Se i diritti umani dipendono dai governi
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restrittive, campagne diffamatorie e controlli pressanti: sono molti i
metodi messi in campo dai governi per limitare l’accesso a finanziamenti
ad associazioni e organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Un
nuovo report mette a fuoco i principali ostacoli per l’ottenimento di
sovvenzioni e lo svolgimento delle attività associative.
"Le restrizioni all’accesso ai finanziamenti per i difensori dei diritti umani rafforzano l’impunità". Il concetto alla base del report 2013 firmato dall’Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti umani (Obs) è tutto racchiuso nel titolo: in 90 pagine, la campagna promossa da Organizzazione mondiale contro la tortura (Omct) e dalla Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) confronta l’accessibilità ai finanziamenti e le leggi nazionali che la regolano in 35 paesi sparsi in tutti i continenti. Ottenendone una fotografia tutt’altro che rassicurante.
Il report dello scorso anno prendeva in esame direttamente le aggressioni ai singoli attivisti per i diritti umani in oltre 50 paesi, costruendo una cartina della repressione e ponendo l’accento sulla necessità di azione a livello globale.
Quest’anno, partendo dal presupposto che ogni associazione e organizzazione per poter vivere e portare avanti le sue attività necessita di fondi, l’indagine condotta da Obs lega indissolubilmente l’accesso ai finanziamenti - nazionali, internazionali, privati o pubblici che siano - alla libertà stessa di associazione, riconosciuta come uno dei diritti umani fondamentali.
"L’accesso ai finanziamenti per le organizzazioni non governative che difendono i diritti umani è un diritto, un diritto universale", si legge nel report, dove si sottolinea come la repressione dei difensori dei diritti umani possa prendere molte forme, "dai soprusi amministrativi fino alle esecuzioni extragiudiziarie, all’arresto e alla tortura".
Quello messo in atto dai governi per evitare il diffondersi di una cultura del rispetto degli esseri umani nella loro totalità è un vero "arsenale sofisticato" fatto di "restrizioni legali, misure amministrative o pratiche meno visibili" e quindi meno esposte alla critica internazionale.
Un 'arsenale' particolarmente complesso.
Si va infatti dall’obbligo di registrazione presso organismi statali ufficiali, con procedure spesso complicate o poco chiare, a leggi che criminalizzano tutti quei gruppi che non abbiano provveduto alla registrazione o non abbiano ottenuto l’autorizzazione dal governo, passando per le pene amministrative e detentive dirette contro chi le leggi dello Stato le trasgredisce durante il normale svolgimento delle sue attività, come nel caso di Algeria, Bahrein, Egitto e Siria.
Oppure, come in Iran, per le Ong esiste un divieto assoluto di accettare finanziamenti provenienti dall’estero e generici principi di indipendenza, libertà, unità nazionale, fede nell’Islam da seguire nonché il rispetto dell’ideologia alla base delle Repubblica islamica rivoluzionaria. Le autorità si assicurano così totale discrezionalità al momento di decidere le sorti di associazioni considerate 'scomode'.
Tra le limitazioni, anche quelle dovute alla nazionalità dei membri. A tal proprosito, l'Obs fa l’esempio del Qatar: in un paese in cui circa l’80 % della popolazione è formato da lavoratori migranti, senza documenti o comunque stranieri, imporre l’obbligo per le Ong di accettare al loro interno solo cittadini qatarini restringe, e non di poco, il campo d’azione di un'associazione dedicata alla difesa dei diritti umani.
Altro esempio eclatante è il Bahrein, il cui regime si arroga il diritto di decidere della legittimità di un'associazione in base alla necessità per il paese delle attività da essa svolte: il governo di Manama può, nei fatti, rifiutare la registrazione di un'organizzazione solo perché, arbitrariamente, ritiene "inutile" il suo lavoro.
L’attacco personale ai membri delle organizzazioni per i diritti umani resta però l'arma più efficace.
Se le leggi nazionali possono limitare la presenza e la pervasività degli attivisti sul proprio territorio, classificandoli come 'terroristi' e inserendo le loro attività tra le 'azioni contro la sicurezza dello Stato', i governi attuano delle vere e proprie campagne di diffamazione volte a delegittimarli, scoraggiando al contempo eventuali donors esterni. Così come sono stati registrati casi in cui a essere travolti dalla macchina del fango sono stati gli stessi finanziatori internazionali, accusati di voler interferire nelle questioni interne di un paese, usando come 'porta d’ingresso' le Ong.
Partire da questioni di ordine morale, di sicurezza pubblica o di anti-terrorismo, per bloccare il normale svolgimento delle attività di organizzazioni e associazioni impegnate nella protezione dei diritti umani è un’argomentazione tendenziosa, secondo gli analisti di Obs.
Alzare ostacoli e barriere lungo il loro cammino equivale a inibire lo sviluppo di quella cultura dei diritti che è alla base della crescita democratica di una nazione e della sua cittadinanza.
Ma il fatto che nella maggioranza dei casi finanziamenti e sovvenzioni alle Ong vengano ostacolati o il loro ottenimento reso difficile in contesti politicamente repressivi, è diventato, purtroppo, un dato di fatto.
“Violazioni al diritto di finanziamento delle Ong: dall’aggressione alla criminalizzazione” recita il sottotitolo della ricerca. E il silenzio internazionale sull’argomento non fa altro che peggiorare le cose.
"Le restrizioni all’accesso ai finanziamenti per i difensori dei diritti umani rafforzano l’impunità". Il concetto alla base del report 2013 firmato dall’Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti umani (Obs) è tutto racchiuso nel titolo: in 90 pagine, la campagna promossa da Organizzazione mondiale contro la tortura (Omct) e dalla Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) confronta l’accessibilità ai finanziamenti e le leggi nazionali che la regolano in 35 paesi sparsi in tutti i continenti. Ottenendone una fotografia tutt’altro che rassicurante.
Il report dello scorso anno prendeva in esame direttamente le aggressioni ai singoli attivisti per i diritti umani in oltre 50 paesi, costruendo una cartina della repressione e ponendo l’accento sulla necessità di azione a livello globale.
Quest’anno, partendo dal presupposto che ogni associazione e organizzazione per poter vivere e portare avanti le sue attività necessita di fondi, l’indagine condotta da Obs lega indissolubilmente l’accesso ai finanziamenti - nazionali, internazionali, privati o pubblici che siano - alla libertà stessa di associazione, riconosciuta come uno dei diritti umani fondamentali.
"L’accesso ai finanziamenti per le organizzazioni non governative che difendono i diritti umani è un diritto, un diritto universale", si legge nel report, dove si sottolinea come la repressione dei difensori dei diritti umani possa prendere molte forme, "dai soprusi amministrativi fino alle esecuzioni extragiudiziarie, all’arresto e alla tortura".
Quello messo in atto dai governi per evitare il diffondersi di una cultura del rispetto degli esseri umani nella loro totalità è un vero "arsenale sofisticato" fatto di "restrizioni legali, misure amministrative o pratiche meno visibili" e quindi meno esposte alla critica internazionale.
Un 'arsenale' particolarmente complesso.
Si va infatti dall’obbligo di registrazione presso organismi statali ufficiali, con procedure spesso complicate o poco chiare, a leggi che criminalizzano tutti quei gruppi che non abbiano provveduto alla registrazione o non abbiano ottenuto l’autorizzazione dal governo, passando per le pene amministrative e detentive dirette contro chi le leggi dello Stato le trasgredisce durante il normale svolgimento delle sue attività, come nel caso di Algeria, Bahrein, Egitto e Siria.
Oppure, come in Iran, per le Ong esiste un divieto assoluto di accettare finanziamenti provenienti dall’estero e generici principi di indipendenza, libertà, unità nazionale, fede nell’Islam da seguire nonché il rispetto dell’ideologia alla base delle Repubblica islamica rivoluzionaria. Le autorità si assicurano così totale discrezionalità al momento di decidere le sorti di associazioni considerate 'scomode'.
Tra le limitazioni, anche quelle dovute alla nazionalità dei membri. A tal proprosito, l'Obs fa l’esempio del Qatar: in un paese in cui circa l’80 % della popolazione è formato da lavoratori migranti, senza documenti o comunque stranieri, imporre l’obbligo per le Ong di accettare al loro interno solo cittadini qatarini restringe, e non di poco, il campo d’azione di un'associazione dedicata alla difesa dei diritti umani.
Altro esempio eclatante è il Bahrein, il cui regime si arroga il diritto di decidere della legittimità di un'associazione in base alla necessità per il paese delle attività da essa svolte: il governo di Manama può, nei fatti, rifiutare la registrazione di un'organizzazione solo perché, arbitrariamente, ritiene "inutile" il suo lavoro.
L’attacco personale ai membri delle organizzazioni per i diritti umani resta però l'arma più efficace.
Se le leggi nazionali possono limitare la presenza e la pervasività degli attivisti sul proprio territorio, classificandoli come 'terroristi' e inserendo le loro attività tra le 'azioni contro la sicurezza dello Stato', i governi attuano delle vere e proprie campagne di diffamazione volte a delegittimarli, scoraggiando al contempo eventuali donors esterni. Così come sono stati registrati casi in cui a essere travolti dalla macchina del fango sono stati gli stessi finanziatori internazionali, accusati di voler interferire nelle questioni interne di un paese, usando come 'porta d’ingresso' le Ong.
Partire da questioni di ordine morale, di sicurezza pubblica o di anti-terrorismo, per bloccare il normale svolgimento delle attività di organizzazioni e associazioni impegnate nella protezione dei diritti umani è un’argomentazione tendenziosa, secondo gli analisti di Obs.
Alzare ostacoli e barriere lungo il loro cammino equivale a inibire lo sviluppo di quella cultura dei diritti che è alla base della crescita democratica di una nazione e della sua cittadinanza.
Ma il fatto che nella maggioranza dei casi finanziamenti e sovvenzioni alle Ong vengano ostacolati o il loro ottenimento reso difficile in contesti politicamente repressivi, è diventato, purtroppo, un dato di fatto.
“Violazioni al diritto di finanziamento delle Ong: dall’aggressione alla criminalizzazione” recita il sottotitolo della ricerca. E il silenzio internazionale sull’argomento non fa altro che peggiorare le cose.
04 Luglio 2013
di:
Marta Ghezzi
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