A 20 anni dalla firma degli accordi di Oslo, perchè sono falliti? di Michel Warschawski
15.09.2013
http://www.alterrnativenews.org/english/index.php/politics/opinions/7027-20-years-after-oslo-wht-did-it-fail
Quando l’OLP firmò la Dichiarazione dei Principi (DOP, basati sugli accordi raggiunti a Oslo), l’ Alternative Information Center si trovò sull’orlo di una spaccatura. Nonostante nessuno lo considerasse un buon accordo, molti membri dell’AIC (tra cui il sottoscritto) pensarono che fosse un compromesso che rifletteva la migliore soluzione possibile in quel momento e che non ci si doveva opporre a una decisione presa dalla leadership dell’OLP. Inoltre ritenevamo che una mobilitazione popolare avrebbe potuto migliorare i termini del trattato (non molto buono) e le sue condizioni.
di Michel Warschawski
La debolezza principale della Dichiarazione dei Principi era la chiara mancanza di un impegno per quanto riguardava lo status finale. D’altro canto però, la presenza di una tabella di marcia precisa e serrata sembrava garantire l’instaurarsi di una dinamica volta al proseguimento del processo avviato con gli accordi e che non ci sarebbe stata la possibilità di ritornare indietro. Quando Yitzhak Rabin iniziò a temporeggiare, annunciando che “non esistevano scadenze sacre”, anche i più ottimisti tra noi iniziarono a preoccuparsi. Anche negli aspetti simbolici la cattiva fede della leadership israeliana iniziò ad essere sempre più palese: la bandiera palestinese continuò ad essere considerata illegale tanto quanto l’OLP (il partner ufficiale dell’accordo) e i suoi componenti.
Avevano ragione coloro che consideravano gli accordi di Oslo come una manovra israeliana volta al mantenimento dell’occupazione coloniale spartendo il controllo della sicurezza e della gestione amministrativa (sanità, scuola, ecc.) con l’OLP?
La convinzione generale di Yitzhak Rabin, Shimon Peres e Yossi Beilin, come dei sostenitori degli accordi dell’OLP e del movimento solidale internazionale, consisteva nel credere che il contesto globale di decolonizzazione significasse necessariamente la fine dell’occupazione coloniale israeliana di Gerusalemme, della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle Alture del Golan. La convinzione di coloro che si opponevano ad Oslo, invece, era che l’offensiva militare americana in Iraq, la sconfitta di Saddam Hussein e il sostegno di Yasser Arafat per la fazione perdente significava che Washington aveva il potere di imporre la capitolazione dei palestinesi.
Si può discutere all’infinito circa i relativi guadagni e perdite implicati nel compromesso di Oslo. Questa discussione ha ormai perso di significato: prima che uno stato palestinese nascesse nei territori occupati da Israele nel 1967, il contesto globale cambiò radicalmente. L’Unione Sovietica crollò e assistemmo alla vittoria dei neo-conservatori e alla loro strategia di una nuova guerra globale per la ricolonizzazione del mondo, particolarmente del Medio Oriente.
Il tempo della decolonizzazione era finito
Post factum si può affermare che chi si era opposto agli accordi di Oslo quantomeno aveva ragione: 20 anni dopo la DOP, nessun stato Palestinese indipendente e sovrano è stato creato, anche se oggi la Palestina è stata riconosciuta dall’Unesco e ha ricevuto lo status di stato osservatore presso l’ Assemblea Generale dell’ONU e la comunità internazionale chiama Mahmud Abbas “Signor Presidente”.
Lo storico punto di svolta che segnò la fine degli accordi di Oslo fu nell’anno 2000. Fu l’inizio della riconquista dei Territori Palestinesi guidata da Ehud Barak e Ariel Sharon, come parte della guerra globale di ricolonizzazione portata avanti dei neo-con, e fu la fine del processo di costituzione di uno stato palestinese indipendente. Oggi i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza si autofinanziano e amministrano (con l’aiuto della comunità internazionale) il loro malessere. Possiedono inoltre delle proprie forze armate addestrate a reprimere ogni tentativo di fronteggiare l’occupazione coloniale israeliana. Col senno di poi si può dire che gli accordi di Oslo furono un’ottima mossa a favore del colonialismo israeliano.
(tradotto da AIC Italia/Palestina Rossa)
2
Oslo ha fallito, Viva Oslo!
La debolezza principale della Dichiarazione dei Principi era la chiara mancanza di un impegno per quanto riguardava lo status finale. D’altro canto però, la presenza di una tabella di marcia precisa e serrata sembrava garantire l’instaurarsi di una dinamica volta al proseguimento del processo avviato con gli accordi e che non ci sarebbe stata la possibilità di ritornare indietro. Quando Yitzhak Rabin iniziò a temporeggiare, annunciando che “non esistevano scadenze sacre”, anche i più ottimisti tra noi iniziarono a preoccuparsi. Anche negli aspetti simbolici la cattiva fede della leadership israeliana iniziò ad essere sempre più palese: la bandiera palestinese continuò ad essere considerata illegale tanto quanto l’OLP (il partner ufficiale dell’accordo) e i suoi componenti.
Avevano ragione coloro che consideravano gli accordi di Oslo come una manovra israeliana volta al mantenimento dell’occupazione coloniale spartendo il controllo della sicurezza e della gestione amministrativa (sanità, scuola, ecc.) con l’OLP?
La convinzione generale di Yitzhak Rabin, Shimon Peres e Yossi Beilin, come dei sostenitori degli accordi dell’OLP e del movimento solidale internazionale, consisteva nel credere che il contesto globale di decolonizzazione significasse necessariamente la fine dell’occupazione coloniale israeliana di Gerusalemme, della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle Alture del Golan. La convinzione di coloro che si opponevano ad Oslo, invece, era che l’offensiva militare americana in Iraq, la sconfitta di Saddam Hussein e il sostegno di Yasser Arafat per la fazione perdente significava che Washington aveva il potere di imporre la capitolazione dei palestinesi.
Si può discutere all’infinito circa i relativi guadagni e perdite implicati nel compromesso di Oslo. Questa discussione ha ormai perso di significato: prima che uno stato palestinese nascesse nei territori occupati da Israele nel 1967, il contesto globale cambiò radicalmente. L’Unione Sovietica crollò e assistemmo alla vittoria dei neo-conservatori e alla loro strategia di una nuova guerra globale per la ricolonizzazione del mondo, particolarmente del Medio Oriente.
Il tempo della decolonizzazione era finito
Post factum si può affermare che chi si era opposto agli accordi di Oslo quantomeno aveva ragione: 20 anni dopo la DOP, nessun stato Palestinese indipendente e sovrano è stato creato, anche se oggi la Palestina è stata riconosciuta dall’Unesco e ha ricevuto lo status di stato osservatore presso l’ Assemblea Generale dell’ONU e la comunità internazionale chiama Mahmud Abbas “Signor Presidente”.
Lo storico punto di svolta che segnò la fine degli accordi di Oslo fu nell’anno 2000. Fu l’inizio della riconquista dei Territori Palestinesi guidata da Ehud Barak e Ariel Sharon, come parte della guerra globale di ricolonizzazione portata avanti dei neo-con, e fu la fine del processo di costituzione di uno stato palestinese indipendente. Oggi i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza si autofinanziano e amministrano (con l’aiuto della comunità internazionale) il loro malessere. Possiedono inoltre delle proprie forze armate addestrate a reprimere ogni tentativo di fronteggiare l’occupazione coloniale israeliana. Col senno di poi si può dire che gli accordi di Oslo furono un’ottima mossa a favore del colonialismo israeliano.
(tradotto da AIC Italia/Palestina Rossa)
2
Oslo ha fallito, Viva Oslo!
A
settembre cade il ventesimo anniversario degli Accordi di Oslo. Gli
Accordi di Oslo rappresentano il più esaustivo primo passo ad oggi
tentato nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese, culminati
con la famosa stretta di mano tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin nel
prato della Casa Bianca sotto lo sguardo fiero di Bill Clinton il 13
settembre 1993.
di Nassar Ibrahim, AIC & OPGAI
La
durata prevista di questo accordo provvisorio era di 5 anni, durante i
quali israeliani e palestinesi avrebbero dovuto proseguire i negoziati
per la risoluzione dei punti più controversi del conflitto: le colonie,
lo status di Gerusalemme e il diritto al ritorno dei rifugiati
palestinesi. Se da un lato gli accordi hanno gettato le basi per
l’auto-governo palestinese tramite l’Autorità Nazionale Palestinese
(ANP), d’altro canto non hanno offerto nessuna garanzia per la futura
creazione di uno stato, di indipendenza e sovranità.
Due decenni sono
passati e nessuna iniziativa significativa è stata intrapresa per
assicurare l’attuazione delle presunte intenzioni degli accordi. Peggio
ancora per i palestinesi, a cui è stata attribuita chiaramente e
pubblicamente la responsabilità per il successivo fallimento dei
negoziati, alimentando il mito che Israele non ha un partner per la
pace.
In realtà, il vero fallimento di Oslo nel portare avanti un processo di pace esauriente e completo ha la sua origine nelle sue basi stesse, particolarmente negli intenti ipocriti dei suoi due principali attori: Israele e Stati Uniti.
Gli Accordi di Oslo dovevano essere la prosecuzione della road map per la pace concepita durante la Conferenza di Madrid del 1991, un anno particolare, segnato dalla crescente instabilità globale e regionale e da un significativo indebolimento della fazione palestinese. Con il venir meno dell’URSS, uno dei principali sostenitori della Palestina, l’instabilità risultante dagli eventi della prima Guerra del Golfo e l’esaurirsi della Prima Intifada, la Palestina si era ritrovata con pochi e indeboliti alleati e affaticata da quattro anni di combattimenti e di brutale repressione da parte dei soldati israeliani in Cisgiordania, Gerusalemme e Striscia di Gaza.
Sarebbe ingenuo quindi credere che sia stata una mera coincidenza che gli Stati Uniti abbiano ritenuto che quello fosse il momento opportuno per affermare la loro crescente egemonia globale mettendosi alla guida di un presunto nuovo e dinamico processo di pace israelo-palestinese.
Oslo, come già precedentemente la Conferenza di Madrid, si basava sulla precondizione di un mancato equilibrio di potere tra le parti negoziatrici; con una parte, quella dei vincitori, che pone le condizioni ed esige delle concessioni dagli sconfitti. Inoltre il processo di Oslo si allontanò molto dall’approccio avuto nei primi stadi del negoziato, insistendo sul processo politico di scambio e precondizioni ben esplicitato dallo slogan spesso sentito: “terra in cambio di pace”, piuttosto che operare all’interno del diritto internazionale e delle esistenti risoluzioni dell’ONU.
Inoltre, siccome gli accordi furono previsti come un processo dalla durata limitata, poca importanza venne stata data ad alcune questioni chiave del conflitto, come le colonie, lo status di Gerusalemme e i rifugiati, l’acqua e l’economia. Con l’accantonamento di questi punti, non c’era nessun incentivo o dinamica che potesse assicurare il rispetto del diritto internazionale da parte dello stato di Israele. Al contrario, Israele colse l’opportunità di sfruttare la natura temporanea degli accordi per porre la controparte di fronte al fatto compiuto, creando nuove e vantaggiose realtà da cui partire in un futuro processo di pace. Vista l’enorme importanza che da sempre Israele da alla questione della sicurezza, la creazione dell’ANP gli permise di sfruttare le nuove forze di sicurezza e l’intelligence palestinesi per i propri fini.
Per quanto riguarda i palestinesi, la decisione di prender parte ai negoziati fu fortemente contestata e fu la base delle debilitanti divisioni politiche ancora oggi esistenti, con Fatah e il Partito del Popolo Palestinese (PPP) a favore degli accordi, e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP), Hamas e il Jihad Islamico Palestinese apertamente contrari. Queste divisioni, unite a una rappresentanza marginale dei partiti politici palestinesi, indebolirono ulteriormente la posizione dei palestinesi durante i negoziati e misero in discussione la loro legittimità di rappresentanti della maggioranza della popolazione palestinese.
In contrasto con la mancanza di incentivi offerti a Israele per il rispetto del diritto internazionale, gli Stati Uniti fecero molte proposte economiche allettanti ai palestinesi in cambio di concessioni politiche. Queste promesse di sviluppo economico non solo furono alla base di numerosi accordi e protocolli, servirono anche a zittire i palestinesi sulle questioni più controverse.
A seguito della ratifica delle concessioni previste negli accordi, i palestinesi si trovarono in una posizione peggiore rispetto a quando avevano iniziato i colloqui, con una Gerusalemme sempre più isolata, un’ininterrotta espansione delle colonie e crescenti divisioni politiche interne. Quest’apparente fallimento del processo di pace di Oslo fu uno dei principali fattori dello scoppio della Seconda Intifada nel settembre del 2000.
Alla luce del palese insuccesso degli Accordi di Oslo, gli odierni colloqui di pace, di nuovo con gli Stati Uniti come mediatori, e di nuovo basati sulle stesse precarie fondamenta e su tattiche discutibili, continuando ad ignorare il nocciolo della questione a ad aggirare il diritto internazionale e le risoluzioni ONU. C’è poca speranza che questi colloqui riescano là dove Oslo ha fallito. Fino a quando gli Stati Uniti continueranno a sostenere sfacciatamente gli interessi israeliani a scapito dei diritti dei palestinesi, il loro ruolo da mediatori non sarà altro che inutile. E fino a quando Israele continuerà i negoziati ponendosi come una potenza dominante invece che comportarsi da pari, continuerà a pagare il prezzo di essere una potenza occupante.
Una pace giusta e durevole non sarà raggiungibile se le parti dominanti continueranno a esercitare il loro potere al tavolo dei negoziati. Attualmente non si può credere che gli Stati Uniti agiscano obiettivamente, per tanto, affinché ci sia un po’ di speranza per i futuri colloqui, altre parti, come la Russia, gli stati arabi e l’Unione Europea, devono entrare in gioco ignorando la pressione americana e tornare ai loro ruoli tradizionali di controllori degli equilibri in campo, in modo da assicurare che gli interessi di entrambe le parti vengano presi in considerazione e valutati equamente.
In un contesto del genere, il potenziale di successo sta nell’asserire che il primo passo verso un accordo giusto e completo deve essere prima di tutto e prioritariamente basato sul diritto internazionale. Israele deve essere resa consapevole del fatto che il diritto internazionale e le pertinenti risoluzioni dell’ONU sono indipendenti e inviolabili e che l’osservanza di tali leggi non è in nessun modo condizionata dalla volontà dell’occupato di fare una concessione in cambio ai propri oppressori.
Da canto loro i palestinesi devono anche cambiare il loro approccio ai negoziati, prima di tutto elaborando delle strategie per una sincera e schietta unità politica e, in secondo luogo, divenendo consapevoli che tali colloqui non sono solo una questione diplomatica, ma un modo per resistere e cambiare l’equilibrio dei poteri in gioco. E ciò è vitale, perché il risultato finale di qualsiasi futuro accordo rifletterà l’equilibrio di potere creatosi durante i negoziati.
Visti l’attuale crisi economica, i continui sovvertimenti globali e il formarsi di nuovi centri di potere, è cruciale che i palestinesi colgano questa opportunità per creare nuove partnership e cooperazioni e elaborino strategie per sfruttare a proprio vantaggio questi cambiamenti.
(tradotto da AIC Italia
3
Dopo Oslo – cosa verrà in seguito?
In realtà, il vero fallimento di Oslo nel portare avanti un processo di pace esauriente e completo ha la sua origine nelle sue basi stesse, particolarmente negli intenti ipocriti dei suoi due principali attori: Israele e Stati Uniti.
Gli Accordi di Oslo dovevano essere la prosecuzione della road map per la pace concepita durante la Conferenza di Madrid del 1991, un anno particolare, segnato dalla crescente instabilità globale e regionale e da un significativo indebolimento della fazione palestinese. Con il venir meno dell’URSS, uno dei principali sostenitori della Palestina, l’instabilità risultante dagli eventi della prima Guerra del Golfo e l’esaurirsi della Prima Intifada, la Palestina si era ritrovata con pochi e indeboliti alleati e affaticata da quattro anni di combattimenti e di brutale repressione da parte dei soldati israeliani in Cisgiordania, Gerusalemme e Striscia di Gaza.
Sarebbe ingenuo quindi credere che sia stata una mera coincidenza che gli Stati Uniti abbiano ritenuto che quello fosse il momento opportuno per affermare la loro crescente egemonia globale mettendosi alla guida di un presunto nuovo e dinamico processo di pace israelo-palestinese.
Oslo, come già precedentemente la Conferenza di Madrid, si basava sulla precondizione di un mancato equilibrio di potere tra le parti negoziatrici; con una parte, quella dei vincitori, che pone le condizioni ed esige delle concessioni dagli sconfitti. Inoltre il processo di Oslo si allontanò molto dall’approccio avuto nei primi stadi del negoziato, insistendo sul processo politico di scambio e precondizioni ben esplicitato dallo slogan spesso sentito: “terra in cambio di pace”, piuttosto che operare all’interno del diritto internazionale e delle esistenti risoluzioni dell’ONU.
Inoltre, siccome gli accordi furono previsti come un processo dalla durata limitata, poca importanza venne stata data ad alcune questioni chiave del conflitto, come le colonie, lo status di Gerusalemme e i rifugiati, l’acqua e l’economia. Con l’accantonamento di questi punti, non c’era nessun incentivo o dinamica che potesse assicurare il rispetto del diritto internazionale da parte dello stato di Israele. Al contrario, Israele colse l’opportunità di sfruttare la natura temporanea degli accordi per porre la controparte di fronte al fatto compiuto, creando nuove e vantaggiose realtà da cui partire in un futuro processo di pace. Vista l’enorme importanza che da sempre Israele da alla questione della sicurezza, la creazione dell’ANP gli permise di sfruttare le nuove forze di sicurezza e l’intelligence palestinesi per i propri fini.
Per quanto riguarda i palestinesi, la decisione di prender parte ai negoziati fu fortemente contestata e fu la base delle debilitanti divisioni politiche ancora oggi esistenti, con Fatah e il Partito del Popolo Palestinese (PPP) a favore degli accordi, e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP), Hamas e il Jihad Islamico Palestinese apertamente contrari. Queste divisioni, unite a una rappresentanza marginale dei partiti politici palestinesi, indebolirono ulteriormente la posizione dei palestinesi durante i negoziati e misero in discussione la loro legittimità di rappresentanti della maggioranza della popolazione palestinese.
In contrasto con la mancanza di incentivi offerti a Israele per il rispetto del diritto internazionale, gli Stati Uniti fecero molte proposte economiche allettanti ai palestinesi in cambio di concessioni politiche. Queste promesse di sviluppo economico non solo furono alla base di numerosi accordi e protocolli, servirono anche a zittire i palestinesi sulle questioni più controverse.
A seguito della ratifica delle concessioni previste negli accordi, i palestinesi si trovarono in una posizione peggiore rispetto a quando avevano iniziato i colloqui, con una Gerusalemme sempre più isolata, un’ininterrotta espansione delle colonie e crescenti divisioni politiche interne. Quest’apparente fallimento del processo di pace di Oslo fu uno dei principali fattori dello scoppio della Seconda Intifada nel settembre del 2000.
Alla luce del palese insuccesso degli Accordi di Oslo, gli odierni colloqui di pace, di nuovo con gli Stati Uniti come mediatori, e di nuovo basati sulle stesse precarie fondamenta e su tattiche discutibili, continuando ad ignorare il nocciolo della questione a ad aggirare il diritto internazionale e le risoluzioni ONU. C’è poca speranza che questi colloqui riescano là dove Oslo ha fallito. Fino a quando gli Stati Uniti continueranno a sostenere sfacciatamente gli interessi israeliani a scapito dei diritti dei palestinesi, il loro ruolo da mediatori non sarà altro che inutile. E fino a quando Israele continuerà i negoziati ponendosi come una potenza dominante invece che comportarsi da pari, continuerà a pagare il prezzo di essere una potenza occupante.
Una pace giusta e durevole non sarà raggiungibile se le parti dominanti continueranno a esercitare il loro potere al tavolo dei negoziati. Attualmente non si può credere che gli Stati Uniti agiscano obiettivamente, per tanto, affinché ci sia un po’ di speranza per i futuri colloqui, altre parti, come la Russia, gli stati arabi e l’Unione Europea, devono entrare in gioco ignorando la pressione americana e tornare ai loro ruoli tradizionali di controllori degli equilibri in campo, in modo da assicurare che gli interessi di entrambe le parti vengano presi in considerazione e valutati equamente.
In un contesto del genere, il potenziale di successo sta nell’asserire che il primo passo verso un accordo giusto e completo deve essere prima di tutto e prioritariamente basato sul diritto internazionale. Israele deve essere resa consapevole del fatto che il diritto internazionale e le pertinenti risoluzioni dell’ONU sono indipendenti e inviolabili e che l’osservanza di tali leggi non è in nessun modo condizionata dalla volontà dell’occupato di fare una concessione in cambio ai propri oppressori.
Da canto loro i palestinesi devono anche cambiare il loro approccio ai negoziati, prima di tutto elaborando delle strategie per una sincera e schietta unità politica e, in secondo luogo, divenendo consapevoli che tali colloqui non sono solo una questione diplomatica, ma un modo per resistere e cambiare l’equilibrio dei poteri in gioco. E ciò è vitale, perché il risultato finale di qualsiasi futuro accordo rifletterà l’equilibrio di potere creatosi durante i negoziati.
Visti l’attuale crisi economica, i continui sovvertimenti globali e il formarsi di nuovi centri di potere, è cruciale che i palestinesi colgano questa opportunità per creare nuove partnership e cooperazioni e elaborino strategie per sfruttare a proprio vantaggio questi cambiamenti.
(tradotto da AIC Italia
3
AIC – Alternative Information Center17.09.2013http://www.alternativenews.org/english/index.php/politics/opinions/7036-after-oslo-what-next
Dopo Oslo – cosa verrà in seguito?
Nel
mio precedente articolo, ho ribadito ciò che (quasi) tutti sanno: “gli
accordi di Oslo sono morti”. La domanda ora è: cosa verrà dopo?
di Michel Warschawski
Per un crescente numero di attivisti, la risposta è “uno Stato comune”, come in Sud Africa. Tuttavia questa non può essere una risposta. Oslo fu una strategia, mentre “uno Stato” è un obiettivo. Pertanto la questione deve essere così formulata: di quale strategia alternativa si necessita per la liberazione della Palestina dopo il fiasco di Oslo?
Per un crescente numero di attivisti, la risposta è “uno Stato comune”, come in Sud Africa. Tuttavia questa non può essere una risposta. Oslo fu una strategia, mentre “uno Stato” è un obiettivo. Pertanto la questione deve essere così formulata: di quale strategia alternativa si necessita per la liberazione della Palestina dopo il fiasco di Oslo?
Supponiamo che la
situazione sia irreversibile e che nessuno Stato palestinese possa
formarsi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza; cosa implicherebbe
questo, in termini di strategia? Il contesto di Oslo ha suggerito una
soluzione per il breve periodo (più o meno un decennio) basata sulle
esistenti relazioni di forza internazionali, tra l’altro con una
leadership palestinese che godeva di un alto grado di legittimità e di
un forte movimento pacifista israeliano. Dopo 20 anni, molte di queste
condizioni non esistono più. In altre parole, sembra ci si trovi di
fronte ad un contesto globale di gran lunga peggiore, che si riflette
nella politica, apertamente negazionista, della leadership israeliana.
Appare abbastanza ovvio che, nell’attuale contesto dei rapporti di forza, i palestinesi non saranno in grado si raggiungere l’obiettivo imposto da Oslo (un compromesso territoriale con lo Stato di Israele per la creazione di uno Stato palestinese sul 22% della Palestina), allora non sarà possibile raggiungere "uno Stato", che implichi la distruzione del regime sionista e una grande sconfitta per l'imperialismo degli Stati Uniti.
In realtà, NESSUNA soluzione è tuttora iscritta sull’agenda, e ciò di cui si ha bisogno è una nuova strategia a lungo termine che combini la resistenza al processo di colonizzazione in corso e la creazione di nuovi legami di forza con lo Stato sionista. Parlare di lungo termine ovviamente significa affrontare l’evoluzione della rivoluzione araba e l’inevitabile declino dell’egemonia statunitense nella regione. Tale sviluppo a lungo periodo cambierà sicuramente la posizione di Israele (e forse la sua vera esistenza), così come il destino del movimento di liberazione della Palestina. Ma chi avrà il coraggio di prevedere come?
Inoltre, se il futuro implicasse una maggiore crisi dello Stato di Israele ci si aspetterebbe che, in modo automatico e come male minore, Israele accetterà il compromesso territoriale e la creazione di uno Stato palestinese in una parte della Palestina. In questo senso, è troppo presto dichiarare come defunta la possibilità di un Stato palestinese indipendente. Le sole dinamiche degli sforzi e delle complessive relazioni di forza forniranno la risposta.
Appare abbastanza ovvio che, nell’attuale contesto dei rapporti di forza, i palestinesi non saranno in grado si raggiungere l’obiettivo imposto da Oslo (un compromesso territoriale con lo Stato di Israele per la creazione di uno Stato palestinese sul 22% della Palestina), allora non sarà possibile raggiungere "uno Stato", che implichi la distruzione del regime sionista e una grande sconfitta per l'imperialismo degli Stati Uniti.
In realtà, NESSUNA soluzione è tuttora iscritta sull’agenda, e ciò di cui si ha bisogno è una nuova strategia a lungo termine che combini la resistenza al processo di colonizzazione in corso e la creazione di nuovi legami di forza con lo Stato sionista. Parlare di lungo termine ovviamente significa affrontare l’evoluzione della rivoluzione araba e l’inevitabile declino dell’egemonia statunitense nella regione. Tale sviluppo a lungo periodo cambierà sicuramente la posizione di Israele (e forse la sua vera esistenza), così come il destino del movimento di liberazione della Palestina. Ma chi avrà il coraggio di prevedere come?
Inoltre, se il futuro implicasse una maggiore crisi dello Stato di Israele ci si aspetterebbe che, in modo automatico e come male minore, Israele accetterà il compromesso territoriale e la creazione di uno Stato palestinese in una parte della Palestina. In questo senso, è troppo presto dichiarare come defunta la possibilità di un Stato palestinese indipendente. Le sole dinamiche degli sforzi e delle complessive relazioni di forza forniranno la risposta.
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