«Storie fiorentine. Alba e tramonto dell'ebreo del ghetto» di Ariel Toaff,

Copertina di 'Storie fiorentine'
Descrizione Una canzone satirica cantata nelle piazze e nei mercati, un busto nel chiostro di una chiesa, una vecchia grammatica ebraica in volgare toscano, una pergamena cabalistica: questi e altri frammenti sono occasione per Toaff di rientrare nell'universo dimenticato del ghetto di Firenze, microcosmo emblematico della vita difficile condotta dagli ebrei italiani nei secoli passati. Piccole storie di piccoli uomini che cercano di sfuggire a un destino di stenti e segregazione ingegnandosi, qualche volta truffando, qualche volta convertendosi, sempre in un altalenante rapporto di attrazione e ripulsa con la società cristiana da cui sono circondati. Oggi, ci dice l'autore, tende a diffondersi un'idea nostalgica dei ghetti, al punto che una satira antiebraica settecentesca, all'epoca osteggiata dagli ebrei e occasione di violenze nei loro confronti, ha finito per trasformarsi in una pittoresca testimonianza della cultura ebraica. Ma non è un mondo che sia lecito rimpiangere.

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Vite all'ombra di amori proibiti e ricette alchemiche

Era un quartiere povero, per nulla simile a quello di Venezia. Nel periodo post unitario fu sventrato
Con la promulgazione della bolla «Cum nimis absurdum», voluta da Paolo IV nel 1555, si imponevano agli ebrei forti misure restrittive: per esempio, li si escludeva dal possesso dei beni immobili. Il tono vessatorio sarebbe stato ammorbidito sette anni più tardi da Pio IV e dalla sua «Dudum a felicis», ma ormai il peggioramento delle loro condizioni di vita, rispetto ai secoli precedenti, tendeva a generalizzarsi.
L'idea del ghetto, tuttavia, proveniva da una città in cui le comunità ebraiche erano estremamente prospere e che aveva attratto tanto ebrei askhenaziti quanto sefarditi: a Venezia, già nel 1516, era stato deciso che tutti gli ebrei avrebbero avuto per residenza un'area specifica, con libertà di movimento durante il giorno e l'obbligo di residenza la notte.
Nel Cinquecento il ghetto veneziano poteva contare cinque sinagoghe, una per ogni comunità. Nel frattempo, quasi in tutte le città dell'Italia centro-settentrionale (da quella meridionale gli ebrei erano stati espulsi) si andavano ugualmente diffondendo: nel 1570 nacque quello romano e l'anno successivo Cosimo de' Medici decise di istituirlo anche a Firenze; diversa la sorte di Livorno, dove pure la natio ebraica costituiva una parte prominente della vita economica cittadina; qui gli ebrei avevano sì un loro quartiere attorno alla sinagoga, ma questo non venne mai chiuso.
Alla vita dei ghetti, e in particolare a quello di Firenze, Ariel Toaff dedica le Storie fiorentine. Alba e tramonto dell'ebreo del ghetto (Il Mulino 2013, pp. 218, euro 16). Fu il grande architetto, ingegnere e urbanista Bernardo Buontalenti ad occuparsi della riorganizzazione, come stava facendo per altre zone di Firenze, dell'area circoscritta fra Santa Trinita, Palazzo Strozzi, il palazzo di Parte Guelfa e la piazza del Mercato Vecchio: si trattava di un reticolo di strade già malfamate, abitate da un numero cospicuo di ebrei, e dunque in qualche modo «naturalmente» destinate a servire allo scopo. Tuttavia, mentre oggi (come nota Toaff) molte di queste aree hanno conosciuto un revival e un rimaneggiamento addirittura in senso turistico, niente di tutto questo è possibile a Firenze, dove fisicamente del ghetto non resta più nulla; conseguenza di una scelta post-unitaria, forse non felice, che vide lo sventramento che condusse alla costruzione di Piazza Vittorio Emanuele (oggi della Repubblica).
Fortunatamente, però, resta una bella documentazione, utilizzata da Toaff per ricostruire la vita di quel luogo: una ricostruzione che l'autore compie, com'è d'altronde per lui consueto, senza inutili piagnistei, ma senza neppure l'idealizzazione della «vita del ghetto» che rimprovera a molti scritti contemporanei. Il ghetto fiorentino era ben lontano da quello veneziano: si trattava di un luogo povero, nel quale la miseria si accompagnava a una generalizzata ignoranza che non risparmiava i capi della comunità. È ciò di cui si lamentava il celebre rabbino veneziano Leon da Modena quando, fra 1609 e 1610, era stato costretto per ragioni economiche a un lungo soggiorno fiorentino: dal clima alla scarsa apertura culturale del nuovo pubblico al quale doveva predicare in sinagoga, niente di Firenze sembrava soddisfarlo.
Forse era proprio la pochezza delle prospettive per quanti si trovavano a crescere in un ambiente del genere a spingere alcuni a una conversione al cristianesimo che apriva molte porte: come per Paolo Sebastiano Medici, «neofita d'assalto», come giustamente lo definisce Toaff, che al pari di molti altri convertiti divenne strenuo accusatore dei suoi ex-correligionari.
Ma non mancano storie che, al contrario, mostrano come fra le comunità i contatti potessero anche essere di tipo diverso: le storie d'amore tra uomini ebrei e donne cristiane, per esempio, proibite dalla legge e avversate da entrambe le comunità, sono quelle che maggiormente coinvolgono. Ma altrettanto interessanti risultano quelle che hanno al centro traffici ben più oscuri, a carattere magico e alchemico.
Al leggendario sovrano biblico Salomone si attribuiva la stesura di numerosi testi magici, come il cosiddetto Testamentum Salomonis, che descriveva i demoni principali e il modo per sottometterli al proprio volere. Nel suo Speculum astronomiae Alberto Magno ne ricordava numerosi, la gran parte dei quali non è giunta sino a noi.
La Clavicula Salomonis era forse il più noto di tutti; la copia manoscritta più antica, in greco, risalente al XII-XIII secolo, è oggi conservata presso il British Museum di Londra. Ne esistono numerose varianti, molte delle quali pubblicate a stampa nei secoli successivi. L'origine sembra esser stata prevalentemente ebraica, con interpolazioni greco-egiziane, e più in generale orientali, e solo remotamente cristiane.
L'appello ai demoni perché conferiscano volontà e potere si accompagnano in modo blasfemi ai richiami - attraverso preghiere e formule - ai profeti dell'Antico Testamento e allo stesso Dio, chiamati a maledire i demoni al fine di costringerli a obbedire alla volontà dell'evocatore. Tuttavia, le finalità di tali rituali erano estremamente pratiche; si trattava cioè di bassa magia, a quanto scrive Toaff frequente nel ghetto fiorentino. D'altra parte, quello dell'ebreo «mago» era uno stereotipo diffuso da tempo, anche in modo malevolo; ma, pure in questo campo, cristiani ed ebrei condividevano più di quanto non li separava.
Com'è noto, l'emancipazione degli ebrei promossa in Piemonte già nel 1848 dallo Statuto Albertino divenne legge del nuovo stato italiano. L'ultimo ghetto ad essere abolito fu quello di Roma nel 1870, all'indomani dell'annessione e a tre secoli dall'istituzione. Le Storie fiorentine di Ariel Toaff ce ne restituiscono oggi un quadro a tratti angosciante, spesso divertente, sempre estremamente vitale.
APERTURA - Marina Montesano

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