Amira Hass : I palestinesi saranno i futuri protettori degli ebrei.
di Amira Hass
Nella
commozione del ricevimento pieno di gioia per i prigionieri Hosni e
Mohammed Sawalha nel diwan, o sala di riunione della famiglia, nel
villaggio di Azmut, qualcuno ha detto “Solo un momento. Vado al bagno,”
con la parola ebraica “sherutim” per “bagno” (la traduzione letterale è
“servizi”). Un funzionario del Ministero degli Affari dei Prigionieri di
Ramallah ha sorriso. Chi si era espresso in quel modo “non voleva che
tutte le persone intorno sapessero dove stava andando,”mi ha detto il
funzionario, “ma ha dimenticato che qui tutti capiscono l’ebraico”.Anche se là non tutti comprendevano l’ebraico, era chiaro che quelli di 40 anni di età e oltre lo capivano. Alcuni avevano lavorato in Israele fin da giovani (fino a che la politica di chiusura ha ridotto il numero dei lavoratori). Altri erano stati incarcerati nelle prigioni israeliane per la loro attività contro l’occupazione e vi avevano imparato l’ebraico. Altri avevano fatto entrambe le cose. E’ verosimile che quanto più scorrevole è il loro ebraico, tanto più tempo hanno trascorso in prigione o lavorando in Israele.
Samer
Samarwa , di 51 anni, è il direttore della filiale a Nablus del
Ministero per gli Affari dei Prigionieri. Lui e altri 15 funzionari che
vi lavorano hanno espiato condanne di diversa lunghezza nelle carceri
israeliane. L’ufficio è nel quartiere dei Samaritani. Non quello nuovo,
sulla cima del Monte Garizim, dove si sono trasferiti i residenti
durante la prima Intifada, ma in quello originale, sulla strada che
dalla Città Vecchia sale lentamente al vecchio campus della An-Najah
National University. Chi non avesse visto il campus negli ultimi 20 anni
non sarebbe in grado di riconoscerlo; è stato riempito da un labirinto
di nuovi edifici. Mercoledì scorso, gialle bandiere di Fatah
sventolavano da corde tese tra i lampioni e su diversi edifici sulla
strada. Alberi di ficus ben potati davano ombra alle auto parcheggiate
lungo la strada pulita. Nablus ha avuto sempre municipalità forti che
tengono la città curata meticolosamente, una peculiarità che non è
cambiata col tempo.
Il padrone di casa del buon Samaritano.
L’edificio
che ospita la filiale di Nablus del Ministero per gli Affari dei
Prigionieri ha soffitti alti e le mattonelle del pavimento sono decorate
con disegni geometrici sbiaditi, benché graziosi. Come molti altri
edifici nel quartiere, è in affitto da proprietari samaritani. Solo la
vicina sinagoga è vuota e allucchettata. Il passaggio del tempo è
contrassegnato dalla vegetazione una volta ben curata, che ora è in
disordine e selvaggia.
Samarwa
non parla l’ebraico; i suoi due periodi di detenzione sono stati troppo
brevi. Il tempo rimasto prima di partire per visitare i prigionieri
liberati di Azmut ci ha permesso di intraprendere una conversazione. Non
era un intervista giornalistica, né un discorso, ma piuttosto un fluire
di pensieri e idee espresse ad alta voce. Prima di tutto, c’erano i
tradizionali saluti agli ospiti. Poi vengono le domande retoriche:
“Guarda, siete qui, due israeliani. Vi è successo qualcosa di
spiacevole? Le scorse festività duecento cinquanta mila palestinesi si
sono recati al mare. E’ successo qualcosa di dannoso a Israele? I
prigionieri sono stati rilasciati durante la notte e trasportati dietro
vetri oscurati. Non siamo stati contenti? Qualcuno può rubarci il
sorriso?” Poi arriva l’interpretazione delle domande retoriche, che
spiega la logica dietro l’insistenza di Mahnoud Abbas per il rilascio
dei prigionieri (in altre parole, il suo non-insistere sul blocco delle
costruzioni nelle colonie, come parte della ripresa dei negoziati.)
“Dopo
tutto, la terra non può essere rubata. Ogni cambiamento materiale può
essere invertito. Riparato. Durante le crociate, il muro occidentale era
una stalla per i cavalli. Ma ci sono due cose delle quali Israele deve
preoccuparsi, per sé stesso: la liberazione dei prigionieri e la
sensibilità religiosa. Il tempo trascorso in carcere non può essere
ricuperato – e il rilascio dei nostri soldati avrebbe dovuto essere
fatto 20 anni fa in cambio della nostra interruzione della [prima]
Intifada. Abu Mazen riporta 103 prigionieri di guerra, la maggior parte
dei quali condannata all’ergastolo, senza una goccia di sangue. Questo è
il modo giusto! Quante persone ha ucciso Israele nella Striscia di Gaza
fino a quando Hamas è riuscito a ottenere il rilascio dei prigionieri
nell’affare Shalit?
“Liberare
i prigionieri è il modo per ripristinare la fiducia dei cittadini nella
pace. Ma è difficile trovare nel comportamento israeliano buona volontà
e misure atte a costruire fiducia. Dopo il 2008, 91 soldati israeliani
per errore sono entrati nei territori dell’Autorità Palestinese e i
nostri servizi di sicurezza li hanno restituiti incolumi. Se in cambio
Israele avesse almeno solo migliorato le condizioni del nostro popolo!
“Quando
c’è fiducia, c’è una possibilità per una vita migliore insieme. (Ebrei e
palestinesi) condividiamo questa terra. Allah ha stabilito che voi
(ebrei) sareste nati qui. Cosa – andrò contro la parola di Allah?
Sfortunatamente noi abbiamo i nostri estremisti e voi i vostri, sul
versante israeliano. Entrambi hanno torto. Possiamo credere in un futuro
diverso. Guarda quante persone sono state uccise in Europa nelle guerre
mondiali e i paesi che erano nemici ora sono membri della stessa
Unione.
“Noi,
i palestinesi, siamo i protettori degli ebrei. La pace con noi
garantirà la vostra esistenza qui. Oggi, gli arabi sono addormentati per
ciò che riguarda la situazione del conflitto. Una volta che si
sveglieranno, solo rispettando la sensibilità religiosa di miliardi di
musulmani, ripristinando i nostri diritti e la convivenza con noi vi
proteggerà.”
I
suoi colleghi interloquiscono con i loro commenti. Diversi hanno la
sensazione che sia andato troppo lontano nella valutazione di un
supporto accresciuto che il rilascio dei prigionieri avrebbe apportato
ad Abu Mazen. Uno riassume la situazione dicendo che l’unica soluzione
consiste in un uno stato per entrambi i popoli. Samarwa concorda. In
risposta all’osservazione che il suo leader di Fatah parla di una
soluzione a due stati, egli dice, “Abu Mazen è libero di pensare che sia
possibile”
(tradotto da mariano mingarelli)
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