Israele-Palestina : senza ritorno
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Senza ritorno
di Nicola Perugini
Ovvio
che a fronte di una interminabile politica israeliana di ghettizzazione
ed enclavizzazione la concessione di permessi solleva dei sospetti tra i palestinesi.
Sospetti di ordine economico-politico, visto che i palestinesi che
ottengono i permessi spostano denaro da un’economia già tartassata e
instabile come quella dei territori occupati all’economia occupante. Ci
si chiede: che sia anche questo il significato della “pace economica” di
cui tanto si parla da almeno vent’anni da queste parti? Ma, come alcuni
hanno sottolineato, il beneficio economico del sistema dei permessi per
Israele non è comparabile alla portata di questo stesso sistema per la battaglia per i cuori e le menti,
“ora che per i palestinesi non resta che pochissima terra, ora che
l’establishment di sicurezza ha neutralizzato la maggior parte delle
forme di resistenza”.
Dunque,
il sistema dei permessi non ha una rilevanza solo economico-monetaria,
poiché esso scopre un nervo ancora più profondo della relazione
coloniale tra israeliani e palestinesi. Infatti, nel sistema dei
permessi risiede un meccanismo complesso che rivela come gli accessi
frugali che i permessi consentono, e i loro risvolti (in alcuni casi
tragici, di morte), siano intrisi della storia sociale e politica di
violenza che si inscrive negli spazi coloniali compartimentalizzati che i
permessi regolano e che Israele amministra. I permessi inscrivono
questa violenza negli spazi, e nei corpi che li attraversano. Il
meccanismo non è solo di ordine simbolico.
L’interiorizzazione
del sistema dei permessi –il rischio di familiarizzare con la logica
del “non avete diritto a tornare negli spazi da cui vi abbiamo espulsi
se non come turisti”– è una delle caratteristiche fondamentali del
sistema stesso. Il sistema dei permessi è fatto e disegnato (anche) per
fare interiorizzare (a chi li riceve) un’amputazione, per rescindere un
legame. Questa interiorizzazione è in fondo uno spazio –un nodo
centrale– di tensione della relazione coloniale. Accettare una visita
molto fugace a ciò (il ritorno) di cui il regime israeliano vuole
privare (indistintamente) chi ottiene o non ottiene un permesso, e
quindi rendersi strumento e corpo di questo regime? Oppure rifiutarlo
radicalmente, dunque non fare domanda per i permessi alle autorità
israeliane e in questo modo, attraverso il rifiuto, farsi messaggio e
corpo politico di rottura? Esistono compromessi accettabili? E quali
sono? Oppure nessun compromesso, e al rogo i permessi?
Sullo
sfondo di questa tensione sono trascorsi i mesi di Ramadan degli ultimi
due anni. Molte donne e soprattutto giovani, spesso al di sotto dei 18
anni, hanno fatto domanda e ottenuto dalle autorità di occupazione
centinaia di migliaia di fogli di entrata temporanea, con cui hanno
potuto accedere, “quasi” da turisti, a Gerusalemme, alle spiagge di
Yafa, Haifa, Akka e alle altre città della Palestina storica. In fondo
non è stato proprio lo stesso presidente palestinese Abu Mazen a
dichiarare, in un’intervista del 2012 a una televisione israeliana:
“Fino a che sarò in carica non ci sarà una Terza Intifada… Voglio vedere
Safad [la sua città di origine], vederla è un mio diritto, ma non ho un
diritto a viverci”… turista senza ritorno.
Tuttavia
chi ottiene i permessi visita ciò che gli è normalmente proibito
“quasi” (ma non proprio) da turista. “Quasi” perché in fondo lo status
particolare che i permessi attribuiscono ai palestinesi dei territori
occupati non riesce ad addomesticare fino in fondo la forza
dell’immaginazione politica di un ritorno nelle aree da cui parenti,
amici e connazionali sono stati espulsi a forza negli ultimi oltre
sessant’anni di politiche israeliane di diniego del ritorno.
Dentro
questa utopia (o ritorno-topia) immanente che i permessi (solo per
qualche ora) sembrano far materializzare, i significati di un ritorno
irriducibile alla sola applicazione delle risoluzioni delle Nazioni
Unite non rispettate da Israele e la volontà di abbandonare la
condizione diasporica si sovrappongono ad altro. In particolare, ai
significati dell’impensabile; del pensarsi materialmente in spazi mai
visti, in villaggi e città che hanno cambiato volto, in paesaggi
inaccessibili di cui si è sentito nei racconti di chi da questi spazi è
stato cacciato via, o di chi in passato ha ottenuto permessi o ha potuto
visitarli nella stessa condizione furtiva, o per qualche ora di lavoro
nero.
Per
l’appunto, in queste visite c’è il doppio senso di un furto: l’idea di
toccare con mano ciò da cui si è privati con la forza, ma anche l’idea
di utilizzare voracemente –quasi di rubare– quelle poche ore d’aria
fuori dai bantustan che le autorità di occupazione hanno concesso.
L’idea di (ri)fare proprio tutto ciò che capita sotto il tiro dei sensi:
monti, colline, pianure, città, piante, odori, rumori, voci… il mare.
Dunque
non si tratta solo di una questione di shopping… Allora capita che
nella spiaggia di Yafa, vicino all’attuale Tel Aviv, gruppi composti
soprattutto da donne, giovani e bambini entrino in acqua e spendano le
loro ore d’aria giocando; cantando in gruppo; collezionando conchiglie;
fumando un narghilè in riva al mare; chiamando i familiari che sono
rimasti nei bantustan senza permesso e descrivendo loro quello che si
vede attraverso l’impensabile; sprigionando l’amara gioia di una gita in
spazi che a solo poche ore di distanza torneranno a essere un’assenza,
un progressivo riassentarsi.
Video: Sami Zarour – Declined | Claymation !Palestinehttp://www.youtube.com/watch?v=_r8Gq7aU0O0#t=42
Ma
alcuni palestinesi non sanno nuotare, non conoscono il mare, spesso
vedono le spiagge per la prima volta nella loro vita, e dopo essersi
tuffati finiscono il loro viaggio annegati
nell’acqua che vorrebbero divorare e fare propria. In molti tra i
palestinesi dei territori occupati hanno perso la vita in questo modo
nel mese del Ramadan… come tutti quei naufraghi che sono morti e
continuano ad annegare nello stesso mare, tra il Nord Africa e il sud
dell’Europa.
I
palestinesi muoiono con un permesso temporaneo di uscita dalle proprie
enclave in tasca; i secondi muoiono alla ricerca di un permesso di
soggiorno e di una “regolarizzazione” là dove scelgono di fuggire,
nell’enclave Europa. Qualcuno potrebbe dire: ma come? Cosa c’entrano
queste morti con il regime dei permessi? Questa è dietrologia! Ovvio,
sui permessi dei palestinesi dei ghetti dei territori occupati non c’è
scritto libero di morire in mare durante le ore d’aria. Ma misconoscere
il rapporto tra gli apparati amministrativi e di polizia coloniali
(Israele) e postcoloniali (gli altri paesi che si affacciano sulla
sponda nord e sud del Mediterraneo), e la violenza immanente e tangibile
che esse producono sarebbe come negare che la storia e la sua violenza
abbiano una sua manifestazione materiale, oltre che economica e
simbolica. Ignorare la relazione tra queste morti e ciò che le circonda,
il quadro in cui esse si generano, sarebbe come negare la verità
storica che queste esperienze di morte incarnano: in mare, senza
ritorno.
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