Siria : I dilemmi di un intervento
EDITORIALI
24/08/2013
ROBERTO TOSCANO
In Siria, la cosiddetta «comunità
internazionale» (a ben vedere, si tratta piuttosto di Usa e Ue) è forse
alle soglie di un intervento militare, ma mai come in questo caso
risulta evidente tutta la riluttanza dei Paesi che dovrebbero impegnare
uomini e risorse imbarcandosi in un’impresa militare dalle problematiche
motivazioni e soprattutto dalle imprevedibili conseguenze.
Lo strazio del popolo siriano viene
ormai da lontano, e le perdite umane hanno superato la quota centomila,
senza contare i milioni di profughi nei Paesi limitrofi. Perché non si è
fatto nulla finora, e perché invece una decisione di agire potrebbe
essere presa nei prossimi giorni?
La questione fondamentale si riferisce
all’uso delle armi chimiche, che già un anno fa era stato definito dal
presidente Obama come una «linea rossa» il cui attraversamento avrebbe
imposto una reazione di tipo militare. Le foto pubblicate negli ultimi
giorni non lasciano dubbi sulla quantità di vittime (per maggiore
strazio, anche tanti bambini) i cui corpi sono apparentemente intatti,
rafforzando il sospetto che siano morti come effetto dell’impiego di
armi chimiche. Il regime siriano, di cui è ben noto il possesso di
grandi depositi di questo tipo di armi e che sarebbe difficile
sospettare di scrupoli morali, nega di essere responsabile, e ritorce
l’accusa sui ribelli. Ma l’accusa è resa poco credibile dal fatto che le
forze anti-Assad non dispongono né di aerei né di missili, mentre le
armi chimiche non si possono impiegare senza questi vettori. Per quanto
riguarda il principale sospetto, d’altra parte, sorge un dubbio di
natura politica: possibile che, sapendo che proprio l’impiego delle armi
chimiche è stato individuato come possibile giustificazione di un
intervento, il governo di Assad (che fra l’altro ultimamente non sta
perdendo terreno militarmente, ma anzi appare in vantaggio rispetto ai
ribelli) abbia deciso di correre il rischio di impiegare contro civili
armi chimiche, fra l’altro a poca distanza dalla capitale, e anzi a
pochi chilometri da dove alloggiano gli ispettori inviati dalle Nazioni
Unite per indagare sulla denuncia di precedenti episodi di utilizzo di
armi chimiche?
Si impone quindi un immediato
chiarimento, senza aspettare i tempi lunghi che caratterizzano la
burocrazia Onu, e soprattutto senza tergiversazioni da parte del governo
siriano. L’intervento di Mosca, che ha esortato il suo alleato siriano a
collaborare immediatamente con l’indagine, rivela tutta la drammatica
urgenza della situazione.
Obama vede che ci si sta avvicinando
alla sua «linea rossa», eppure ieri mattina, in una sua intervista alla
Cnn, non ha fatto mistero delle sue esitazioni, quando ha detto che
bisogna stare molto attenti a non buttarsi a capofitto in situazioni
difficili impegnandosi in «interventi costosi» che potrebbero «aggravare
nella regione i risentimenti nei nostri confronti». Ancora più
esplicitamente, ha aggiunto: «Si esagera quando si pensa che gli Stati
Uniti possano in qualche modo risolvere all’interno della Siria quello
che è un complesso problema settario».
Prudenza ed esitazioni che non
mancheranno di far salire il tono delle critiche nei confronti di un
Presidente accusato ormai apertamente di essere responsabile di una
perdita di prestigio e di credibilità di un’America che, sotto la sua
guida incerta, rifiuta di esercitare il proprio ruolo al vertice del
sistema internazionale.
A criticare Obama non è solo la destra
repubblicana, ma anche ormai parte dei commentatori di orientamento
progressista, che attaccano Obama definendo la sua politica estera come
una ritirata generalizzata, soprattutto dal Medio Oriente.
Certo, è moralmente comprensibile, di
fronte agli orrori della guerra in Siria, esclamare «bisogna fare
qualcosa!», ma come si fa a dire che sia ingiustificato, e sintomo di
scarsa capacità politica se non addirittura di carenza di sensibilità
morale, chiedersi, come fa Obama, come intervenire, con quali
prospettive, con quali conseguenze?
Mai come di fronte al caso siriano è
diventato importante distinguere etica della convinzione da etica della
responsabilità. Seguendo l’imperativo categorico della prima, mettiamo
certo a tacere la nostra coscienza, ma in fin dei conti ci laviamo le
mani dalle conseguenze della nostra azione. I romani dicevano fiat
justitia, pereat mundus: va fatta giustizia, anche se il mondo dovesse
perire.
Vengono in mente i criteri della «guerra
giusta» – un’elaborazione etico-giuridica che ha lontani radici romane,
ma che è stata sviluppata nella dottrina della Chiesa cattolica – in
particolare: mancanza di mezzi diversi dalla guerra per conseguire gli
stessi risultati, esistenza di serie prospettive di successo, e
soprattutto il fatto che l’uso delle armi non produca danni peggiori di
quelli del male che la guerra mira ad eliminare.
Non è difficile immaginare quali siano
le considerazioni che in questo momento si stanno facendo alla Casa
Bianca, e anche ai più alti livelli politici nell’Unione Europea.
Nessuno sembra meno perplesso, meno incerto di Obama, a parte la Francia
che, in ricordo del suo passato di potenza coloniale nel Levante e
probabilmente desiderosa di ripetere il suo exploit libico, non
chiederebbe di meglio se non di poter dimostrare, schierandosi in prima
fila contro lo spregevole dittatore siriano, di essere pur sempre una
Grande Potenza.
La Libia, appunto, dove l’intervento
militare occidentale ha eliminato Gheddafi, ma dove non è arrivato in
sostituzione nemmeno un simulacro di democrazia, e dove la popolazione è
soggetta alla prepotenza armata delle milizie.
Sempre nel caso libico, poi, sono emerse
tutte le contraddizioni dell’applicazione concreta del principio
dell’«intervento umanitario». Un intervento che è moralmente
inattaccabile ed anche legalmente sostenibile – esistono precise norme
internazionali contro il genocidio – laddove si verifica per proteggere
civili innocenti dalle stragi di un potere assassino (come sarebbe
dovuto accadere nel 1994 nel caso del Rwanda, quando quasi un milione di
persone sono state sterminate senza che si ritenesse necessario
intervenire), ma che certo cambia di segno quando si verifica in
sostegno ad una delle parti che si confrontano in una guerra civile. In
Siria non si è intervenuti all’inizio, quando Assad represse con la
violenza pacifiche manifestazioni di protesta, e si dovrebbe intervenire
oggi, quando nel corso di uno scontro militare vengono messi in atto
(dalle due parti, anche se con ogni evidenza principalmente da chi ha
strutture militari organizzate) crimini di guerra e crimini contro
l’umanità.
Sconfiggere il dittatore – fino a ieri,
va detto, cordiale interlocutore dei Paesi che oggi dovrebbero
contribuire a rovesciarlo militarmente – ma per sostituire il suo regime
con chi e con quali forze politiche? Passare, come nell’Iraq del
dopo-Saddam, da una dittatura laica ad un feroce scontro settario? Come
sempre accade quando le sorti di un Paese si decidono con lo scontro
militare, nello schieramento anti-Assad stanno prevalendo quelli che
combattono meglio, non quelli che darebbero più garanzie per una futura
Siria di pace, rispetto dei diritti umani e convivenza fra comunità: i
salafiti, e un gruppo, Al Nusra, apertamente schierato con Al Qaeda. E’
concepibile che gli aerei della Nato possano fare da sostegno aereo a
combattenti di Al Qaeda?
E infine, come facciamo a non chiederci
quali prospettive si aprirebbero nell’intera regione se si verificasse
un intervento militare occidentale?
E allora, andiamoci piano a criticare
Obama, e in particolare ad ironizzare sul suo richiamo alla necessità di
un’azione della comunità internazionale condotta sul piano
politico-diplomatico e non militare.
Il punto di partenza è che né Assad né i
ribelli possono pensare di prevalere sul terreno militare, e di
conseguenza la prosecuzione dello scontro militare può soltanto portare
alla devastazione del Paese.
Si devono coinvolgere nella soluzione
gli Stati che appoggiano materialmente, e non solo politicamente, le due
parti in lotta: da una parte Russia e Iran, e dall’altra Arabia
Saudita, Turchia, Qatar. Solo loro, e non certo un’America e un’Europa
prive di strumenti reali, potranno convincere le parti dell’inevitabile
rinuncia al loro obiettivo massimo di eliminazione totale
dell’avversario e accettare un compromesso, che dovrà probabilmente
comportare, fra l’altro, l’uscita di scena di Assad ma non dell’attuale
regime, e garanzie alle minoranze (alawiti, cristiani) che temono il
prevalere delle tendenze sunnite più radicali.
Un cammino difficile, ma certo meno
disastroso e in fondo più realista di quello di
un’internazionalizzazione, con un intervento americano ed europeo, dello
scontro militare.
http://www.lastampa.it/2013/08/24/cultura/opinioni/editoriali/i-dilemmi-di-un-intervento-SFB8MsfKTi3zpf28Y4y3YL/pagina.html
dal blog

dal blog
Commenti
Posta un commento