FMI: l'economia palestinese non reggerà
Nel
2013, la crescita interna non supererà il +5%, contro il 12,2 % del
2011 e il 5,9 del 2012: un risultato negativo che l'FMI imputa al calo
drastico dei finanziamenti esteri - principale fonte di entrata
economica per il governo di Ramallah (il 75% del totale), ma mai così
bassi dal 2000 -, alle "persistenti" restrizioni israeliane e ad una
situazione politica incerta. Ad una minore crescita si accompagna, di
conseguenza, un calo significativo del tasso di occupazione: a
preoccupare è soprattutto il tasso di disoccupazione giovanile, salito
al 28%.
A
soffocare l'Autorità Palestinese è un buco nel budget da mezzo miliardo
di dollari, che secondo l'FMI in pochi anni potrebbe rendere
"insostenibile" la gestione della finanza pubblica, anche a causa della
mancanza di riforme economiche chiare. Insomma, secondo l'istituto,
l'ANP non ha tagliato abbastanza le spese interne (salari dei dipendenti
pubblici, pensioni, servizi sanitari), non ha investito quanto doveva e
resta strettamente dipendente dai finanziatori esteri.
Tutti
fattori profondamente interconnessi alle politiche di occupazione che
annichilendo il settore privato (industriale ed agricolo) hanno
costretto l'ANP ad utilizzare il settore pubblico come vero e proprio
ammortizzatore sociale, assorbendo grandi fette di disoccupazione
(153mila gli impiegati pubblici solo in Cisgiordania). La questione si
apre ad una più approfondita analisi economica del conflitto. Dal 1967
ad oggi Israele ha depresso l'economia palestinese, rendendola
completamente dipendente dalla propria: "Dall'inizio dell'occupazione
militare israeliana, Tel Aviv ha implementato una serie di politiche
volte a controllare l'economia interna dei Territori Occupati - ci
spiega Basel Natsheh, professore di economia alla Hebron University -
Quella palestinese è un'economia tradizionalmente rurale, per cui
Israele ha agito da una parte attraverso la confisca delle terre
agricole e creando ostacoli legali alle imprese private, e dall'altra
aprendo il mercato del lavoro israeliano ai lavoratori palestinesi.
Migliaia di palestinesi hanno dovuto abbandonare le terre per lavorare
in Israele e nelle colonie".
Le
conseguenze sono concretamente visibili nei supermercati palestinesi,
invasi dai prodotti israeliani, venduti a prezzi molto più bassi: "L'80%
di frutta e verdura proviene da Israele o dalle colonie. Ciò ha
provocato, a livello sociale e culturale, una convergenza negli stili di
vita israeliano e palestinese, e un'ulteriore spinta all'abbandono
della terra e della vita rurale".
La
situazione cambia con lo scoppio della Prima Intifada, nel 1987:
sorgono i primi checkpoint ed entrare in Israele come lavoratori diventa
sempre più complesso: "Se all'inizio della Prima Intifada erano circa
130mila i lavoratori palestinesi impiegati nel mercato del lavoro
israeliano - prosegue Natsheh - nel 1995, anno del Protocollo di Parigi,
sono solo 30mila. Per questo la neonata Autorità Palestinese cerca di
coprire il gap, facendo impennare il numero di dipendenti pubblici:
80mila nel 1996, un numero doppio rispetto alle reali necessità
dell'amministrazione, e 153mila nel 2013. Un tratto caratteristico della
politica economica interna: l'ANP pare ignorare la necessità di creare
un'economia di produzione e preferisce farsi sostenere dagli aiuti
internazionali, uccidendo definitivamente il mercato interno
palestinese".
Al
resto ha pensato Tel Aviv. Il Protocollo di Parigi, siglato dall'OLP e
dallo Stato di Israele, è stato da subito un boomerang per Ramallah: un
ulteriore strumento nelle mani delle autorità israeliane per tenere a
bada l'ANP e continuare a perpetrare l'occupazione economica dei
Territori.
"Innanzitutto,
si stabilisce che la moneta ufficiale in Cisgiordania e a Gaza resterà
lo shekel, la valuta israeliana - continua il professor Natsheh - Così
non solo Israele gode dei benefici derivanti dai consumi palestinesi, ma
i Territori vengono afflitti dal tasso di inflazione israeliano, pur
non vivendo nelle stesse condizioni economiche. Ad Israele, poi, viene
assegnata la gestione totale dei confini e quindi il controllo delle
importazioni e delle esportazioni palestinesi e la riscossione delle
tasse doganali".
Attraverso
il controllo del movimento delle merci, Israele impone anche le
attività produttive: le imprese palestinesi possono esportare in Israele
i propri prodotti solo se rispettano gli standard di qualità
israeliani, standard molto più rigidi di quelli europei, che nella
pratica chiudono le porte alla produzione palestinese. "Ed infine, le
tasse. Con il Protocollo di Parigi, Israele raccoglie le tasse dirette
ed indirette palestinesi (dalle bollette all'IVA fino ai contributi dei
lavoratori) e li gira in un secondo momento al governo di Ramallah. Uno
strumento di potere che, come abbiamo visto più volte, trasforma la
dipendenza economica in pressione politica".
Il
tutto all'interno del più ampio contesto dell'occupazione militare:
Israele sfrutta le risorse naturali palestinesi, l'acqua, le cave di
pietra, gli appezzamenti agricoli, togliendo dalle mani delle famiglie
palestinesi le tradizionali fonti di sostentamento. L'acqua viene
rivenduta loro a prezzi esorbitanti dalla compagnia israeliana Mekorot,
mentre le terre confiscate per la costruzione del Muro e delle colonie
diventano insediamenti agricoli gestiti esclusivamente da coloni
israeliani. Nena News
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