Dividere la terra, cancellare l'identità a Qalandiya
Alakhbar English31.07.2013
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Palestina – Dividere la terra, cancellare l’identità a Qalandiya.
di Malik Samara
Ramallah
– A nord della Gerusalemme occupata c’è un piccolo villaggio isolato
con una popolazione di non più di 1.100 persone. Ma il villaggio occupa
una posizione strategica nella periferia di Gerusalemme, tra diverse
fabbriche e impianti vitali, compresi i siti di produzione militare
israeliani.Berlino - Visitatori passano davanti a una foto gigantesca che mostra il “Muro dell’Apartheid” della West Bank all’esposizione “Muro sul Muro” del fotografo tedesco Kai Wiedenhoefer, collocata su una parte che è rimasta del muro di Berlino, il 26 luglio 2013. (foto AFP – John Macdougall)
Il villaggio è adiacente all’aeroporto di Gerusalemme, noto come Qalandiya Airport, che venne costruito durante il Mandato Britannico. Oggi, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) vuole che, in un futuro stato palestinese, la struttura divenga il suo aeroporto ufficiale.
La
posizione di questo villaggio, come di molti altri attorno a
Gerusalemme, lo ha reso esposto ai progetti militari e di colonizzazione
israeliani, che si appellano sempre alle “esigenze di sicurezza” dello
stato ebraico. Recentemente, Israele ha “annesso” la parte orientale di
Qalandiya alle aree che cadono dietro la Linea Verde – la linea di
demarcazione che segna il confine de facto tra l’Israele vero e proprio e
i territori catturati nel 1967.
Ma
ciò che Israele chiama “annessione” è in realtà un processo per
modificare il percorso della barriera di separazione, dividendo il paese
a metà – con solo tre case nella parte orientale, annessa allo stato
ebraico, e le rimanenti sotto in controllo dell’ANP. In altre parole,
durante la notte con un tratto di penna la mappa del villaggio è
cambiata. La popolazione del villaggio che per centinaia di anni è
vissuta come un’unica comunità, ora è soggetta ai capricci dei
funzionari dell’occupazione israeliana.
Oggi,
solo tre famiglie vivono nella parte orientale del paese, tra cui due
che posseggono la carta di identità blu israeliana e una che ha quella
verde palestinese, pur essendo imparentate l’una all’altra. Questa è una
delle tante assurdità che sono connesse all’occupazione israeliana, con
membri della stessa famiglia che sono in possesso documenti di
identificazione diversi.
Nella
parte di Qalandiya che non è stata annessa, ad esempio, alcuni hanno
carte blu e altri verdi, e nonostante alcuni siano direttamente
imparentati a gente della parte orientale, solo ai titolari della carta
blu è concesso di andare a visitare i loro parenti. “Anche coloro che
hanno il permesso di andare a Gerusalemme non sono autorizzati a
visitare tale zona,” ha dichiarato Youssef Awadallah, capo del Consiglio
del villaggio di Qalandia.
Nella
parte annessa del villaggio, la vita delle tre famiglie residenti è ora
limitata dal programma giornaliero dell’occupazione. Questi residenti
sono autorizzati ad andare e tornare per sole tre ore ogni giorno
attraverso il checkpoint istituito nel villaggio dall’occupazione, dalle
7 alle 8:30 di mattina, poi dalla 12:30 alle 13:00 e infine dalle 16:00
alle 17:00 del pomeriggio.
Ma perché gli israeliani hanno sequestrato proprio la parte orientale del villaggio?
Mahmoud
Awadallah ha riferito che, “l’importanza di questa regione ha a che
fare con la sua posizione strategica. Il villaggio è adiacente
all’aeroporto e al parco industriale di Atarot, così come alla
strategica Route 443 e all’ingresso di Atarot. Non hanno voluto mettere
il muro direttamente lungo la strada e hanno annesso questo segmento del
villaggio per porre il muro al di là dello stesso, al fine di lasciare
una zona cuscinetto. Il villaggio è pure vicino a un impianto gestito da
Mata, una società aerospaziale israeliana che produce e aggiorna gli
elicotteri”.
Coprifuoco e checkpoint
Tra
le famiglie della parte annessa di Qalandiya, quella dell’attivista
Mahmoud Awadallah si trova nella situazione più curiosa, essendo l’unica
con carte verdi palestinesi. Questo sta a significare che essa vive
all’interno di una “enclave israeliana, parzialmente isolata dal resto
del mondo
Questa
famiglia non può muoversi liberamente all’interno della Linea Verde,
come le altre due, o nella West Bank, tranne durante le ore stabilite
dall’occupazione. Più spesso che no, gli israeliani non mostrano alcuna
indulgenza per le emergenze umanitarie e familiari. La famiglia
Awadallah incarna il netto disprezzo dell’occupazione per la vita
palestinese.
Mahmoud
Awadallah ha raccontato, “una notte, dopo la chiusura dei cancelli del
villaggio da parte delle autorità di occupazione, mia madre si ammalò,
ma ci venne impedito di portarla in ospedale. Dovemmo aspettare fino al
giorno dopo prima che potessimo spostarla.”
Alle
vetture non è consentito entrare o uscire dall’area, ha aggiunto
Awadallah, e anche coloro che sono in possesso delle carte d’identità
blu devono percorrere un lungo itinerario a piedi per raggiungere la
seconda parte del villaggio al di fuori delle “ore di visita”. In altre
parole, l’occupazione trasforma un viaggio di cinque minuti tra le due
parti del piccolo villaggio nella camminata di un’ora.
Anche
le relazioni sociali tra le famiglie ora dipendono dall’umore delle
autorità israeliane di occupazione. Ciò include le relazioni coniugali,
per esempio, quando uno dei coniugi possiede una carta israeliana e
l’altro quella palestinese.
Youssef
Awadallah ha affermato, “io posseggo la carta blu e sono costretto ad
attraversare una grande distanza per recarmi nella seconda parte del
villaggio. Ma a che cosa mi serve una carta d’identità se sono isolato
dalla mia terra e dai miei parenti? Io vivo nella parte orientale, e i
miei figli e fratelli vivono nella parte araba. Da quando il paese è
stato diviso, le nostre visite giornaliere si sono interrotte.”
Soprattutto,
ciò di cui i residenti dell’area hanno maggiore paura è l’isolamento
dalle loro famiglie e dai vicini nel caso di una maggiore escalation
quanto potrebbe venire chiusa l’intera regione.
Nel
frattempo, nessuna delle petizioni presentate dai residenti del
villaggio ai tribunali israeliani ha partorito ancora frutti. Awadallah
ha detto, “finora, si sono rifiutati di rispondere o almeno di prendere
in considerazione la questione.” Ora i residenti intendono recarsi alla
Corte Suprema israeliana, per chiedere o la piena libertà di movimento o
il permesso di soggiorno di Gerusalemme.
(tradotto da mariano mingarelli)
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