parola “pace”. Parlano degli arabi che non vogliono la “pace”, o del concetto stesso di “pace” arabo, o ancora della necessità di giungere a un trattato di “pace” per poter anche solo pensare alla questione delle terre.
Di converso la loro condizione mentale appare inevitabilmente quella della guerra aperta. Il loro atteggiamento è quello degli assediati, o degli assedianti, che vedono in ogni giorno un possibile scontro necessario per continuare a sopravvivere.
Una guerra fatta di avanzamenti e retrocessioni, una guerra in cui il nemico si vince negandogli elettricità e acqua, con uno sfiancamento lungo 20 anni, in attesa di quella pace che sarebbe dovuta arrivare a 5 anni da Oslo.
La pace. Così si chiude Broken Hopes: “Ci sono palestinesi di 30 anni, come me, che non hanno mai vissuto un solo giorno come uomini liberi. Che non sanno neanche cosa voglia dire essere liberi. Volete parlare di pace? Parlate prima di come mettere fine a questa realtà”.
di Maria Letizia Perugini
La stretta di mano tra Yasser Arafat et Yitzhak Rabin a Washington appare trasmessa da un televisore dal segnale disturbato, di quelli che oggi appartengono al design vintage e all’archeologia industriale: da quella stretta di mano sono passati 20 anni, il tempo di una generazione.
È così che inizia “Broken Hopes. Oslo’s legacy” il web documentario interattivo realizzato per Action contre la faim e l’Agence VU da Cédric Gerbehaye e Eva Sabbagh in occasione del ventennale degli Accordi di Oslo.
Le immagini scompaiono presto e lasciano il posto alle fotografie e alle parole di chi quella stretta di mano - promessa di impegni mai rispettati - l’ha vissuta sulla propria pelle.
Il percorso - che si può seguire su una cartina - si snoda in 5 tappe all'interno della Cisgiordania: Masafer Yatta, Hebron, Nahalin, Zona E1 e Mehola. Lo spettatore viene fatto salire su un’automobile e inizia il suo viaggio. Ogni fermata una storia. Ogni storia una speranza infranta.
Ci si trova così idealmente a camminare su una strada che tocca le diverse zone in cui è stato diviso il territorio palestinese dopo gli Accordi, le testimonianze raccolte sono quelle di contadini e beduini palestinesi, ma anche di coloni e soldati israeliani.
Raccontano le loro vite sospese, in balia di un processo di pace ormai arenato in una temporaneità che si è fatta definitiva e cristallizzata. Ciò che rimane è l'evidente scarto tra i progetti che avrebbero dovuto essere realizzati e ciò che esiste nella realtà.
Si parte da Masafer Yatta, e dalla grotta di Mahmoud Hussein Hamamdi nella quale è nato nel 1965. Quella stessa grotta che ad un tratto è diventata zona occupata, senza che alcun militare montasse lì la propria guardia o vi avesse posto il proprio vessillo.Quella stessa grotta per la quale nel 2008 le autorità israeliane arrivano per chiedergli i permessi di costruzione.
Mahmoud non ha i permessi, non sono mai serviti. Il piccolo mondo privato che si era costruito viene distrutto, compresa la moschea e il generatore di elettricità.
È il destino di chi, per caso, nella spartizione geometrica fatta di linee tirate su carta, si è venuto a trovare nella zona C, quella sotto il totale controllo israeliano. Mahmoud, pur nella rassegnazione della sua situazione fatta di una casa distrutta e di figli senza futuro, non perde la dignità. “Gli israeliani, malgrado tutti i loro sforzi per controllare i nostri pozzi, distruggere le nostre case e sorvegliare le nostre strade,non riusciranno a controllare il nostro spirito di resistenza”, dice.
Ed è quello spirito che la strategia israeliana vuole stroncare. Come?
Marginalizzazione e frammentazione delle aree palestinesi, è questo il modo per rendere più facile un’occupazione permanente e prolungata. È la politica del fatto compiuto, quella attuata in questi 20 anni da parte israeliana.
Dagli Accordi di Oslo il numero degli insediamenti illegali è triplicato.
Spiega Yehuda Shaul, ex ufficiale dell’esercito israeliano, dell’associazione Breaking the Silence: “La storia di Masafer Yatta è un tentativo costante di svuotare tutti i territori a est della strada 317 dei suoi abitanti palestinesi, beduini e contadini. Questo fa parte di un più grande progetto di marginalizzazione, di frammentazione e di separazione (...). E’ un modo per creare un blocco di colonie da qui fino a Hebron e Kiryat Arba”.
Riprende il viaggio, ancora la lingua di asfalto in un paesaggio arso dal sole sui toni del bianco e nero della fotografia.
Si arriva così a Hebron, il caso unico, esempio lampante della strategia israeliana: qui un nucleo di 850 israeliani vive al centro di una città composta da oltre 800 mila palestinesi. Il piccolo insediamento nasce come presidio là dove sono le tombe dei patriarchi. Qui le forze militari israeliane vengono dispiegate per garantire la sicurezza agli israeliani di Hebron e intere strade vengono negate al passaggio palestinese.
Così appare oggi la città: scavata nel cuore da zone sterili create come tampone tra le due comunità.
La ragione alla base di questa ‘sterilizzazione’di Hebron, metafora della ‘sterilizzazione’ della Palestina, la spiega ancora Yehuda Shaul: “Il concetto dell’esercito israeliano è che la sola maniera di difendere una colonia consista nel rendere la vita di ogni palestinese un inferno”.
Questo è il punto di partenza israeliano e il meccanismo mentale alla base del comportamento delle forze armate, sviluppato negli anni di ‘coabitazione’, viene spiegato con disarmante semplicità e lucidità da un’abitante di Hebron, Zlikha Muhtasseb : “Drogano la testa dei soldati. Li convincono che ogni palestinese sia lì per fargli del male e che potrebbe ucciderli. Mi metto nei loro panni. Anche io sarei tesa se facessero così con me”.
Poi c’è l’avamposto israeliano, composto da chi si sente avanguardia di uno Stato di Israele che resta alle spalle: i coloni, lo zoccolo duro, ormai anche loro incancreniti in una situazione di provvisoria prima linea.
Broken Hopes dà la parola anche a loro, alle loro vite e alle loro esperienze di coabitazione forzosa con i palestinesi.
L’illegalità del loro operato è lampante nella legislazione internazionale, ma sul fronte interno le loro azioni si confrontano con un diritto civile garantista, altro rispetto al diritto marziale cui invece sono sottoposti i palestinesi.
Quello che sorprende è la ricorrenza nel loro discorso della parola “pace”. Parlano degli arabi che non vogliono la “pace”, o del concetto stesso di “pace” arabo, o ancora della necessità di giungere a un trattato di “pace” per poter anche solo pensare alla questione delle terre.
Di converso la loro condizione mentale appare inevitabilmente quella della guerra aperta. Il loro atteggiamento è quello degli assediati, o degli assedianti, che vedono in ogni giorno un possibile scontro necessario per continuare a sopravvivere.
Una guerra fatta di avanzamenti e retrocessioni, una guerra in cui il nemico si vince negandogli elettricità e acqua, con uno sfiancamento lungo 20 anni, in attesa di quella pace che sarebbe dovuta arrivare a 5 anni da Oslo.
La pace. Così si chiude Broken Hopes: “Ci sono palestinesi di 30 anni, come me, che non hanno mai vissuto un solo giorno come uomini liberi. Che non sanno neanche cosa voglia dire essere liberi. Volete parlare di pace? Parlate prima di come mettere fine a questa realtà”.
"Broken Hopes". Oslo: le speranze infrante
01 Novembre 2013
di:
Maria Letizia Perugini
dal blog

dal blog
Commenti
Posta un commento