Sostegno ai ribelli siriani ma anche plauso al voto del parlamento britannico di Gilbert Achcar
di Gilbert Achcar – 1 settembre 2013
In un raro esempio dell’esecutivo di uno stato imperiale occidentale che prende sul serio la “democrazia parlamentare”, il governo britannico ha consultato il parlamento a proposito dell’azione militare contro il regime siriano senza essere certo di anticipo di un voto favorevole e ha deciso di rispettare il risultato, che ha respinto il suo piano. Da convinto oppositore del regime baatista siriano da una prospettiva democratica radicale ho molti motivi per apprezzare questo esito.
Il primo motivo è che qualsiasi limitazione ai poteri dell’esecutivo imperiale, che è diventato il modello normale della maggior parte degli stati occidentali, è indubbiamente positiva da un punto di vista democratico e va salutata senza riserve. Anche se, apparentemente, in questo caso la decisione ha risparmiato una delle dittature più feroci e omicide, il fatto che il governo britannico abbia chiesto al parlamento l’autorizzazione a impegnarsi in un’azione militare che ufficialmente doveva essere “limitata” fissa un riferimento che sarà molto più difficile ignorare, da ora in poi, da parte del governo britannico e dei suoi pari nelle democrazie elettive. Anche se una ripetizione dello scenario britannico a Washington è assolutamente improbabile, la pressione sull’amministrazione statunitense sta montando in conseguenza del voto britannico. Ciò nonostante la Risoluzione sui Poteri di Guerra post Vietnam che “limita” il potere dell’esecutivo statunitense di scatenare una guerra a 60 giorni senza un’autorizzazione del Congresso, una risoluzione che la Casa Bianca ha comunque ripetutamente violato.
Non che io abbia la minima illusione a proposito dei motivi per cui molti falchi parlamentari hanno votato questa volta contro l’azione militare. Di certo l’hanno fatto non per “pacifismo”, per non parlare di “anti-imperialismo”, ma per la stessa ragione che ha indotto, nella loro vasta maggioranza, coloro che influenzano l’opinione pubblica a mostrare una palese mancanza di simpatia per la causa della rivolta popolare siriana. Il motivo è soprattutto la mancanza di fiducia nella rivolta siriana, come ha apertamente confessato più di recente il presidente dei Capi di Stato Maggiore Congiunti, generale Martin Dempsey. Una considerazione che è tanto più convincente poiché la più recente esperienza in Libia è stata un fiasco totale da quel punto di vista: l’intervento della NATO ha soltanto contribuito a rendere la Libia un paese meno amico dell’occidente di quanto lo fosse sotto Gheddafi negli ultimi anni del suo regno. E, naturalmente, la Libia offriva il forte allettamento di essere un grande esportatore di petrolio, cosa che la Siria non è.
Il secondo motivo per apprezzare il voto del parlamento britannico è che è stato chiaramente collegato alla richiesta di una legittimazione dell’ONU, che ha indotto il governo britannico a sottoporre una bozza di risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel tentativo di convincere la maggioranza dei parlamentari. Nonostante gli ovvii limiti dell’ONU e della legge internazionale esistente è meglio che le relazioni internazionali siano istituzionalizzate sotto qualche forma di primato della legge, per quanto carente tale legge sia, piuttosto che essere dominate dalla “legge della giungla”, in base alla quale stati potenti, gli Stati Uniti soprattutto, si sentono liberi di decidere unilateralmente contro chi, e quando, usare la forza. L’idea che il primato della legge sia una camicia di forza mediante la quale Russia e Cina possono impedire che si attuino azioni realmente umanitarie dipende dall’idea che gli interventi militari occidentali siano in generale motivati da intenzioni nobili. Decisamente non lo sono. Basti notare che i due interventi militari occidentali dopo la fine della guerra fredda che hanno più vistosamente violato la legge internazionale – Kosovo 1999 e Iraq 2003 – hanno usato entrambi pretesti umanitari come copertura di disegni imperiali e hanno portato a risultati umanitari catastrofici.
Il terzo motivo per apprezzare il voto parlamentare è quello più direttamente basato sul mio risoluto sostegno alla rivolta popolare siriana. L’azione militare contemplata da Washington prevede di impartire all’omicida regime siriano alcuni colpi militari al fine di “punirlo” per l’uso delle armi chimiche contro i civili. Non ho il minimo dubbio che il regime siriano abbia effettivamente fatto ricorso a tali armi nel suo barbaro massacro del popolo siriano. Vero, sarà difficile per la squadra degli ispettori dell’ONU, cui è stato permesso di raggiungere la scena del crimine solo diversi giorni dopo che era stato perpetrato, trovare una qualsiasi pistola fumante. Ma il fatto che il regime siriano possieda armi chimiche e i mezzi per attaccare con esse (montare un attacco su larga scala con razzi e artiglieria, come è accaduto) è al di là di ogni dubbio, così come lo è l’attitudine da serial killer a sangue freddo a usarle contro civili. Ne è testimone l’uso documentato di una bomba incendiaria sganciata da un caccia su un obiettivo civile (il cortile di una scuola): in questo caso, almeno, nessuno può ragionevolmente mettere in discussione il fatto che il regime ha il monopolio della forza aerea nella guerra civile siriana. Ma ciò pone la questione: uccidere fino a millecinquecento persone con armi chimiche è un crimine più grave che ucciderne più di centomila con armi “convenzionali”? Perché allora Washington vuole all’improvviso attaccare adesso dopo aver placidamente assistito al massacro del popolo siriano, alla devastazione del paese e a milioni di sopravvissuti trasformati in profughi e sfollati?
La verità è che gli imminenti attacchi sono intesi soltanto come mezzo per ripristinare la “credibilità” degli Stati Uniti e dei loro alleati di fronte all’alleanza dei governi siriano, iraniano e russo che si sono presi la completa libertà di intensificare una guerra contro il popolo siriano nonostante tutte le sollecitazioni statunitensi a un compromesso. Gli attacchi sono necessari per restituire agli Stati Uniti una reputazione imperiale che è stata molto umiliata negli ultimi anni in Iraq e in Afghanistan da parte dell’Iran e persino dall’israeliano Netanyahu. Questi attacchi non aiuteranno il popolo siriano: aumenteranno il pedaggio di morte e distruzione senza mettere i siriani in grado di aver ragione del loro tiranno. Non sono mirati a quest’ultimo obiettivo. In realtà Washington non vuole che il popolo siriano rovesci la dittatura: vuole costringere l’opposizione siriana a un accordo con il grosso del regime, meno Assad. Questo è la cosiddetta soluzione yemenita che il presidente Barack Obama persegue attivamente sin dall’anno scorso, e che il Segretario di Stato John Kerry ha cercato di promuovere arruffianandosi il suo omologo russo.
Tuttavia, negando all’opposizione siriano predominante le armi difensive antiaeree e anticarro che richiede da quasi due anni, mentre Russia e Iran riforniscono abbondantemente di armi il regime siriano (e recentemente anche di combattenti dall’Iran e dai suoi alleati regionali), l’amministrazione statunitense è riuscita a ottenere solo due risultati: da un lato ha consentito al regime siriano di restare in vantaggio militarmente e cosi di ritenere di poter vincere; perciò il regime non ha assolutamente alcun incentivo a fare una qualche concessione. In secondo luogo beneficiando di generosi finanziamenti di fonti wahabite e dopo una spinta iniziale da parte dello stesso regime siriano (compresa la liberazione di jihadisti dalle carceri siriane nella fase iniziale della rivolta da parte di un regime ansioso di dipingere la rivolta come fondamentalista sunnita) reti jihadiste che erano già presenti nel vicino Iraq (dove lo stesso regime siriano ha contribuito al loro sviluppo) sono state in grado di imporsi come componente importante della rivolta siriana.
E’ per questo motivo che il popolo siriano non ha alcuna fiducia in Washington. Ne è testimone questo reportage del Washington Post:
I siriani preferirebbero rovesciare Assad senza aiuto straniero ma se l’occidente attuerà effettivamente degli attacchi, l’Esercito Siriano Libero[FSA] intende approfittare di qualsiasi scompiglio nei ranghi delle forze del regime per avanzare le sue posizioni, ha dichiarato Louay al-Mokdad, coordinatore politico e mediatico del FSA.
“Di certo abbiamo intenzione di ricavare il massimo da questa operazione per potenziare la nostra situazione sul campo, per cercare di controllare e liberare altre aree”, ha detto. “E’ nostro diritto. I nostri combattenti sul campo dovrebbero usare qualsiasi cosa, anche un cambiamento del tempo se dovesse aiutarli, e se il vostro nemico affronta un altro schieramento, ne approfitteremo.”
Tuttavia coloro che appoggiano l’intervento hanno espresso preoccupazioni su come si svolgeranno gli attacchi e su quale effetto avrebbero – se ne avranno uno – sulla guerra che infuria e che ha ucciso più di centomila persone.
“La gente, qui, è molto preoccupata che gli attacchi siano intesi ad aiutare il regime”, ha affermato Abu Hamza, un attivista del sobborgo Darayya di Damasco, dove alcuni degli scontri più feroci della guerra hanno trasformato una città di quasi 500.000 abitanti in una rovina devastata e abbandonata. “Naturalmente io li appoggio se ciò significa por fine al bagno di sangue, ma ci sono state uccisioni per due anni e mezzo, dunque perché dovremmo credere che adesso gli Stati Uniti facciano sul serio?”
“La gente ha perso la fiducia nel governo statunitense”, ha aggiunto. “Pensa che gli Stati Uniti agiranno solo a proprio vantaggio.”
Se le potenze occidentali avessero davvero avuto a cuore il popolo siriano – se anche se Washington fosse stata più abile nel creare le condizioni per il compromesso che perseguiva – sarebbe stato facile per loro equipaggiare l’opposizione siriana di armi difensive, consentendo così alla rivolta di volgere la marea della guerra in modo tale da accelerare un crollo del regime. In assenza di una svolta decisiva nella guerra civile siriana a svantaggio del regime quest’ultimo resterà intransigente e unito attorno al clan Assad e la guerra si trascinerà con le sue terribili conseguenze.
E’ questo, in realtà, che confuta la tesi di molti benintenzionati che le armi andrebbero negate all’opposizione siriana perché il pedaggio delle vittime ne sarebbe accresciuto. Al contrario è proprio il vantaggio del regime quando ad armamenti che fa continuare la guerra e aumentare il pedaggio di morte. Permettetemi di ripetere qui le parole del rivoluzionario francese Gracchus Babeuf (1795) che ho citato nel mio ultimo libro:
Ma quale guerra civile è più rivoltante di quella che schiera tutti gli assassini da una parte e tutte le vittime indifese dall’altra? Si può accusare di commettere un crimine chi voglia armare le vittime contro gli assassini?
Di fronte ai crimini orribili perpetrati dal regime di Assad con il sostegno della Russia, dell’Iran e degli alleati dell’Iran è dovere di tutti quelli che affermano di sostenere il diritto dei popoli all’autodeterminazione aiutare il popolo siriano a ottenere i mezzi per difendersi.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/welcoming-the-vote-of-the-british-parliament-while-supporting-the-syrian-uprising-by-gilbert-achcar.html
Originale: Open Democracy
Traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
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