Il mio viaggio incredibilmente stimolante in Cisgiordania: echi del nostro movimento per i diritti civili

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 Di Jeff Cohen

29 agosto 2013
Mentre mi preparavo per un viaggio faticoso a Israele e in Cisgiordania, (occupata da 46 anni) con lo scopo di fare una inchiesta sui fatti , il Segretario di Stato John Kerry  annunciava che Israele e l’Autorità Palestinese si erano accordati per riprendere i colloqui di pace senza precondizioni.

Il giorno che la mia delegazione è andata in aereo nella zona, Israele annunciava che aveva approvato ancora altri alloggi per i coloni israeliani: “Israele ha reso note le offerte per la costruzione di quasi 1.200 unità abitative a Gerusalemme Est  e Cisgiordania occupate,” ha scritto il Financial Times, “sfidando l’opposizione degli Stati Uniti e della Palestina all’espansione degli insediamenti ebraici tre giorni prima dei programmati colloqui di pace.
E’ la stessa vecchia storia deprimente, in cui Israele mostra scarso interesse a fare la pace.
Quindi, prima di passare a quello che è sorprendente e stimolante in Cisgiordania, ammettiamo le brutte notizie: i Palestinesi vengono lentamente buttati fuori dalle loro case, privati dell’acqua e dei loro oliveti vecchi di cento anni, umiliati quotidianamente dai coloni israeliani e dallo stato di Israele in violazione incessante dei loro diritti umani che peggiora dato che gran parte del mondo distoglie lo sguardo.
Ecco però le buone notizie: in tutta la  Cisgiordania, l’occupazione di Israele ha dato origine in anni recenti a un movimento di “resistenza popolare” non violenta che dovrebbe essere di ispirazione alle persone  di tutto il mondo. Questa resistenza non armata è continuata a dispetto della violenza di stato israeliana (aiutata dalle armi e dai gas lacrimogeni che gli forniscono gli Stati Uniti), lunghe condanne in prigione per i dimostranti non violenti e diffusa detenzione e violenza sui bambini.
E’ stata una cosa appropriata ritornare negli Stati Uniti per il 50° anniversario della Marcia su Washington del1963 perché Martin Luther King Jr. e la sua eredità di non violenza militante sono state invocate dagli attivisti palestinesi praticamente in ogni  villaggio e città che ho visitato in quanto membro della delegazione che indaga sui fatti.
Come King, i capi della resistenza popolare palestinese – dagli intellettuali ai comuni abitanti dei villaggi che erano statti ripetutamente messi in carcere – ci parlavano dei diritti umani universali, di una famiglia umana in cui tutti meritano uguali diritti indipendentemente dalla religione o nazionalità. “Siamo contro l’occupazione, non contro gli ebrei,” era quello che ripetevano gli attivisti palestinesi. Abbiamo molto ebrei e israeliani che ci appoggiano.”
Era davvero stimolante incontrare parecchi dei coraggiosi israeliani che hanno sostenuto la resistenza non violenta, mettendosi spesso in prima fila nelle dimostrazioni (le loro condanne da scontare in carcere sono minori rispetto a quelle date ai palestinesi). Essi sono in effetti   un piccola minoranza  del tutto  ostracizzata all’interno di Israele – una società che oggi sembra così paranoica e militarista quanto la nostra spocietà durante gli anni  ’50 di MacArthur.
NABI SALEH – In questo villaggio vicino a Ramallah dove si sono infilati a forza  i coloni, un capo della resistenza popolare locale si esprimeva in modo poetico parlando degli israeliani che hanno appoggiato la loro lotta: “Dopo aver cominciato la resistenza popolare nel 2009, abbiamo visto un tipo diverso di israeliano, il nostro socio. Li vediamo come cugini – un’idea diversa rispetto a quella del soldato che ci spara, o del colono che ci ruba, o del secondino che ci chiude la porta della cella.” La storia di Nabi Saleh è stata raccontata in modo coinvolgente in un articolo atipico di Ben Ehrenreich, sul New York Times Magazine, “E’ da questo che inizierà la Terza Intifada?”
“Non è facile essere non violenti, ma nessun soldato è stato ucciso da un sasso.,” ha detto la leader attivista Manal Temimi. “Vogliamo dimostrare al mondo che non siamo terroristi. Sulla CCN, su Fox News siamo sempre terroristi, attentatori suicidi. Sono andata negli Stati Uniti; non si sente mai parlare di coloni che attaccano i palestinesi.”
Mentre lasciavamo la sua casa, Manal ha aggiunto: “E’ necessario che siate i nostri messaggeri perché i soldi delle vostre tasse ci stanno uccidendo. Voi siete nostri fratelli nell’umanità, ma fate parte delle uccisioni.”
Come i nostri martiri per i diritti civili del 1964 in Mississippi – Schwerner, Cheney e Goodman – Nabi Saleh onora i suoi martiri: Mustafa Tamini e Rushdi Tamini.
BIL’IN: Se avete visto il documentario candidato all’Oscar 2013, “5 telecamere rotte”, allora conoscete la battaglia durata sette anni e in parte riuscita  che hanno condotto gli abitanti del villaggio di Bil’in per respingere la costruzione del muro di separazione voluto da Israele (altrimenti detto il muro dell’apartheid) che è stato eretto per confiscare circa il 60% della loro  terra, separando i coltivatori dai loro campi e dai loro alberi di ulivo. E’ una storia stimolante spinge di non violenza coraggiosa; attivisti e internazionali (e israeliani)  sono affluiti in gran numero per dare sostegno alla resistenza degli abitanti del villaggio.
Gli “internazionali” che vivono in Cisgiordania e che sono sempre in prima linea per appoggiare le lotte palestinesi non violente, mi ricordano gli studenti statunitensi e altri che “si sono diretti a sud” negli anni ’60 per appoggiare il movimento dei diritti civili.
Abbiamo passato la notte nelle case dei residenti di Bil’in. Iyad Burnat, il fratello del regista di “5 telecamere rotte, Emad Burnat, ha parlato con noi fino a dopo mezzanotte sull’importanza della copertura che danno i media agli avvenimenti, all’appoggio internazionale, alle tattiche creative, a sorpresa, in un movimento non violento di successo (per esempio, usare i loro corpi per chiudere una  strada destinata soltanto agli israeliani). A Bil’in non usiamo pietre, i soldati israeliani  usano i bambini  che le tirano per attaccare la nostra gente.”
Iyad è uno dei molti palestinesi che abbiamo incontrato che si adiravano per la loro mancanza di mobilità ora che le loro comunità sono circondate dal muro, dagli insediamenti, dai posti di controllo e dalle autostrade usate soltanto dagli israeliani “E’ più facile per me andare negli Stati Uniti o nel Regno Unito, che a  Gerusalemme, che è a 25 chilometri da qui.”
Come i nostri martiri  di Selma – Jimmy Lee Jackson, Rev. James Reeb and Viola Liuzzo – Bil’in ha i suoi martiri  non violenti: Bassem Ibrahim Abu Rahmah and Jawaher Abu Rahmah.
GERUSALEMME EST: uno dei film più potenti ed evocativi su Israele/Palestina, è il documentario di 25 minuti “Il mio quartiere” che presenta l’ebraizzazione di Gerusalemme Est concentrando l’attenzione su una famiglia palestinese che affronta lo sfratto dalla sua casa dopo 47 anni nel quartiere di classe media di Sheikh Jarrah. Ci siamo seduti con le “stelle” del film, la famiglia al-Kurd, fuori dalla parte di casa dove abitano ancora. Cosa assurda, i coloni  ebrei, zelanti e aggressivi, occupano la parte anteriore della casa. Mentre ci avvicinavamo, ho visto di sfuggita i coloni dietro la loro bandiera israeliana. *
Maysa al-Kurd e sua madre che ha 94 anni ci hanno detto di aver vissuto nella loro casa di Gerusalemme est fino dal 1956, essendo state costrette a scappare dalla loro casa di Haifa durante  la “Guerra di indipendenza” del 1948. I coloni usano ora l’intimidazione nella speranza di costringerli a fuggire di nuovo. Avendo metà della loro casa, la famiglia al-Kurd è più fortunata di tantissime altre famiglie di Sheikh Jarrah che sono state cacciate completamente dal quartiere. (Molti palestinesi sono stati profughi due o tre volte di seguito).
Con l’aiuto dei degli attivisti israeliani e internazionali, la famiglia al-Kurd ha lottato per  anni per vivere in pace e con dignità in quello che resta della sua casa. Se guardate il documentario “My Neighborhood”, vedrete il nipote Mohammed, allora in II media, che annuncia che vuole fare l’avvocato o il giornalista che combatte per i diritti umani, quando sarà grande. Due anni dopo, crede ancora in quel sogno.
Maysa al-Kurd ci ha chiesto di raccontare la storia della sua famiglia al presidente Obama- e se non possiamo contattarlo, di raccontare la storia sui media sociali. Vuole chiedere a Obama “se sarebbe accettabile per lui che i suoi figli venissero maltrattai nella loro casa; se non  è accettabile per i suoi figli, allora non dovrebbe stare zitto” quando i bambini palestinesi soffrono.
LE COLLINE DI HEBRON: verso la fine del nostro giro della Cisgiordania, abbiamo visitato il villaggio di Al Tuwani sulle colline di Hebron sud, assediato ma indomito, dove gli israeliani con la mentalità espansionistica (“Dio ci ha dato questa terra”) degli insediamenti vicini hanno terrorizzato il villaggio e sabotato la i loro campi e l’acqua.  Per “mancanza del permesso di costruire” i soldati israeliani hanno demolito la scuola locale e la moschea. Mi ha colpito il fatto che essere palestinesi in alcune di queste località remote, era simile a essere persone di  colore nelle zone rurali  del Mississippi negli anni ’50, quando si affrontavano intimidazioni continue da parte dei Klansmen senza legge (come questi coloni armati e talvolta mascherati) appoggiati dal potere dello stato.
Al Tuwani, però, ha resistito, con le donne che hanno assunto nuovi ruoli nel sostenere l’economia del villaggio, dove giovani attivisti italiani per la solidarietà (Operation Dove – Operazione Colomba),  accompagnano gli uomini nei campi, come “presenza protettiva ” e video registrano qualsiasi scontro e dove gli avvocati israeliani per i diritti umani difendono il loro diritto di ricostruire la loro comunità.
Una donna capo di un villaggio ci ha chiesto, come tanti palestinesi,  di tornare a casa e di contestare il ritratto che fanno i media dei palestinesi come terroristi: “Avete visto la vera Palestina, non quello che vedete nei mezzi di informazione….Dite la verità al mondo.
Mentre è stato stimolante  vedere che in tutta la Cisgiordania continuano a esserci gruppi di  “resistenza popolare” non violenta, mi sono vergognato  e arrabbiato in quanto ebreo, a sentire i palestinesi che documentavano l’inarrestabile spinta da parte dello “stato ebraico” di giudaizzare Gerusalemme Est, minacciando  e umiliando gli abitanti della Cisgiordania fino a costringerli ad abbandonare le loro città, cittadine e villaggi. Dovunque siamo andati, abbiamo sentito lagnanze circa le difficoltà quotidiane – i posti di controllo, le autostrade fruibili soltanto dagli  israeliani.le strade palestinesi bloccate, e come i percorsi in macchina per andare a scuola o al lavoro o dai vicini, per i quali si impiegavano  15 minuti,  ora richiedono varie ore.
Vedendo questi “fatti reali” ho continuato a chiedermi NON “Perché molti palestinesi si sono dati alla violenza e al terrorismo?   – ma, invece, “Perché così pochi?”
Non sono il primo o il solo a pensare quello che ho pensato. In un momento di candore nel 1998, il politico israeliano aggressivo, Ehud Barak, ha ammesso, parlando con l’inviato di Haaretz, Gideon Levy: se fossi un giovane palestinese dell’età giusta, alla fine entrerei in una delle organizzazioni terroriste.” (Barak non è stato punito per il suo candore – gli Israeliani lo hanno eletto primo ministro un anno dopo).
Sebbene abbiamo tentato con molta forza,  è stato difficile trovare un solo palestinese (o un attivista israeliano per la pace e la giustizia) che avesse molta speranza nel processo di pace guidato da Kerry; temono che i colloqui saranno di nuovo un pretesto per la ininterrotta espansione di Israele in terra palestinese. Ci è stato ripetutamente ricordato che all’inizio del “Processo di pace” di Oslo nel 1993, c’erano circa 260.000 coloni israeliani che vivevano in Cisgiordania e a Gerusalemme est – e quel numero è arrivato a 365.000 quando questo processo è andato in pezzi 7 anni dopo. Oggi ci sono oltre 525.000 coloni.
Dovunque si viaggi in Cisgiordania, si possono vedere villaggi palestinesi sulle colline  o nelle valli – e insediamenti israeliani più recenti, scintillanti in cima alle colline sovrastanti, sorprendentemente verdi grazie all’acqua abbondante che vi è stata dirottata. Si dice che durante i colloqui di Oslo, l’allora ministro degli Esteri, Ariel Sharon abbia detto a un partito di destra di “concorrere e di acchiappare il maggior numero possibile di cime di colline per ampliare gli insediamenti.”
Anche molti appartenenti alla resistenza palestinese non violenta hanno poca fiducia nell’Autorità Palestinese – considerata variamente  come debole, corrotta, “un’Autorità senza autorità,” e  socio meno anziano nell’amministrazione dell’occupazione. “Noi vogliamo una Terza Intifada, l’Autorità Palestinese vuole impedirla,” mi ha detto un attivista.
Loro sperano di diffondere la resistenza popolare all’interno della Palestina e di guadagnare appoggio internazionale. Ce lo hanno detto ripetutamente: sena pressione esterna su Israele, non ci sarà fine all’occupazione e non ci sarà alcuna giustizia. Questo è il motivo per cui ogni attivista palestinese non violento ci esortava ad appoggiare il boicottaggio ad Israele mirato a porre fine all’occupazione – ed essi sottolineavano che boicottare è una tattica sommamente non violenta.
Tutti hanno fatto un parallelo con il riuscito boicottaggio internazionale che ha costretto il regime di apartheid in Sudafrica al tavolo di negoziati. E alcuni hanno citato un’altra azione di  successo: il boicottaggio degli autobus di Montgomery, in Alabama,  condotto da Martin Luther King.

*(Guardate il documentario su: http://www.justvision.org/myneighbourhood/watch)
Nella foto: una scuola in un villaggio sulle colline di Hebron

Jeff Cohen ha fatto un viaggio in Israele e in Palestina come membro di una delegazione sponsorizzata dai Costruttori di pace di varie religioni  e del Comitato di servizio degli amici americani, ma le idee espresse qui sono soltanto sue. Dirige il Park Center per i media indipendenti all’Università di Ithaca, dove è Professore associato  di giornalismo. Ha dato vita nel 1986 all’organizzazione per il controllo dei media, FAIR e ha fondato con altri il gruppo di attivismo on line RootsAction.org nel 2011.
 
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte:http://www.zcommunications.org/my-surprisingly-inspiring-trip-to-the-west-bank-echoes-of-our-civil-rights-movement-by-jeff-cohen
Originale: CNN.com
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

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