Israele, il suicidio dei soldati
123
soldati israeliani si sono suicidati tra il 2007 e il 2012. 14 solo nel
2012. Quale è il prezzo di vivere sotto eterna "minaccia"?
di Roberto Prinzi
Roma, 8 ottobre 2013, Nena News
- Quattro dei 14 soldati israeliani che si sono suicidati nel 2012
erano immigrati. È questo il dato più importante che è emerso domenica
in una discussione presso la Commissione della Knesset per
l'Immigrazione, Assorbimento e Diaspora. Il capo del Dipartimento di
Salute Mentale dell'esercito israeliano, Eyal Fruchter, ha provato a
minimizzare la gravità dei numeri e ha parlato «del più basso tasso di
suicidio negli ultimi quarant'anni» lodando il programma che combatte i
suicidi iniziato nel 2006 dall'Esercito di Tel Aviv.
Non
sono mancate le polemiche. Di fronte alle critiche dei parlamentari che
accusavano l'IDF [l'esercito israeliano, ndr] di non aver pubblicato
questi dati, Fruchter si è difeso affermando che ciò è servito a
«prevenire un contagio e una imitazione» che avrebbe sicuramente
aggravato la situazione. Sulla questione è intervenuta anche la
dottoressa Shirley Avrami, direttrice del Centro di Informazione e
Ricerca, la quale ha suggerito a Fruchter di rendere note «le
informazioni responsabilmente cosicché non venga glorificato l'atto
suicida, ma che però dica ai soldati in difficoltà che non sono soli e
che possono chiedere aiuto».
Ma
le polemiche non riguardano solo le modalità e i tempi di pubblicazione
dei dati ma soprattutto cosa si è fatto per impedire che un così alto
numero di immigrati ebrei ('olim) potesse togliersi la vita. Ne è
convinto il Presidente della Commissione Immigrazione, Assorbimento e
Diaspora, Yoel Razbozov, secondo il quale l'esercito avrebbe potuto e
dovuto fare di più per prevenire queste tragedie. «Le attività che
combattono il fenomeno dei suicidi» - ha dichiarato - «devono includere
istruttori dell'Etiopia e dell'ex Unione Sovietica che capiscono i
problemi che le differenti comunità possono avere [una volta immigrate
in Israele, ndr] e possono pertanto aiutare i giovani soldati qualora
questi ne abbiano bisogno».
Secondo
i dati diffusi dal Centro di Informazione e Ricerca della Knesset lo
scorso Luglio, 123 militari israeliani hanno posto fino alla loro vita
tra il 2007 e il 2012. L'82% svolgeva il servizio obbligatorio e il 74%
era di età compresa tra i 18 e i 21 anni. A dominare questa triste
classifica ci sono coloro che sono nati all'estero (il 37%). Oltre la
metà di questi proveniva da paesi appartenenti all'ex Unione Sovietica
mentre il 22% dall'Etiopia. Il Ministero della Difesa non ha comunicato i
numeri relativi ai tentativi di suicidio.
Qual è il prezzo dell'eterna "minaccia"?
Da
questi dati emergono due elementi interessanti. Il primo è che il
suicidio è la prima causa di morte per i militari di Tel Aviv. Di fronte
ai 14 suicidi, infatti, 8 sono i soldati che hanno perso la vita in
incidenti stradali, 5 quelli morti per malattia, 3 durante le
esercitazioni, 2 per annegamento, mentre solo 5 sono quelli uccisi in
combattimento. Il secondo aspetto da sottolineare è che la maggior parte
di coloro che si sono uccisi non era in unità combattenti.
Quindi
il malessere che ha spinto i giovani soldati a porre fine alla loro
vita ha radici più profonde e che non può trovare una semplice e
immediata giustificazione (con tornaconto elettorale) solo nei traumi
causati «dalle violenze degli arabi dei Territori». Questi dati (solo
apparentemente asettici) riportano in realtà a riflettere sulla natura
stessa dello stato d'Israele.
Sin
dalla sua nascita il sionismo ha posto alla base del suo pensiero e
della sua prassi politica il tema dell'ebreo minacciato, escluso,
ghettizzato e discriminato nella società in cui vive. Elementi
sicuramente reali alla fine dell'Ottocento in Europa e in Russia dove
pogrom e discriminazioni antisemite erano all'ordine del giorno. E
laddove la lotta dell'ebreo per l'integrazione nella società di
appartenenza appariva di difficile realizzazione, fu ben presto evidente
ai pensatori sionisti (e poi successivamente ai dirigenti "socialisti" e
della destra revisionista) come il tema dell'antisemitismo e della
"minaccia" costante che gravava sugli ebrei poteva essere sfruttata
politicamente.
Da qui l'esigenza di ritornare all''Eretz Yisrael
biblica (la Palestina) territorio «vergine», «disabitato» in cui poter
fondare uno stato dove tutti gli ebrei del mondo sarebbero stati al
sicuro. A maggior ragione dopo i terribili anni del fascismo e del
nazismo, delle leggi razziali e dello sterminio dei campi di
concentramento. Con il concerto delle potenze coloniali (Londra si era
mossa già molto prima del secondo conflitto mondiale) questo "ritorno"
si fece concreto. Lo stato veniva fondato nel 1948 ma la "minaccia di
distruzione" restava nonostante, come ha scritto la recente storiografia
israeliana, fosse più immaginaria che reale. Il terribile presagio di
«una nuova imminente Shoa» è stato il filo conduttore dei sessantacinque
anni d'Israele e continuerà ad esserlo.
Il
tema "sicurezza", infatti, è riproposto con costanza nel dibattito
pubblico ed è l'elemento principale che assicura il successo alle
elezioni. Ma la continua riproposizione della "minaccia esterna"
(insieme all'alleanza con Washington) è ciò che permette a Tel Aviv di
essere al di sopra della legge, di non rispettare le risoluzioni
dell'ONU e di umiliare il diritto internazionale a suo piacimento. Il
ragionamento è semplice: in uno stato di perenne emergenza (reale o meno
che sia) Tel Aviv è legittimata a «proteggersi con tutti i mezzi
possibili». Inoltre la "minaccia" svolge un altro ruolo essenziale:
compatta le file di un tessuto sociale quanto mai variegato e
gerarchizzato persino tra gli stessi ebrei.
E'
in questo contesto di costruzione/rielaborazione del mito israeliano
della sicurezza che devono essere letti i dati relativi ai suicidi tra i
soldati. Il "nemico", infatti, si conferma nuovamente molto meno
pericoloso di quello che si ripete per fini propagandistici (solo 5 i
morti in combattimento a fronte dei 14 suicidi). A mietere più vittime
tra i «figli/eroi» mandati al fronte a combattere il «terrorismo arabo»
negli ultimi tre anni è il "male di vivere" di cui è responsabile lo
stesso stato ebraico e le sue politiche. I dati sui suicidi sono
impressionanti se si tiene in conto dell'importanza che in Israele
riveste l'esercito agli occhi dell'opinione pubblica. Cifre allarmanti
se si considera che l'IDF ha predisposto un team di esperti che
assistono i militari (tra i numeri snocciolati domenica vi sono i circa
3.000 soldati che hanno richiesto l'assistenza di psicologi).
Ma
l'altro ieri in Commissione la polemica era solo se era giusto o meno
pubblicare questi dati. Nessuno (neanche la stampa) si è domandato cosa
ha spinto tanti giovani negli ultimi cinque anni a togliersi la vita.
Quanto, ad esempio, stiano incidendo le politiche di liberalismo
sfrenato degli ultimi decenni che hanno portato ad un aumento
impressionante (e incontrollabile) del costo della vita ed hanno eroso
il potere d'acquisto della classe media. Ieri il Jerusalem Post
sottolineava come i prezzi delle case abbiano registrato in quest'ultimo
anno un aumento medio superiore al 5% raggiungendo il 17% nella
cittadina del nord di Carmiel.
Né
la Commissione si è chiesta come mai il tasso sia così alto proprio tra
i nuovi immigrati ebrei ('olim chadashim). Solo perché, come è stato
suggerito, i centri di sostegno per gli "olim" non sono così funzionanti
come quelli degli israeliani "sabra"? Non è forse più logico pensare
alla mancata integrazione di culture e comunità diverse, a quanto sia
illusorio il "multiculturalismo" di cui Israele si fa vanto?
Ma
soprattutto i 14 suicidi pongono con tutta evidenza una riflessione:
quale è il costo umano (e in termini di qualità della vita)
dell'"incombente Shoa" ordita dal "Nemico/i"?Quale è il prezzo della
costruzione del "cattivo musulmano" nei giovanissimi che si arruolano
nell'esercito? Se la storia e il presente hanno mostrato l'utilità
politica della "minaccia", è giunta l'ora di chiedersi quale prezzo si
debba pagare. Nena News
Commenti
Posta un commento