
Compromesso amaro per gli abitanti della Firing Zone 918
I
palestinesi hanno guadagnato tempo ma sull'esito del processo di
mediazione c'è molta incertezza. Questa strada era già stata battuta
invano tra il 2002 e il 2005
di Sonia Grieco
Gerusalemme, 3 settembre 2013, Nena News -
Gli israeliani dovranno cercare un compromesso con i palestinesi sul
piano di sgombero della Firing Zone 918, che prevede l'espulsione degli
abitanti di otto dei dodici villaggi sulle colline a sud di Hebron,
ricaduti all'interno della zona militare per le esercitazioni delle
Forze di difesa israeliane (IDF). È dunque la mediazione la strada
scelta dalla Corte Suprema israeliana, presieduta da Asher Grunis, per
tentare di mettere fine a una battaglia giudiziaria che va avanti da
circa 15 anni e che riguarda la vita di oltre mille persone. Il
mediatore proposto dal tribunale è il giudice Yitzhak Zamir. La difesa
ha già accettato la decisione della Corte, mentre lo Stato può farlo
fino al 7 ottobre.
I
palestinesi hanno guadagnato tempo, ma sull'esito del processo di
mediazione c'è molta incertezza. Questa strada era già stata battuta tra
il 2002 e il 2005 senza risultati: infatti, affinché la proposta di
compromesso sia valida, ci vuole l'accordo di entrambe le parti,
altrimenti il caso torna in aula. È comunque un segnale positivo per gli
abitanti dei villaggi minacciati dallo sgombero: sembra infatti che il
tribunale abbia preferito non decidere, mettendo così un po' di
pressione sullo Stato.
Secondo
l'avvocato Shlomo Lecker, gli argomenti dello Stato non avrebbero
convinto pienamente i giudici che, in questo modo, hanno esortato
Israele a modificare i suoi piani.
Che
sia questa o meno la ragione alla base di questa decisione, il governo
di Tel Aviv è in effetti sotto pressione anche da parte di alcuni
intellettuali israeliani e non, oltre che di diverse organizzazioni per
il rispetto dei diritti umani: proseguono petizioni, campagne
mediatiche, marce di protesta per fermare le espulsioni delle povere
comunità pastorali e contadine che vivono nelle colline da generazioni.
Poco prima dell'udienza del 2 settembre, scrittori da tutto il mondo
hanno aderito alla petizione sottoscritta da 24 autori israeliani. Tra i
nuovi firmatari ci sono i premi Nobel J. M. Coetzee, Mario Vargas
Llosa, Herta Mueller, Orhan Pamuk, oltre a Julian Barnes, John Le Carre,
Michael Chabon, Junot Diaz, Dave Eggers, Neil Gaiman, Nathan Englander,
Aleksandar Hemon, Yann Martel, Colum McCann, Ian McEwan e Philip Roth.
Le
campagne internazionali per difendere gli abitanti dei villaggi di
Tuba, al-Mufaqarah, Isfey, Maghayir al Abeed, al-Majaz, at-Tabban,
al-Fakheit, Halaweh, Mirkez, Jinba, Kharoubeh e Sarura hanno attirato
l'attenzione su questo fazzoletto di terra che i palestinesi chiamano
Masafer Yatta e ricade in Area C, cioè sotto controllo israeliano, dove i
palestinesi vivono sotto occupazione: non è garantito l'accesso ai
servizi di base, non è praticamente permesso costruire considerato che
nel 94,5% dei casi l'Amministrazione Civile israeliana non rilascia
concessioni edilizie ai palestinesi, gli insediamenti israeliani
illegali circondano questi antichi villaggi. "Parliamo di circa mille
persone, 170 famiglie che vivono in grotte o a fianco a queste, oppure
su terreni che gli appartenevano ai loro antenati", ha spiegato Tamar
Feldman, consulente legale dell'Associazione per i diritti civili in
Israele, al quotidiano Haaretz, "chiedono una semplice cosa: restare a
vivere nei loro villaggi".
Il
piano di sgombero rientra in una più ampia politica di annessione dei
Territori, che però necessita che queste aree (la Firing Zone si trova
al confine ufficiale tra Cisgiordania e Israele) siano prima "liberate"
dai palestinesi. Di solito invocando ragioni di sicurezza, come accaduto
appunto per la Firing Zone 918. Nel 2006, dopo la guerra con il Libano,
Tel Aviv giustificò il mantenimento di questa zona militare chiusa con
la necessità di aumentare le esercitazioni per fare fronte al costante
pericolo che minaccia lo Stato di Israele. Le colline sarebbero un
terreno ideale per la loro stessa conformazione e, per di più, ci
sarebbe un risparmio di tempo e di denaro, hanno spiegato i legali dello
Stato nella risposta a due mozioni presentate dai palestinesi alla
Corte Suprema per chiedere l'annullamento dell'evacuazione dei villaggi.
Inoltre,
lo scorso luglio gli israeliani, su istruzione del ministero della
Difesa, hanno presentato una notifica in cui sostengono che gli abitanti
della zona non siano in realtà residenti permanenti e che non c'erano
prima dell'istituzione della zona militare. La Corte ha accettato le
argomentazioni dello Stato e ha acconsentito all'espulsione dei
residenti che hanno presentato ricorso.
Il
braccio di ferro giudiziario va avanti da oltre un decennio, ma la
questione della Firing Zone è iniziata negli anni Settanta, quando la
zona è stata dichiarata area di esercitazione per le Forze armate
israeliane. Nel 1999 furono espulsi tutti i residenti palestinesi e le
loro proprietà furono demolite. Gli abitanti ricorsero alla Corte
Suprema che nel 2000, con una ingiunzione temporanea, stabilì che
avrebbero potuto fare ritorno alle proprie case, vietandone l'espulsione
fino ad una decisione definitiva dell'Alta Corte. Dei dodici villaggi
dell'area, quattro, quelli a nord-ovest vicino alle colonie, sono stati
esclusi di recente dal piano di sgombero forzato. La battaglia legale è
proseguita a colpi di ricorsi e petizioni, mentre associazioni,
intellettuali, ong si mobilitavano per denunciare il sopruso nei
confronti di povere comunità che vivono di pastorizia e agricoltura su
terre che appartenevano ai loro avi, prima che nascesse lo Stato di
Israele. Nena News
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