Turchia : Armeni, Musulmani, Cristiani, Curdi


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di Vicken Cheterian
15 ottobre 2013

Diyarbakir, Turchia – In una calda domenica d’estate dono andato a visitare la chiesa di Surp Giragos  (San Ciriaco) di recente rinnovata,  dentro le storiche mura di Diyarbakir. C’era radunata una piccola folla. Ho incontrato nuove persone , ma anche nuove identità.
Remzi Demir, un mercante di materiali da costruzione, con una forte identità curda, era un musulmano, ma era  molto consapevole delle sue origini armene. Çetin Yilmaz, un turco di Gallipoli, che è stato mandato nella zona sud-orientale del paese come insegnante di turco, “per rendere dei Curdi buoni turchi”, mi ha detto che invece si è convertito al Cristianesimo. Nesrin e Hebun, insieme a un gruppo di giovani, aveva deciso di visitare la chiesa dopo aver scoperto la sua ascendenza armena. E Armen Demirjian, il diacono di Surp Giragos, si chiamava Abdulrahim Zoraslan prima di riconvertirsi.  Mi ha ricevuto con un grande sorriso allegro e un saluto in armeno. parev aghparig (salve, fratellino).
Demirjian ha 55 anni. E’ nato a Lice, una città a nord di Diyarbakir.  La famiglia di suo nonno è stata annientata durante i massacri del 1915, dai quali si è salvato soltanto un bambino di 5 anni, Hovsep, che è stato salvato dal potente agha (capo tribale) curdo  della regione, Haji Zubayr. Quando Hovsep è cresciuto, il suo nome è stato cambiato in Abdullah, la sua religione è diventata l’Islam, e alla fine ha sposato la figlia di Haji Zubayr. E’ diventato famoso come panettiere a Lice e tutti lo ricordavano come un buon musulmano – ma anche come armeno.
Demirjian mi ha fatto visitare la chiesa. L’edifico del VII secolo è stato rinnovato con cura, ed è diventato un luogo di bellezza in una zona  diventata povera. In una sala c’era una mostra di fotografie che mostravano la vita degli Armeni di Diyarbakir prima della calamità che gli è accaduta: c’era una fotografia di due scuole armene dove ragazzi e ragazze venivano educati insieme; una riproduzione del giornale Angakh Dikris [Il Tigris indipendente], immagini di artigiani del rame,  gioiellieri, tessitori di tappeti, e perfino di una banda di ottoni. Una vecchia cartolina scritta in francese di “Diarbékir-Amida” rappresenta il quartiere armeno con l’alto campanile della chiesa. le fotografie in bianco e nero hanno un’aria di malinconia, un ricordo del tempo passato e perduto, e di come tutta un certo tipo di vita è stato improvvisamente cancellato.
Diyarbakir aveva una grande comunità armena formata soprattutto di artigiani e mercanti. Nel 1915, i 120.000 armeni della provincia sono stati   radunati,   portati fuori dalle mura della città e uccisi. I pochi sopravvissuti, per lo più donne e orfani, sono finiti in campi profughi nel deserto siriano. Negli anni ’20 e ’30, gli armeni che erano sopravvissuti in città di provincia e in villaggi, si sono trasferiti a Diyarbakir per formare una piccola comunità nuova.  Anche loro hanno lasciato la città dato che la regione di sud est era diventato un terreno di guerra – questa volta tra le guerriglie del parto dei lavoratori curdi (PKK) e l’esercito curdo. Ora i nipoti dei sopravvissuti stanno formando una nuova comunità armena.
Il figlio di Demirjian, Hasan Zorasian, di 21 anni, ha appena finito di fare il tirocinio di insegnante in un college vuole fare l’insegnante. Parla correntemente l’inglese, il turco e la sua lingua madre, il curdo. Quando è stato servito il caffè, Hasan non lo ha accettato: era il  mese del Ramadan e faceva il digiuno. Mentre suo padre si era sentito obbligato  a impegnarsi a riscoprire il suo passato armeno, date le  profonde radici cristiane di questo, Hasan stava scoprendo la moralità attraverso l’Islam. “Siamo musulmani,” mi ha detto Hasan, “ma sappiamo anche di essere armeni.”
Nel 2006, quando a Diyarbakir  ci sono state proteste studentesche contro la presenza della polizia turca e dell’esercito turco, Hasan è stato mandato da uno zio a Busra, nella Turchia occidentale, per continuare i suoi studio lontano dai disordini. E ho deciso di diventare un devoto musulmano.” Ha deciso anche di diventare un insegnante. Che cosa pensa di suo padre che si converte alla Chiesa Apostolica Armena? “Sono stato contento di vedere  che mio padre tornava alla sua identità armena, avevo soltanto paura per lui – non soltanto a causa delle autorità, ma anche dei gruppi estremisti.”
Gafur Türkay ha a che fare con il restauro della chiesa, La sua storia è come quella di molti altri. Suo nonno, Ohanian,  era di Sasun,  una regione montagnosa  a nord est di Diyarbakir. Durante il genocidio, il suo grande clan è stato decimato. Sopravvissero soltanto tre figli:  una figlia che è diventata profuga in Siria e da lì è poi emigrata in Armenia, e due figli che sino rimasti in Turchia e che si sono convertiti all’islamismo. Türkay dice con orgoglio: “Da quei due ragazzi la famiglia è cresciuta fino a diventare di 500 persone!” Parlano curdo in famiglia ma a scuola gli proibivano di parlare curdo – e naturalmente non armeno – soltanto turco. Criticando le politiche di nazionalizzazione turche, mi ha detto: ” Dopo essere stati costretti a diventare curdi, loro poi devono ancora imparare come diventare turchi!”
La religione e la lingua sono stati sempre due indicatori essenziali dell’identità armena. Per lunghi secoli la definizione di armeno era strettamente associata alla Chiesa Apostolica Armena, una delle comunità religiose (millet in turco) dell’Impero Ottomano. In seguito all’inizio della persecuzione contro gli armeni quando governava il Sultano Abdul Hamid II, che è poi diventato uno sterminio di massa con il governo dei Giovani Turchi nella Prima Guerra Mondiale, moltissimi armeni si sono convertiti all’islamismo per sopravvivere. Nello scorso decennio con l’ascesa  dell’identità nazionale curda, i nipoti dei convertiti reclamano il diritto di sostenere la loro identità armena, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa.
Türkay ricorda la prima volta che ha visitato la chiesa di Surp Giragos negli anni ’80. All’epoca c’erano trenta famiglie armene che vivevano vicino alla chiesa, nel quartiere Sur di Diyarbakir noto come Gavur Mahallesi (“quartiere degli infedeli”). (E’ anche il titolo di un romanzo di Megerdich Margosian che descrive la vita della comunità armena). E’ stato qui che Türkay ha incontrato sua moglie e la sua famiglia. Pensa che il passo più importante sia stato il restauro della chiesa che era stata lasciata in rovina dopo la partenza delle ultime famiglie che erano rimaste. La chiesa è stata restaurata con gli sforzi di un gruppetto di persone che si sono impegnati enormemente per raccogliere i fondi. La municipalità di Diyarbakir che è governata dal Partito Curdo per la pace e la democrazia (BDP), ha pagato un terzo dei costi per il restauro. E’ stata riaperta nell’ottobre 2011 e migliaia di armeni sono venuti qui da tutte le parti del mondo.
Con l’appoggio finanziario della municipalità di Diyarbakir, si sono iniziati dei corsi di lingua armena. Nel 2012 c’erano 35 studenti, l’anno seguente il loro numero è arrivato a 65. Secondo Türkay, l’80% degli studenti sono armeni musulmani, dato che la minoranza è costituita da armeni cristiani  o da curdi.
Türkay ricorda come, quando è cresciuto, i suoi vicini sapevano che erano armeni, e li guardavano  dall’alto in basso perché erano dönme, cioè convertiti. Le famiglie di ascendenza armena hanno cercato di combinare dei matrimoni con i loro figli. Türkay ha detto: “Siamo la terza generazione dopo il genocidio. La seconda generazione non sapeva nulla della loro ascendenza armena, avevano paura. Se non facciamo qualche cosa per far rinascere l’identità armena qui, essa andrà perduta.” il suo desiderio è che i giovani di origine armena riscoprano la loro identità originaria, la cultura armena, senza mettere in dubbio la loro identità religiosa o musulmana.
Türkay mi ha portato a visitare la chiesa di Surp Sarkis (San Sergio). Nell’ingresso  una famiglia curda occupa le poche stanze rimaste. Lo stile architettonico ricorda quello di Surp Giragos, con belle volte anche se cadenti. Ci sono progetti per rinnovare anche questa chiesa. Al posto dell’altare c’è una buca scavata di recente. “Cercano di nuovo l’oro!” ha detto rabbiosamente Türkay. “Ero qui due settimane fa la buca non c’era.” Si vedono buche analoghe dentro e intorno alle chiese armene in tutta la Turchia orientale: 98 anni dopo gli abitanti cercano ancora il leggendario oro degli armeni.
Siamo andati al cimitero armeno. Alcuni fa, quando è morto il famoso musicista Aram Dikran, voleva essere seppellito qui, ma lo stato turco non glielo ha permesso. Ora ci sono due pietre nel cimitero che come semplice indicatore della tomba di Dikran.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org./armenian-muslim-christian-kurdish-by-vicken-cheterian
Originale: Le Monde Diplomatique
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0
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