Continuazione e difficoltà del processo rivoluzionario nella regione araba di Di Gilbert Achcar
Continuazione e difficoltà del processo rivoluzionario nella regione araba
Di Gilbert Achcar
22 agosto 2013
Questa intervista con Gilbert Achcar è stata condotta da Jacques Babel lunedì 29 luglio 2013 per la pubblicazione on line del New Anticapitalist Party [Nuovo Partito Anticapitalista] (NPA, Francia).
Il processo rivoluzionario nella regione araba continua a sorprendere i media. Lei come analizza i recenti eventi in Egitto e in Tunisia?
Ci sono certamente dei cambiamenti qualitativi che hanno avuto luogo, ma il fatto che ci siano delle svolte e dei colpi di scena nel loro corso, non deve sorprendere. Dobbiamo capire che ciò che è iniziato alla fine del 2010 e all’inizio del 2011, è un processo rivoluzionario a lungo termine. L’idea che le vittorie elettorali delle correnti derivanti dal fondamentalismo islamico in Tunisia e in Egitto, bloccherebbero i cambiamenti in corso, si è dimostrata completamente sbagliata.
Queste forze erano destinate al fallimento dal momento che esse, come i regimi che le hanno sostituite, non avevano alcuna risposta i problemi sociali ed economici molto gravi che hanno causato le insurrezioni. Sono una continuazione delle politiche neo-liberali e perciò non possono risolvere questi problemi che sono soltanto peggiorati.
Il processo rivoluzionario può assumere forme sorprendenti, ma si continuerà a passare da un’insurrezione a un’altra nella regionenel suo complesso, prima che la situazione si stabilizzi. Questo significherebbe, in uno scenario positivo, un profondo cambiamento nella natura sociale dei governi nella regione e il loro spostamento verso politiche basate sugli interessi dei lavoratori. Come considera la lotta che avviene oggi in Egitto?
Dobbiamo distinguere due livelli: le manovre e i conflitti tra coloro interessati al potere politico, e l’ondata popolare di scontento popolare che è alla base di questi. Il secondo è stata scatenata, ma, come i disordini del 2011, è finito con un intervento militare.
Mubarak era stato già rimosso nel febbraio 2011 dai militari, che hanno poi preso il potere diretto, mettendo il Consiglio Supremo delle Forze Armate a capo dell’esecutivo. Questa volta non hanno ripetuto la stessa operazione, essendo rimasti scottati per aver tentato di governare il paese in uno stato di insurrezione tale che avrebbe logorato rapidamente qualsiasi governo che si limitasse a portare avanti politiche neo-liberali. Però i civili che sono stati nominati a guidare l’esecutivo non possono nascondere il fatto che è l’esercito che ha il potere.
Tuttavia l’argomento che l’esercito è intervenuto contro un governo democraticamente eletto è un modo molto di destra di considerare la democrazia. Vorrebbe dire che gli ufficiali eletti hanno carta bianca per fare qualsiasi cosa vogliono durante il loro mandato, anche se palesemente tradiscono le aspettative dei loro elettori. Una concezione radicale della democrazia implica il diritto di rimuovere alla loro carica i rappresentanti eletti.
Questa è la forma che il movimento ha assunto in Egitto con la petizione per chiedere a Morsi di andarsene, e perché si tengano nuove elezioni, lanciata dal movimento giovanile “Tamarrod” (Ribellione). In pochi mesi hanno raccolto un numero impressionante di firme, con un totale molto maggiore rispetto ai voto ottenuti da Morsi nella sua elezione alla presidenza. Da questo punto di vista, il suo esonero è stato del tutto legittimo.
Tuttavia, il grosso problema è che piuttosto che organizzare il vasto movimento per deporre Morsi per mezzo di una lotta di massa – uno sciopero generale, disobbedienza civile – abbiamo visto i leader dell’opposizione, si i liberali, che quelli di sinistra, essere d’accordo con i militari, e applaudire il colpo di stato la cui logica finale è di catturare il potenziale per la mobilitazione popolare e imporre un ritorno a un “ordine” inflessibile che è stato confermato dalle azioni dei militari. Questo è estremamente grave e in questo senso c’è un fallimento strategico da parte della maggioranza della sinistra egiziana. L’immagine dell’esercito è stata ripristinata, e il comandante in capo dell’esercito (Al-Sissi) è stato coperto di lodi.
Al-Sissi è l’uomo forte del nuovo ancien regime Sebbene sia soltanto ministro della Difesa, ha fatto appello al popolo di fare dimostrazioni in appoggio dell’esercito – ignorando completamente il nuovo governo.
Oggi, perfino la gioventù di Tamarrod ha iniziato a preoccuparsi -verso la fine della giornata – della trappola creata da loro nella quale sono caduti. Il colpo di stato ha permesso alla Fratellanza Musulmana di ringiovanirsi politicamente, atteggiandosi a martiri e a vittime del colpo militare. Hanno consolidato di nuovo la loro base sociale, il che è importante anche se adesso è chiaro che sono una minoranza. L’azione militare ha rimesso a nuovo la loro immagine.
Quindi la posizione dei movimenti islamisti che hanno preso il posto dei regimi precedenti in Tunisia e in Egitto si è rapidamente deteriorata, ma la debolezza della sinistra è ora un problema ugualmente grosso.
A parte la sinistra rivoluzionaria che rimane marginale in Egitto, la maggior parte della sinistra ha messo le proprie forze a servizio del Fronte di salvezza nazionale. La maggior parte di coloro che provengono dal movimento comunista tradizionale e quelli che provengono dalla corrente Nasseriana, che rimane la sinistra con la maggiore influenza sulle persone in generale, hanno partecipato al processo di mistificazione del ruolo dell’esercito. Questo è un fatto ancora più sfortunato in quanto queste forze erano scese nelle strade contro l’esercito nei mesi che portavano all’elezione di Morsi!
Quando Hamdeen Sabahi, il leader nasseriano, pochi giorni prima del 30 giugno [2013] che era stato un errore avere urlato, un anno prima: “Abbasso il governo militare,” ha tratto la lezione sbagliata dalla storia. Il vero errore è stato di essersi pentiti e di dire adesso che dovremmo applaudire l’esercito.
Che cosa pensa dei piani della Tunisia di porre fine al potere di Ennahdha?
Sfortunatamente c’è il rischio che la Tunisia sviluppi uno scenario simile all’Egitto: una sinistra che non ha l’intuizione politica di lottare per un programma di sinistra e che si sta preparando a costruire alleanze perfino con settori dell’ex regime. Questi collegamenti sono presenti in Nidaa Tounès [1]. Un approccio di questo tipo alla fine va a vantaggio delle forze islamiste che hanno un’occasione d’oro per denunciare gli accordi della sinistra con i resti dell’ex regime. Questo permette alla Fratellanza Musulmana o all’Ennahdha di porsi come portatori della legittimità e continuità della rivoluzione.
C’è un problema di rappresentazione politica delle classi lavoratrici nella rivoluzione?
Sì. Il problema è, che invece di cercare di ottenere l’egemonia nel movimento di massa -lottando principalmente per i problemi sociali – questo unirebbe contro di esso i sostenitori del neo-liberalismo che vanno dai fondamentalisti a uomini del vecchio regime e perfino ai liberali – la sinistra tunisina ha fatto un’alleanza miope con settori del vecchio regime.
In paesi come la Tunisia, secondo me, la Federazione dei sindacati, la UGTT (Unione generale dei lavoratori Tunisini) è una forza socialmente egemonica e può facilmente diventare quella politicamente dominante. Si è però eretto un muro tra le lotte sindacali e le lotte politiche. La sinistra della Tunisia ora guida l’UGT, ma, invece di lanciare la federazione sindacale nella lotta politica, con la strategia di formare un governo dei lavoratori, questa sinistra sembra muoversi verso delle alleanze – contro i suoi propri interessi – tra i diversi gruppi politici organizzati nel Fronte Popolare, da una parte e i liberali e i resti dell’ex regime dall’altra.
Malgrado queste difficoltà le insurrezioni stanno continuando in molti paesi. Vediamo i movimenti “Tamarrod” in Libia, in Bahrein…
Nei sei paesi che sono stati colpiti più di tutti dalle insurrezioni del 2011, i movimenti di massa continuano. In Libia c’è un subbuglio continuo. I media non ne parlano, ma ci sono costanti mobilitazioni popolari, in particolare contro i fondamentalisti; le istituzioni elette sono soggette a pressioni diverse dalla base popolare.
In Yemen il movimento va avanti sebbene sia stato indebolito dal compromesso che ha fatto una parte delle forze di opposizione. Le forze estremiste, particolarmente quelle dei giovani e della sinistra, continuano a lottare contro questa pretesa di cambiamento. In Bahrein continua il movimento popolare contro la monarchia.
E in Siria la guerra civile è in pieno svolgimento; è a un livello tragicamente alto con una feroce controffensiva del regime appoggiato da Russia, Iran e dal partito libanese Hezbollah. La Siria è un caso plateale del cinismo delle grandi potenze che stanno permettendo il massacro di un popolo del quale non hanno alcuna fiducia.
Quindi, due anni e mezzo dopo l’inizio del processo, sta ancora continuando?
Una dinamica rivoluzionaria è stata scatenata nel 2011, un processo a lungo termine che ha avuto i suoi alti e bassi, periodi di reazione, di controrivoluzione, e di impennate rivoluzionarie. Ma affinché ci sia un esito positivo di questo processo, devono emergere le forze che difendono le risposte progressiste ai problemi sociali ed economici esistenti.
Se questo non accadrà, ci sono altri scenari possibili – regressione, reazione, alleanze repressive contro le popolazioni tra coloro che oggi sembrano essere su posizioni diverse: i militari e i fondamentalisti. Non c’è nulla di determinato in un modo o nell’altro. E’ una situazione aperta, in pieno subbuglio.
La sinistra deve trovare urgentemente un terzo modo indipendente, contro i vecchi regimi e contro i fondamentalisti, per soddisfare le richieste sociali delle donne e degli uomini che si sono ribellati.
Gilbert Achcar grew up in Lebanon and teaches political science at the School of Oriental and African Studies (SOAS) in London. Among his books are, which came out in a second expanded edition in 2006; a book of dialogues with Noam Chomsky on the Middle East, Perilous Power: The Middle East and U.S. Foreign Policy (2nd edition in 2008); and most recently The Arabs and the Holocaust: The Arab-Israeli War of Narratives (2010). His next book analysing the Arab upheaval will come out in the spring of 2013. [1] “Call of Tunisia” – an initiative launched by Beji Caid Essebi, former Minister of Defence and Foreign Affairs under Habib Bourguiba, a lawyer specializing in arbitration cases – become a recognised and authorised party in July 2012.
Gilbert Achcar è cresciuto in Libano e insegna Scienze Politiche alla School of Oriental and African Studies (SOAS) a Londra. Tra i suoi libri ci sono: The Clash of Barbarisms [Scontro di barbarie] che è uscito in una seconda edizione ampliata nel 2006; un libro di dialoghi con Noam Chomsky, Perilous Power: The Middle East and U.S. Foreign Policy [Potere pericoloso: il Medio Oriente e la politica estera degli Stati Uniti (seconda edizione nel 2008); la pubblicazione più recente è:The Arabs and the Holocaust: The Arab-Israeli War of Narratives (2010), [Gli arabi e l'Olocausto: la guerra arabo-israeliana delle narrazioni. Il suo prossimi libro che analizza l'insurrezione araba, uscirà nella primavera del 2013.
[1] “Call of Tunisia” ["L'appello della Tunisia"] – un’iniziativa lanciata da Beji Caid Essebi, ex Minister of Defence and Foreign Affairs under Habib Bourguiba Ministro della Difesa e degli Esteri nel governo di Habin Bourguiba, un avvocato specialista in casi di arbitrato, ?? – nel luglio 2012 è diventato un partito riconosciuto e autorizzato.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte:http://www.zcommunications.org/continuation-and-difficulties-of-the-revolutionary-process-in-the-arab-region-by-gilbert-achcar
Originale: International Viewpoint
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY – NC-SA 3.0
Continuazione e difficoltà del processo rivoluzionario nella regione araba
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