Egitto : il massacro raccontato da Robert Fisk
Il massacro del Cairo: dopo oggi, quale musulmano si fiderà ancora dell’urna elettorale?
16 agosto 2013Di Robert Fisk
15 agosto 2013
Il crogiolo egiziano si è rotto. La “unità” dell’Egitto – quella colla onnicomprensiva, patriottica, essenziale che ha tenuto legata insieme la nazione fin dal rovesciamento della democrazia e dal governo di Nasser – si è squagliata tra i massacri, le battaglie con le armi da fuoco, e la furia della repressione di ieri della Fratellanza Musulmana. Cento morti -200, 300 “martiri” – non fanno alcuna differenza per il risultato: per milioni di egiziani la strada verso la democrazia è stata fatta a pezzi tra il fuoco delle armi e la brutalità. Quale musulmano che cerca uno stato basato sulla propria religione si fiderà mai di nuovo dell’urna elettorale?
Questa è la vera storia del bagno di sangue di ieri. Chi può essere sorpreso che dei sostenitori dei Fratelli Musulmani imbracciassero dei Kalashnicov nelle strade del Cairo? O che i sostenitori dell’esercito del “governo a interim” – in zone della classe media della capitale, nientemeno – abbiano acchiappato le loro armi o ne abbiano prodotte di loro e abbiano iniziato a rispondere al fuoco. Qui non si tratta della Fratellanza contro l’esercito, sebbene questo sia il modo in cui i nostri statisti occidentali cercheranno di rappresentare falsamente questa tragedia. La violenza di oggi ha creato una divisione crudele all’interno della società egiziana e per guarirla ci vorranno anni; tra le persone di sinistra e laiche e Cristiani Copti e gli abitanti musulmani sunniti dei villaggi, tra la gente e la polizia, tra la Fratellanza e l’esercito. Questo è il motivo per cui Mohamed el-Baradei stasera si è dimesso. L’incendio delle chiese è stato un corollario inevitabile di questa terribile faccenda.
In Algeria nel 1992, al Cairo nel 2013 – e chissà che cosa succederà in Tunisia nelle prossime settimane e mesi? – I Musulmani che hanno ottenuto il potere correttamente e democraticamente per mezzo di un voto comune, sono stati scaraventati via dal potere. E chi può dimenticare il nostro feroce assedio di Gaza quando i palestinesi hanno votato – anche questa volta democraticamente – per Hamas? Non importa quanti errori abbia fatto la Fratellanza in Egitto – non importa quanto sia stato promiscuo o fatuo il loro governo – il presidente Moahmaed Morsi, democraticamente eletto, è stato spodestato dall’esercito. E’ stato un colpo di stato, e John McCain ha avuto ragione a usare quella parola.
La Fratellanza, naturalmente, avrebbe dovuto frenare da molto tempo il suo amor proprio e avrebbe dovuto tentare di tenersi all’interno del guscio della pseudo-democrazia permessa in Egitto- non perché fosse buona, o accettabile o giusta, ma perché l’alternativa era inevitabilmente un ritorno alla clandestinità, agli arresti di mezzanotte, alla tortura e al martirio. Questa è stato il ruolo storico della Fratellanza, con periodi di vergognosa collaborazione con gli occupanti britannici e i dittatori militari egiziani – e un ritorno nell’oscurità indica soltanto due esiti: che la Fratellanza si estinguerà nella violenza o riuscirà in qualche data lontana – che il cielo risparmi all’Egitto questo destino – a creare un’autocrazia islamica.
Gli esperti oggi si sono impegnati nel loro lavoro vergognoso, prima che il primo cadavere fosse messo nella tomba. L’Egitto può evitare una guerra civile? La fratellanza “terrorista” sarà eliminata dall’esercito leale? E che dire di coloro che hanno dimostrato prima della deposizione di Morsi? Tony Blair è stato soltanto uno di quelli che hanno parlato di “caos” incombente se conferissero il loro appoggio al Generale Abdul-Fattah al-Sisi. Ogni incidente violento nel Sinai, ogni fucile nelle mani dei Fratelli Musulmani, saranno ora usati per convincere il mondo che l’organizzazione – lungi da essere un movimento islamista malamente armato ma ben organizzato – era il braccio destro di al-Qaida.
La storia avrà forse un’opinione diversa. Certamente sarà difficile spiegare come molte migliaia – sì, forse milioni di egiziano istruiti, liberali, abbiano continuato a dare il loro appoggio sincero al generale che ha passato molto tempo dopo la deposizione di Mubarak a giustificare i controlli fatti dall’esercito della verginità delle dimostranti di Piazza Tahrir. Al-Sisi sarà sottoposto a esami minuziosi nei prossimi giorni; è stato sempre ipoteticamente simpatizzante della Fratellanza, sebbene questa idea possa essere stata provocata dal fatto che sua moglie indossi il niqab (il velo che lascia scoperti soltanto gli occhi, n.d.t.). Molti intellettuali della classe media che hanno dato il loro appoggio all’esercito, dovranno comprimere la loro coscienza per adattarsi agli eventi futuri.
Il detentore del Premio Nobel e studioso di scienza nucleare, Mohamed el-Baradei, la personalità più famosa, agli occhi degli occidentali, ma non di quelli egiziani – del ‘governo a interim, la cui mentalità sociale e integrità apparivano spaventosamente in disaccordo con le azioni di oggi del ‘suo’ governo, poteva restare al governo? Naturalmente no. Doveva andarsene, perché non aveva mai progettato un tale esito per la sua scommessa di potere politico quando ha accettato di sostenere la scelta dei ministri fatta dall’esercito dopo il colpo di stato del mese scorso. Però la cricca di scrittori e di artisti che insistevano a considerare il colpo soltanto come un’altra fase della rivoluzione del 2011 – dopo il sangue e le dimissioni di el-Baradei – dovrà usare delle espressioni di dolore per sfuggire alla vergogna per quegli avvenimenti.
Teniamoci pronti, naturalmente, per le solite domande in gergo. Questo significa la fine dell’Islam politico? Certamente, per il momento; la Fratellanza non è certo nello stato d’animo di tentare alcun altro esperimento di democrazia – un rifiuto che è di danno immediato per l’Egitto. Infatti senza libertà c’è violenza. L’Egitto si trasformerà in un’altra Siria? Improbabile. L’Egitto non è uno stato con delle sette, non lo è mai stato, anche se c’è il 10% delle persone è Cristiano- né è intrinsecamente violento, Non ha mai sperimentato la ferocia delle rivolte algerine contro i francesi, o le insurrezioni siriane, libanesi, palestinesi contro sia i britannici che i francesi. Però fantasmi in abbondanza oggi chinano il capo per la vergogna; per esempio, quel grande avvocato rivoluzionario della rivolta del 1919, Saad Zaghloul. E il generale Muhammad Neguib i cui tratti rivoluzionari del 1952 sembravano così simili alle richieste della gente di Tahrir nel 2011.
Però certamente qualcosa è morta oggi in Egitto. Non la rivoluzione, perché in tutto il mondo arabo rimane l’integrità della proprietà – di persone che chiedono che essi, non i loro capi, siano i padroni del loro paese - anche se macchiata di sangue. L’innocenza è morta, naturalmente, come muore dopo ogni rivoluzione. No, ciò che è morta oggi è l’idea che l’Egitto era la madre eterna della nazione araba, l’ideale nazionalista, la purezza della storia in cui l’Egitto considerava tutta la sua gente come figli. Infatti le vittime di oggi della Fratellanza – insieme ai poliziotti e ai sostenitori del governo – erano anche figli dell’Egitto. E nessuno lo ha detto. Erano diventati i “terroristi”, i nemici del popolo. Questa è la nuova eredità dell’Egitto.
2
Il massacro in Egitto: i martiri muti della Fratellanza Mussulmana immersi nel sangue
di Robert Fisk – 17 agosto 2013
Come potrebbero i morti riposare? Le loro bare di legno sbattute contro i cancelli di ferro dell’obitorio, le famiglie che urlano per l’orrore, i cadaveri avvolti nel cellophane in alte pile con blocchi di ghiaccio così grossi che potrebbero spessare le ossa dei morti. E mentre il ghiaccio si scioglie fuoruscendo nel il caldo all’esterno dell’obitorio in strade lucide di fango, le bare cominciano al riempirsi di sangue di nuovo liquido, una poltiglia vermiglia nel fondo. “Martiri”, tutti.
E immagino sia in questo momento che mi rendo conto – come gli avversari di Mohamed Morsi devono essersi resi conto molti mesi fa – che i cadaveri, i corpi, i morti, i “martiri”, sono la dichiarazione ufficiale della Fratellanza Mussulmana. Fine. Non ci sono altri commenti, in parte perché non possono parlare – Thomas Cromwell, mi pare di ricordare, fu tra i primi ad associare il silenzio ai morti – e in parte perché non ne hanno bisogno. La polizia spara e il risultato – la pallottola che penetra nella carne viva – diventa la politica definitiva. Da qui in poi, non c’è fine.
L’area Zeinhom di Sayyidah Zaynab al Cairo è un quartiere povero di sporchi caffè e di strade lorde di spazzature e di quegli angosciosi edifici cementati dalla malta del Nilo appiccicati gli uni agli altri nei 37 gradi di caldo. Sarebbe possibile scovare una strada più deprimente per le migliaia di arrabbiati uomini e donne della Fratellanza e per i loro parenti in lutto?
Le famiglie del Cairo a volte chiedono di assistere alle autopsie dei loro familiari e così le urla che hanno riempito oggi l’aria di Zeinhom sono state qualcosa di più che semplici rituali di cordoglio. Alcuni hanno scelto di vedere i morti – quella dichiarazione definitiva – in tutta la loro realtà. Ho contato più di settanta cadaveri, anche se alcune bare erano impilate le une sulle altre e uomini grossi si facevano strada a spintoni nell’obitorio e inciampavano nel ghiaccio e in quegli orribili sacchi di cellophane.
I volti dei morti erano celati sotto i nodi dei sacchi di cellophane, la loro presenza spettrale ma invisibile alleviata di tanto in tanto dal sollievo di vedere paia di piedi che ancora indossavano scarpe dalle misere suole di gomma spuntare dalle estremità delle barelle e riposare sul fondo delle bare. Correvano voci tra questi uomini e donne di affrontare i poliziotti – non li ho mai visti – e di un attacco nel governatorato di Giza, sulla via per le piramidi. Appiccati incendi, dicevano con entusiasmo. E poi di nuovo alla vecchia domanda: quanti morti?
Lungo una strada laterale ho incontrato Abeer Saady, una giornalista del quotidiano Shorouk, vicepresidente del Sindacato dei Giornalisti Egiziani, che osservava le folle prima di cercare il corpo di un collega, il ventisettenne Ahmed Abdul Dawed, un sostenitore della Fratellanza Mussulmana che lavorava – ironia delle ironie – per il giornale governativo al-Akhbar. “La Fratellanza vuole che il numero dei morti sia alto, il governo vuole che sia basso”, ha detto con tristezza. “Certamente sono molti di più dei 194 annunciati inizialmente dal governo. Penso siano forse tra i 350 e i 500.”
Ma se ne ho appena visti settanta, di morti, sospetto che le vittime possano ben aver toccato le mille. O più. Altri giornalisti arabi hanno pagato lo stesso prezzo di Ahmed Dawed. Habiba Ahmed Abd Elaziz lavorava per Gulf News ma era ufficialmente in permesso quando è stata uccisa da un colpo d’arma da fuoco vicino alla moschea di Rabaa al-Adawiyeh a Nasr City. I sostenitori della Fratellanza hanno da molto tempo abbandonato ogni affetto per i giornali locali qui, ma hanno ancora tempo per gli infedeli della stampa estera. Anche così mantengono le distanze nelle loro risposte.
“Chi è questo?” ho chiesto a un giovane in piedi vicino a un corpo coperto da una grande kefiah. “Che te ne frega?” è stata la sua risposta. Ho borbottato qualcosa di stupido, che era un essere umano e meritava un nome, e l’uomo ha alzato le spalle. Un vecchio, seduto sul bordo di una bara ha detto che vi giaceva un uomo di nome Adham. Ho insistito. I nomi davano certamente realtà ai morti. “Mahmoud Mustafa”, mi ha gridato un altro uomo quando ho indicato il ghiaccio sui resti di suo figlio morto. Un altro uomo mi ha detto che sorvegliava il cadavere di Mohamed Fared Mutwali, che aveva 57 anni quando è stato ucciso mercoledì dalla polizia. Lentamente i nomi hanno portato in vita i morti.
Poi un giovane intelligente che voleva parlare inglese ma stava piangendo, mi ha posto la mano sul braccio e ha indicato un’altra forma nel cellophane. “Era mio fratello”, ha detto. “Gli hanno sparato ieri. Era un dottore. Il suo nome era dottor Khaled Kamal e insegnava medicina a Beni Suef, nell’Alto Egitto.” E la folla ha raccolto la sola parola che capiva e ha gridato “dottore, dottore”, più e più volte.
Non era possibile vedere queste cose e ascoltare queste parole e credere che la tragedia dell’Egitto finisca sepolta oggi con i morti. E questa mattina – e il giorno più sacro della settimana mussulmana finisce oggi, in tutto il mondo arabo, associato alla violenza quanto lo è alla preghiera – la Fratellanza ricorderà i suoi morti nelle moschee del Cairo e gli egiziani attenderanno la reazione del governo, la reazione della polizia, la reazione dell’esercito, la reazione del generale Abdel-Fattah al-Sisi.
Naturalmente si può cercare di confrontare il dolore all’esterno dell’obitorio con la “normalità” che il governo noi tutti godiamo al Cairo, le strade aperte, i camion che ripuliscono i resti dell’accampamento di Nasr City, la prevista riapertura del servizio ferroviario tra il Cairo e Alessandria. Ma ci sono piccole cose riguardo al luogo dei morti che restano nella memoria. L’uomo che mi incoraggia a entrare nell’obitorio e che non smette mai di pregare, l’allegra plastica celeste che fodera una bara e l’incongruità di vedere l’etichetta delle linee aeree Etihad Airways bizzarramente attaccata a un’estremità.
Nella strada parallela due venditori di caffè si sono messi a litigare e poi a picchiarsi e improvvisamente la strada è disseminata di vetro e sassi con la gente che esce da quei sudici appartamenti, uomini simpatizzanti del governo che improvvisamente ritengono che il più piccolo dei due venditori sia un sostenitore della Fratellanza; poi arriva una banda di uomini di Morsi e comincia anch’essa a scagliare sassi. Un piccolo microcosmo di anarchia per rammentare la fragilità del Cairo. Sarebbe bene tornare alla relativa sicurezza del vecchio Marriott Hotel, sulle rive del Nilo. Ma non lo è. Non raggiungerò la mia casa lontano da casa preferita al Cairo prima di venire a sapere che Ra’ad Nabil – un poliziotto addetto ai turisti che lavorava da anni presso l’hotel – stava dirigendosi a casa attraverso il fiume a Mohandeseen poche ore prima, quando un gruppo di locali lo ha minacciato. Lui ha estratto la pistola e ha sparato in aria. Ma uno degli uomini ha preso l’arma e l’ha puntata a Ra’ad Nabil – un uomo inoffensivo sulla cinquantina – e gli ha sparato al cuore. Che cosa, mi chiedo, ci dice questo? Quasi certamente un’altra dichiarazione.
Le ultime parole: messaggi testo di una vittima a sua madre
Tra le molte vittime della violenza di mercoledì al Cairo c’è stata una giovane giornalista di nome Habiba Ahmed Abd Elaziz. Habiba, un’egiziana ventiseienne che era in permesso da suo lavoro a Dubai, è rimasta uccisa mentre la polizia sgomberava il campo di protesta della Fratellanza Mussulmana a Rabaa. Habiba è stata uno dei tre giornalisti uccisi durante le proteste. Sua madre, Sabreen Mangoud, ha reso pubblica una serie di messaggi di testo scambiati con sua figlia il giorno della sua morte.
06.19
Madre: Habiba, cosa sta succedendo lì? Sono andata a dormire all’una e mezza, cioè alle undici e mezza della tua ora. Cosa si sa dell’attacco?
Habiba: L’esercito e la polizia in effetti si stanno muovendo attorno ai cancelli. Il centro mediatico è stato trasformato in un ospedale da campo e la piazza è in massimo allarme.
Madre: Tu dove sei?
Habiba: Solo ai giornalisti è permesso di restare nell’edificio. Io devo occuparmi del monumento nel caso inizino gli scontri.
Madre: Il monumento è un po’ distane da Rabia.
Habiba: La sicurezza del campo è adesso a ogni cancello. Sono nel centro stampa. In realtà non è per nulla lontano. E la porta è grande e può essere abbattuta facilmente.
Madre: Ci sono troppa polizia e soldati?
Habiba: Sì, ma i loro movimenti possono essere anche una tattica di “guerra dei nervi”.
Madre: Come arriverai al monumento?
Habiba: Camminerò, come tutti, o mi metterò a correre. Dipende dalla situazione.
Madre: Che Dio ci aiuti.
07.33
Madre: Novità?
Habiba: Sono appena arrivati al centro giornalisti stranieri.
Madre: Voglio dire, novità con la folla? Come stai?
Habiba: Ho preso tre tipi di medicine. Fa molto freddo qui e sto tremando. Prega per noi, mamma.
Madre: Dio, mantienici saldi e dacci forza. Dio, dacci potere su di loro. Ti affido a Dio l’Onnipotente.
Habiba: Tra un momento mi dirigo alla piattaforma. Ci sono blindati qui.
Madre: Dio ci dia saldezza. Dio ci dia la vittoria.
12.46
Madre: Habiba, per favore rassicurami. Ho chiamato migliaia di volte. Per favore, cara, sono preoccupata da morire. Dimmi come stai.
Commenti
Posta un commento