Quando “prendere tempo” significa una sola cosa: più occupazione


La bugia circa un presunto processo di pace non finisce nelle scuole israeliane né nella mente dei soldati israeliani, nell’Esercito dell’occupazione; è il pilastro della Diplomazia internazionale, specialmente quella degli Stati Uniti. Questa è la sua vera grandezza.

di Noam Chayat
6 luglio 2013

Il 6 giugno, esattamente 46 anni dopo che Israele ha conquistato i Territori Palestinesi, sono andato a parlare a 50 studenti di scuola superiore, nell’Istituto Waldorf, in Galilea, per conto di Breaking the Silence.

La guardia all’ingresso dell’edificio era una donna araba; si può contare su una mano il numero di guardie donne arabe, nelle scuole ebraiche. L’insegnante che mi ha chiesto di venire a parlare insegna la Bibbia e la tessitura di cesti. Mentre mi faceva fare un rapido giro della scuola, si provava una sensazione di libertà, come sulla spiaggia di Tel Aviv, il sabato pomeriggio.

In Israele, la qualità di una scuola è determinata, insieme ad altri parametri, dalla percentuale di studenti che diventeranno soldati combattenti. Più è grande la percentuale più il Ministro dell’Istruzione è felice, mentre la scuola è ricompensata con finanziamenti crescenti. A ogni modo, essendo il Waldorf una scuola privata, in genere non incontra le aspettative del Governo sulla produzione di soldati combattenti. Eppure, tra soli due mesi a partire da ora, questi giovani verranno chiamati al servizio di leva, nell’IDF. Diversi di loro faranno il servizio militare come occupanti, mentre molti serviranno, indirettamente, l’occupazione.

Il primo studente a entrare nell’aula è stata una ragazza, in procinto di andare a prestare il servizio di leva, nella Polizia di confine, nota per l’uso abitudinario della violenza contro i Palestinesi, nei Territori Occupati. Mi ha chiesto se volessi metterle paura. La visione di questa ragazza innocente, sprezzantemente furiosa contro un Palestinese ammanettato, mentre ils uo collega lo pesta, è stata sufficiente per farmi uscire le lacrime. “No”, ho risposto. “Sto per raccontarti una storia vera che ti hanno tenuta nascosta.”.

Ho proiettato un documentario pieno di violenze arbitrarie contro i Palestinesi, ai checkpoint della Cisgiordania.  Gli ho letto la testimonianza di un soldato, un giovane che, in precedenza, aveva pensato che non sarebbe accaduto a lui, ha realizzato di essere diventato inumano e come ha descritto come era diventato “schiavo del controllo degli altri”.

Ho raccontato loro la mia storia, di come, da ufficiale dell’IDF nei Territori Occupati, andavo lì a terrorizzare la popolazione civile. Ho raccontato loro di come irrompevamo nelle case di famiglie innocenti, nel cuore della notte, distruggendo la proprietà privata, saccheggiando, umiliando, impadronendoci di case private e veicoli. Li ho incoraggiati a immaginare cosa vuol dire non poter raggiungere l’ospedale o la scuola perché il checkpoint mobile vicino è chiuso. Ho sudato per convincerli dell’esistenza di questi checkpoint; la maggior parte degli studenti crede che gli unici checkpoint esistenti siano quelli che consentono ai Palestinesi di entrare in Israele dai Territori Occupati Palestinesi. Gli ho raccontato della procedura detta “dimostrazione di forza”, il nostro incarico: intimidire la popolazione civile, fine a se stesso; detto in termini militari, farli sentire delle prede.

Un adolescente ha chiesto: “Ma non è in corso un processo di pace? Se ci daranno le loro armi, noi cesseremo, immediatamente, di fare le cose di cui parli e avremo la pace, giusto?”. Con la sua domanda, fatta con beata ignoranza, questo giovane, privilegiato e ingenuo ragazzo israeliano ha dimostrato come la normalizzazione dell’occupazione prevalga, vale a dire il progetto di cancellare l’occupazione dai discorsi israeliani, inclusi quelli politici.

Questa stessa Israele ha avuto successo nel far crescere generazioni di giovani che paragonano l’occupazione, imposta da Israele, unilateralmente, alla simmetria della guerra. L’Esercito israeliano, che chiamerà alla leva questi giovani ai quali ho parlato, poche settimane fa, è detto Forze di Difesa israeliane, sebbene, perlopiù, imponga legge e ordine ai Palestinesi piuttosto che difendere i confini israeliani. Questi giovani israeliani sono convinti di vivere in un Paese democratico, tormentato da una minoranza e che ha, facilmente, posto riparo al problema, vale a dire il conflitto israelo-palestinese.

Perché dovrei criticare questo liceale ignorante, quando nonfa che ripetere a pappagallo il modo in cui il Primo Ministro Netanyahu presenta le questioni? Netanyahu è uno degli architetti dell’assurda trasformazione che è riuscita a separare il conflitto israelo-palestinese dall’occupazione israeliana e il suo dominio militare sui Palestinesi. Lo scorso mese, il Primo Ministro ha indirizzato un commento al Presidente Abbas. Ha detto “Dia una possibilità alla pace”; che cinismo. Mentre cresce il controllo sui Palestinesi, attraverso l’uso delle armi, Israele incoraggia i leader della parte occupata a discutere di pace, che significa fine della lotta, lotta che non è in corso. Israele vuole parlare di pace, senza porre fine all’occupazione. Vuole normalizzare il rapporto tra occupante e occupato.

Indubbiamente, ci sarà molto da discutere con i leader palestinesi, dopo che Israele avrà posto fine all’occupazione, in modo unilaterale e senza pre-condizioni, ritirando le sue truppe e i suoi cittadini, aldilà dei confini, internazionalmente riconosciuti. Quello sarà il momento di parlare di pace: distribuzione dell’acqua, accordi sulla sicurezza reciproca, rapporti economici e commerciali, confini precisi, reciproche procedure per i visti ecc.

La bugia circa un presunto processo di pace non finisce nelle scuole israeliane né nella mente dei soldati israeliani, nell’Esercito dell’occupazione; è il pilastro della Diplomazia internazionale, specialmente quella degli Stati Uniti. Questa è la sua vera grandezza.

Come i suoi predecessori, il Segretario di Stato Kerry sta chiedendo ai Palestinesi più tempo, per poter portare gli israeliani al tavolo. Questo è, esattamente, quello che Israele chiede, e ha chiesto per 46 anni, al mondo: un po’ più di tempo. Quando la reciproca violenza colpisce la nostra terra, il tempo in più che chiediamo ci viene concesso, senza neanche un ripensamento. “ Calmi! Stiamo sparando”, diciamo. E, quando le cose sono tranquille, come ora, Israele ha bisogno di un finto processo di pace per ottenere più tempo.
Durante questo tempo extra che Israele si concede, ci sono sviluppi nella sicurezza e nell’economia dei Territori Occupati Palestinesi, mentre Israele intensifica il suo status quo e il suo dominio militare su un Popolo privato dei diritti civili.

Noam Chayut è uno deifondatori di Breaking the Silence e autore di The Girl Who Stole MyHolocaust (http://www.amazon.com/The-Girl-Who-Stole-Holocaust/dp/1781680884) (la traduzione in Inglese è di Tal Haran), edito da Verso.

Link originale: http://972mag.com/when-buying-time-means-one-thing-more-occupation/75215/
(Traduzione di Marisa Conte)

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