Amira Hass: questioni etiche e conversazione in aereo
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“Mi sento come se mi stesse interrogando lo Shin Bet”, mi disse
23 anni fa un ufficiale dell’esercito israeliano che aveva il compito
di raccogliere informazioni sulla società della Striscia di Gaza. Allora
lo presi come un complimento, anche perché era una delle prime “storie”
di cui mi occupavo (quando Gaza era ancora sotto occupazione diretta
israeliana). Se non ricordo male il mio articolo parlava degli incontri
tra il regista francese Claude Lanzmann e alcuni abitanti di Gaza, che
dovevano essere preventivamente autorizzati proprio dall’ufficiale
dell’esercito.
Quella frase che considerai un complimento perché pronunciata da un ufficiale israeliano costituirebbe per me un grande problema etico se a rivolgermela fosse un palestinese. Questioni etiche di questo tipo mi accompagnano fin dall’inizio del mio lavoro nei territori occupati.
Da quando gli ebrei hanno cominciato a fondare le loro colonie in Palestina, hanno sviluppato vari metodi per raccogliere informazioni sui loro vicini palestinesi, e non solo per “motivi di sicurezza”. Queste informazioni hanno dato agli ebrei un ulteriore vantaggio rispetto ai palestinesi. Ancora oggi dettagli anche banali sono raccolti e condivisi da vari organismi israeliani: lo Shin Bet, l’amministrazione civile controllata dall’esercito, i consiglieri per le questioni arabe di Gerusalemme, le ong di destra, i coloni che vogliono comprare terre e case. In qualche modo anche i giornalisti fanno parte di questa gigantesca attività di voyeurismo voluto o casuale.
Nelle relazioni asimmetriche tra palestinesi e israeliani, infatti, il confine che separa un informatore al servizio di Israele da un giornalista professionista è molto labile. In una situazione normale, i dettagli servirebbero a comporre un quadro sociologico completo. Nella situazione reale, i dettagli possono servire a confermare gli stereotipi più arroganti.
Tutto questo influenza anche le indagini che sto svolgendo sull’aumento della violenza nella società palestinese, ma di questo magari parleremo un’altra volta.
Dopo cinque giorni intensi a Varsavia, sono salita a bordo di un
aereo. La donna seduta accanto a me, di circa 65 anni, mi ha accolta con
un sorriso. Era ebrea, con un evidente accento russo.
Per qualche motivo l’aereo è partito in ritardo. Nell’attesa la mia vicina ha cominciato a farmi una serie di domande, senza curarsi del libro che tenevo in mano. Non volevo essere scortese e così ho risposto alle sue domande: da dove vieni, cosa hai fatto in Polonia, com’era il tempo, dove vivi. A quel punto mi sono chiesta se dovevo mentire o meno. Rispondere Gerusalemme sarebbe stata una bugia innocente, ma poi avrei dovuto continuare a mentire. E così ho confessato che vivo a Ramallah.
Gli occhi della donna si sono illuminati. Voleva saperne di più: come mi trattano i palestinesi, se la mia scelta è ideologica, se ho amici. Poi è intervenuto l’uomo seduto accanto a lei: “Lasci che glielo dica, gli arabi vivono meglio di noi”. L’ho interrotto bruscamente: “Non mi dica come vivono gli arabi, finiamola qui”. Poi l’uomo ha cominciato a discutere con la mia vicina, in russo. A un certo punto si è alzato e ha chiamato la hostess: “Voglio cambiare posto”. La ragazza gli ha chiesto se si sentisse male. “Mi rifiuto di stare seduto dove si parla di occupazione”. Per fortuna c’erano posti liberi e l’uomo, allontanandosi, ha gridato: “Onore a Tsahal” (l’esercito israeliano).
La donna si è scusata e ha confermato i miei sospetti: l’uomo è suo figlio, ha 41 anni e non sta bene.
Quella frase che considerai un complimento perché pronunciata da un ufficiale israeliano costituirebbe per me un grande problema etico se a rivolgermela fosse un palestinese. Questioni etiche di questo tipo mi accompagnano fin dall’inizio del mio lavoro nei territori occupati.
Da quando gli ebrei hanno cominciato a fondare le loro colonie in Palestina, hanno sviluppato vari metodi per raccogliere informazioni sui loro vicini palestinesi, e non solo per “motivi di sicurezza”. Queste informazioni hanno dato agli ebrei un ulteriore vantaggio rispetto ai palestinesi. Ancora oggi dettagli anche banali sono raccolti e condivisi da vari organismi israeliani: lo Shin Bet, l’amministrazione civile controllata dall’esercito, i consiglieri per le questioni arabe di Gerusalemme, le ong di destra, i coloni che vogliono comprare terre e case. In qualche modo anche i giornalisti fanno parte di questa gigantesca attività di voyeurismo voluto o casuale.
Nelle relazioni asimmetriche tra palestinesi e israeliani, infatti, il confine che separa un informatore al servizio di Israele da un giornalista professionista è molto labile. In una situazione normale, i dettagli servirebbero a comporre un quadro sociologico completo. Nella situazione reale, i dettagli possono servire a confermare gli stereotipi più arroganti.
Tutto questo influenza anche le indagini che sto svolgendo sull’aumento della violenza nella società palestinese, ma di questo magari parleremo un’altra volta.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Questioni etiche
Per qualche motivo l’aereo è partito in ritardo. Nell’attesa la mia vicina ha cominciato a farmi una serie di domande, senza curarsi del libro che tenevo in mano. Non volevo essere scortese e così ho risposto alle sue domande: da dove vieni, cosa hai fatto in Polonia, com’era il tempo, dove vivi. A quel punto mi sono chiesta se dovevo mentire o meno. Rispondere Gerusalemme sarebbe stata una bugia innocente, ma poi avrei dovuto continuare a mentire. E così ho confessato che vivo a Ramallah.
Gli occhi della donna si sono illuminati. Voleva saperne di più: come mi trattano i palestinesi, se la mia scelta è ideologica, se ho amici. Poi è intervenuto l’uomo seduto accanto a lei: “Lasci che glielo dica, gli arabi vivono meglio di noi”. L’ho interrotto bruscamente: “Non mi dica come vivono gli arabi, finiamola qui”. Poi l’uomo ha cominciato a discutere con la mia vicina, in russo. A un certo punto si è alzato e ha chiamato la hostess: “Voglio cambiare posto”. La ragazza gli ha chiesto se si sentisse male. “Mi rifiuto di stare seduto dove si parla di occupazione”. Per fortuna c’erano posti liberi e l’uomo, allontanandosi, ha gridato: “Onore a Tsahal” (l’esercito israeliano).
La donna si è scusata e ha confermato i miei sospetti: l’uomo è suo figlio, ha 41 anni e non sta bene.
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