Quei colloqui di pace “arrivati a un punto morto”: tra israeliani e palestinesi restano le divergenze
Il
mediatore israeliano Tzipi Livni, il segretario di Stato Usa John Kerry
e il mediatore palestinese Saeb Erekat a Washington lo scorso luglio
per l’inizio del nuovo giro di colloqui di pace
Tu chiamali,
se vuoi, colloqui di pace. Perché per ora «le tavolate sono a un punto
morto». Hai voglia a organizzare ancora incontri. A mantenere la
segretezza. A stare alla larga dai flash dei fotografi. A fare di tutto
per non far capire cosa succede in quei vertici. A smentire addirittura
che le due parti si siano incontrate ieri, la settimana scorsa o un mese
fa.
«Cinque
settimane di discussioni, zero progressi», dice Yasser Abed Rabbo, uno
dei consiglieri più fidati del presidente palestinese Mahmoud Abbas,
intervistato ai microfoni della radio La voce della Palestina.
«Questi colloqui sono già diventati inutili e non porteranno a nessun
risultato se gli americani non faranno alcuna pressione».
Cinque
settimane. Cinque incontri. Il primo il 29 luglio. L’ultimo, a
Gerusalemme, martedì scorso. In mezzo, e di fronte, il mediatore
israeliano Tzipi Livni (che è anche ministro della Giustizia) e quello
palestinese, Saeb Erekat. E un confronto tra le proprie «agende»
nazionali: le richieste degl’israeliani, le richieste dei palestinesi.
La sintesi, per ora, non è stata trovata. E nemmeno le basi per
l’accordo.
L’ufficio
del premier Benjamin Netanyahu non conferma, né smentisce. Così come
l’entourage di Tzipi Livni. Washington, a luglio, è stata chiarissima:
niente dichiarazioni alla stampa, niente aggiornamenti, niente
indiscrezioni. Niente di niente. Promessa mantenuta dallo Stato ebraico.
Più volte rotta, soprattutto negli ultimi giorni, dai palestinesi.
Le
posizioni, dicono i bene informati, restano distanti. Proprio sulle
questioni «chiave» di tutta la questione israelo-palestinese. Il
presidente Abbas – e il popolo insieme a lui – chiede Gerusalemme Est.
Ne vuole fare la capitale del futuro Stato della Palestina. «È la mia
“linea rossa”», avrebbe detto Abbas, «non firmerò nessun accordo se nel
documento non c’è scritto che Israele ci restituisce quel pezzo di città
che ci spetta».
Un
colono guarda l’insediamento ebraico di Maaleh Adumim, a Gerusalemme
Est. Dichiarata città nel 1991 conta ormai 35 mila abitanti (foto Ap)
I
palestinesi hanno riesumato anche la bozza di accordo del 2008 tra le
due parti, quando alla guida del governo israeliano c’era Ehud Olmert.
Il documento prevedeva la cessione di sovranità a Ramallah del 94% della
Cisgiordania. Nel restante 6% lo Stato ebraico si sarebbe tenuto gli
insediamenti più grandi e in cambio avrebbe dato ai palestinesi un 6%
del proprio territorio. Punti che Netanyahu ha già respinto: «Non sono
obbligato a tenere conto della bozza di Olmert».
A spostare i
colloqui di pace verso un binario praticamente morto sarebbero anche le
proposte degl’israeliani: sì allo Stato palestinese, ma – spiega all’Associated Press
un anonimo alto esponente di Ramallah – «con frontiere provvisorie e
senza toccare decine di insediamenti e avamposti militari, pari al 40%
della Cisgiordania». Nella West Bank, oggi, si contano più di 500 mila
israeliani che vivono nelle colonie ebraiche. E per i palestinesi è uno
dei punti fondamentali di ogni discussione: non ci deve essere nessun
futuro per i coloni in quel pezzo di terra.
«Gli
israeliani continuano a dire di metterci a discutere sui confini
provvisori», racconta ancora l’alto esponente palestinese, «mentre noi
ripetiamo a loro: “Ok, ma prima dobbiamo accordarci sul fatto che il
confine sarà quello esistente prima del 1967”».
Tu chiamali, se vuoi, colloqui.
Quei colloqui di pace “arrivati a un punto morto”: tra israeliani e palestinesi restano le divergenze
© Leonard Berberi
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