Sabra e Satila, il ricordo di una sopravvissuta
The electronic Intifada
17.09.2013
http://electronicintifada.net/content/they-shot-my-father-head-interview-survivor-sabra-and-shatila-massacre/11688
Sabra e Shatila, il racconto di una sopravvissuta
"Hanno ucciso mio padre con un colpo alla testa": intervista con una ragazza scampata al massacro di Sabra e Shatila.di Moe Ali Nayel
Beirut, 17 settembre 2013 - La domenica del trentesimo anniversario del massacro di Sabra e Shatila è stata celebrata da molte persone in ogni parte del mondo. In Libano, alla commemorazione hanno partecipato solo i palestinesi dei campi profughi: ai libanesi non interessava.
Sabra e Shatila nell'opera dell'artista palestinese Adnan Yahya
Il
massacro perpetrato dalle Falangi libanesi, la milizia cristiana
maronita che ha agito in cooperazione totale con Israele, è tra gli
episodi più atroci della nostra storia recente. Ma è ancora assente
dalla memoria collettiva libanese.
Sabra
e Shatila è uno di quei tabù in Libano di cui è necessario parlare
pubblicamente e a mente lucida. Forse ammettere questo crimine potrebbe
impedirci di soggiogare ancora i rifugiati palestinesi che risiedono
temporaneamente qui fino al ritorno nella loro patria occupata.
Gli
esecutori del massacro sono ancora vivi e potrebbero essere trovati in
Libano o all'estero. Così anche molti dei sopravvissuti al massacro che
hanno perso i loro cari. E che aspettano ancora che giustizia sia fatta.
Il
16 settembre 1982 Jameela Khalifeh era un'adolescente. I tre lunghi
giorni della mattanza perseguitano ancora i suoi ricordi. Questa
settimana, Jameela ci ha accolti con un sorriso nel suo buio
appartamento sulla trafficata via principale di Sabra. Fuori,
un'esplosione di vita: la gente si ferma a comprare verdura alle
bancarelle o dvd contraffatti nei negozietti.
"Avevo
16 anni - racconta Jameela -e mi ero appena fidanzata. Vivevo nella
casa dei miei genitori con mio fratello e le mie tre sorelle".
NON DIMENTICHEREMO
Prende
una foto: "Questo è mio padre, Mohammed Khalifeh. La foto è stata
scattata dopo che gli avevano sparato in testa e gettato il suo corpo
sul lato della strada". Dietro la foto c'è il certificato rilasciato
dall'OLP: contiene il nome di Mohammed e la frase "Così non
dimenticheremo".
"Il
16 settembre, durante l'invasione, gli israeliani erano scesi nel campo
dallo stadio cittadino situato sulla collina che sovrasta il campo.
Sapevamo che gli Israeliani erano di stanza allo stadio e loro sapevano
che i fedayin [i combattenti dell'OLP] avevano lasciato il campo. Quindi eravamo tranquilli: non avrebbero ucciso delle famiglie disarmate.
"Accanto
ai soldati israeliani c'erano i miliziani falangisti che parlavano in
dialetto libanese; ogni miliziano portava un cappello da cowboy e una
fascia da braccio bianca con un cedro verde stilizzato sopra [il logo
del partito falangista]. Ricordo che gli israeliani parlavano un arabo
stentato con i miliziani libanesi, ma per la maggior parte del tempo
parlavano in ebraico. Mia madre ricordava l'ebraico dal tempo in cui
viveva in Palestina prima del 1948".
"Mentre
camminavamo, fummo fermati da un falangista. Teneva puntato il suo
fucile contro la pancia di mia madre. Un soldato israeliano disse al
miliziano: 'Non uccidere Madam e i bambini. Siamo qui solo per uccidere
gli uomini'.Cominciammo a uscire tutti per strada; mio padre era con noi
nel rifugio sotto il nostro edificio, e gli israeliani - assieme ai
falangisti - iniziarono a chiamarci con gli altoparlanti per farci
uscire dai rifugi. Dissero: 'Se vi arrendete, sarete salvi'".
UN FETORE AVVOLGENTE
"Uscimmo
dal rifugio e ci riversammo per strada; ricordo il fetore avvolgente,
camminavo agitando un pezzo di stoffa bianco. Alla fine mio padre decise
di venire con noi. Io mi assicurai che stesse al mio fianco: ero
davvero attaccata a mio padre, e tenevo stretta la sua mano nella mia".
"Appena
emersi, fummo presi dai soldati israeliani e dai miliziani libanesi. A
quel punto mio padre si innervosì. Mi guardò e sussurrò: 'Vado a casa'.
Nel momento in cui riunimmo con le altre famiglie che erano state
condotte lì dai miliziani, mio padre fu preso dal panico, lasciò la mia
mano e corse verso casa. Quando arrivò nell'appartamento, vi trovò i
miliziani, così tornò indietro correndo verso di noi".
"Mentre correva, gli spararono in testa. Mia madre vide quel momento, io no".
"Mentre
venivamo condotti a mano armata, trovammo un vicolo che conduceva al
campo: così ci sfilammo dalla marcia e raggiungemmo la moschea
principale di Sabra. Era piena di gente di Shatila. Dicemmo alla gente
che loro [le Falangi] stavano massacrando le famiglie, ma gli anziani
del campo ci dissero che stavamo mentendo; non era successo niente e
dovevamo calmarci. Dietro le nostre insistenze, gli anziani decisero
alla fine di andare a vedere cosa stava succedendo. Non tornarono mai
più alla moschea. Dopo aver aspettato per ore il loro ritorno, con
alcune famiglie ci dirigemmo verso il Gaza hospital all'ingresso di
Sabra".
"Vivevamo
nella via Hay al-Gharbi, accanto all'alimentari Doukhi. Nel mio
quartiere sopravvivemmo solo noi e il nostro vicino, tutti gli altri
furono uccisi. Ricordo sette, otto cadaveri impilati uno sull'altro,
nella strada sotto al nostro edificio: abbiamo dovuto camminarci sopra".
"Gli
israeliani e i falangisti ci facevano marciare per eliminarci tutti
insieme. Per fortuna siamo riusciti a scappare. Gli israeliani portavano
la divisa completa con elmetti di ferro. I falangisti avevano cappelli
da cowboy, blue jeans e pugnali che penzolavano dalle cinture. Alcuni di
loro portavano dei passamontagna neri. Tutti impugnavano un
kalashnikov".
METTERE SHARON ALL'ANGOLO
"Qualche
anno fa 300 di noi assunsero l'avvocato Shibli Mallat per fare causa ad
Ariel Sharon [ministro della Difesa israeliano nel 1982 e in seguito
primo ministro] per il massacro e portarlo al tribunale internazionale.
Avevamo visto le foto di Sharon in posa davanti allo stadio accanto ai
carri armati che sovrastavano il campo, e sapevamo che lui stava
guardando il massacro dei palestinesi. Io voglio comunque che Sharon sia
processato anche se, ironia della sorte, è in coma da anni ed è
clinicamente morto".
"A
30 anni dal massacro, dai un'occhiata a come viviamo. Siamo in sette a
dividerci due stanzette. La nostra vita è peggiorata costantemente da 30
anni a questa parte: non possiamo ancora lavorare né spostarci fuori
dal campo per vivere in una casa più dignitosa. Compriamo acqua potabile
e per lavarci giorno per giorno. Ci procuriamo l'elettricità con un
generatore: il governo libanese ci concede solo due ore di corrente al
giorno. I miei due figli lavorano in una fabbrica d'alluminio: vengono
pagati meno dei loro colleghi libanesi perché sono palestinesi. Mia
figlia di 23 anni lavora in un bar".
"Mia
figlia vorrebbe ottenere un prestito dalla banca proprio come i suoi
colleghi. Ma quando è andata in banca e ha mostrato i suoi documenti le
hanno detto: 'Mi dispiace, niente prestito perché sei palestinese'.
Essere un palestinese in Libano è una continua lotta per la
sopravvivenza. E' per questo che, quando una donna da' alla luce un
figlio, ci assicuriamo che egli cresca credendo nel diritto al ritorno
in Palestina e sottolineiamo che qui siamo solo ospiti".
"Vogliamo
tornare in Palestina. Ma finché ciò non avverrà, qualsiasi altro posto
fuori da questo Paese andrà bene se verremo trattati come esseri umani.
Non ci arrendiamo. La Palestina è nostra e torneremo, ma siamo stanchi
di non poter vivere una vita decente e onorevole".
"Siamo
di Jaffa. Mia madre non smette un momento di parlare dei tempi in cui
viveva a Jaffa e del modo in cui gli israeliani sono cominciati ad
arrivare: da rifugiati. Prima cercando rifugio nelle case, poi sbattendo
i palestinesi fuori dalle loro case".
ATROCITA' IGNORATA
Il
16 settembre 2012, papa Benedetto XVI ha visitato Beirut, dove ha fatto
appello ai libanesi - sia cristiani che musulmani - perché convivessero
in pace. Il papa ha predicato su varie questioni che interessano la
regione, ma ha dimenticato.
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