Proteggere Snowden di Richard Falk
di Richard Falk – 7 luglio 2013
“Saggi” autoproclamatisi del nostro tempo, come David Brooks e Tom Friedman, giornalisti dogmatici e molto influenti del New York Times, sono andati dicendo ai loro lettori che Edward Snowden è una persona onesta e intelligente ma che ha scavalcato la legge arrogandosi la rivelazione dei “dati totali” sui programmi di sorveglianza dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) del governo statunitense. Diffondendo deliberatamente prove abbondanti della stupefacente portata e profondità della sorveglianza, Snowden è stato chiaramente motivato che il diritto alla riservatezza, la qualità della vita democratica e il rispetto della sovranità di paesi stranieri e la confidenzialità degli eventi diplomatici erano messi a rischio. Per alcuni questa decisione audace di denunciare la raccolta di informazioni riservate da parte degli statunitensi ha reso Snowden un criminale, definito “un traditore” da una pluralità di dirigenti pubblici, tra cui John Kerry, il segretario di stato. Non c’è dubbio che Snowden è colpevole di aver violato le leggi sullo spionaggio, il che quasi automaticamente costituisce un tradimento per quelli che hanno una mentalità ultranazionalista. Quelli che la pensano a questo modo ritengono che Snowden meriti di essere punito con il massimo della pena e che i governi stranieri amici del nostro paese dovrebbero acconsentire alla richiesta di Washington che sia incarcerato ed estradato negli Stati Uniti per essere processato.
Naturalmente per molti altri Snowden è un eroe del nostro tempo e le sue azioni andrebbero onorate con un Premio Nobel. Snowden ha messo la responsabilità democratica al primo posto rispetto alla sua carriera e sicurezza, sapendo di sottoporsi a grandi rischi osando sfidare le politiche di sicurezza del governo di un paese potente al fine di evitare l’addensarsi di una tempesta politica orwelliana. Quella che il Presidente Obama, parlando dopo le rivelazioni di Snowden, ha descritto in Germania, con una certa malafede, come “un sistema limitato e circoscritto inteso a metterci in grado di difendere il nostro popolo”. Che cosa abbia a che fare la protezione del popolo statunitense con l’intercettazione di comunicazioni diplomatiche di membri dell’Unione Europea sembra una questione più che inverosimile.
Ci sono molte voci sobrie che si dichiarano preoccupate per le pericolose implicazioni di una violazione così massiccia della sicurezza naturale, specialmente in seguito alle rivelazioni più screditanti dei denunciatori più importanti, Bradley Manning e Julian Assange. In effetti, considerato il genere di minacce alla sicurezza che esistono dopo l’11 settembre, il pubblico deve fidarsi che il governo persegua un giusto equilibrio tra la protezione del paese dalle minacce alla sicurezza nazionale e il mantenimento della libertà dei propri cittadini e il rispetto della sovranità degli altri paesi. Come ha detto, dopo questi eventi, Michael Hayden, ex direttore della CIA e successivamente della NSA: “Stiamo ora mettendo nel mirino gli Stati Uniti come se fossero un paese straniero”. La violazione da parte di Snowden del proprio giuramento e delle leggi sullo spionaggio va apprezzata come una “valvola di sicurezza”, un contrappeso a un governo violento, o come una falla spalancata in operazioni governative che deve essere tappata nel modo più stretto possibile? La tesi degli interni alla dirigenza di Washington è che a meno che non si provveda in quest’ultimo modo la politica governativa ne soffrirà perché andrà persa la fiducia istituzionale necessaria che i segreti saranno mantenuti tali.
Io trovo che i timori del Grande Fratello siano più credibili di queste ansie riguardo alle falle nei circoli segreti cui si affidano governi che si suppongono costituzionali sottraendosi all’etica democratica della responsabilità, trasparenza e partecipazione. Ciò che si rileva costantemente nella prassi del governo è un eccesso di segretezza mediante tendenze a classificazioni promiscue che sembrano spesso utilizzate per evitare imbarazzi ai politici derivanti dalla rivelazione di comportamenti dubbi o per proteggere burocrati da commenti critici e ostili dei giornalisti e del pubblico. Quello che è evidente è che il governo, anche in un paese che si vanta della libertà e della riservatezza, tende a considerare la raccolta di informazioni in uno spirito simile a quello riservato agli armamenti: fare tutto ciò che la tecnologia consente fintanto che i costi sono ragionevoli e i rischi possono essere contenuti a livelli moderati. E con l’avvento dell’informazione digitale, il limite è il cielo: il programma PRISM, che era quello cui lavorava Snowden nel suo ruolo di collaboratore esterno privato alle dipendenze della società di consulenza Booz Allen & Hamilton, è stato una procedura di raccolta di dati che non si limitava a intrusioni su coloro a carico dei quali esistevano motivi di sospetto. In realtà tutti e dovunque stanno ora vivendo sotto una nube di sospetti, non c’è stato alcun gruppo di “soliti sospetti” da mettere insieme dopo gravi eventi delittuosi. La distinzione, cruciale per il benessere politico di persone che vivono in una società liberale, tra sospetti e cittadini ora sembra superata e irrilevante, e questo è uno sviluppo sinistro che andrebbe contrastato.
Due sviluppi principali hanno posto in essere questa sgradevole realtà e dato una nuova credibilità alla “politica iperliberale”. Primo: la minaccia esistenziale alla sicurezza più temuta è finita per essere associata a potenziali estremisti politici che potrebbero trovarsi dovunque, entro e oltre i confini nazionali, con o senza affiliazioni a una rete politica. Si considerino esempi come il pazzo islamofobo norvegese di destra Anders Breivik, colpevole di un massacro il 22 luglio 2011 o come i fratelli Tsarnaev, autori dell’attentato alla Maratona di Boston il 5 aprile 2013. Si dà effettivamente il caso della presenza di individui isolati così come di reti terroristiche transnazionali che costituiscono una grave minaccia alla vitalità delle democrazie costituzionali. Molti hanno espresso timori che una replica dell’11 settembre negli Stati Uniti produrrebbe uno slittamento in una specie di fascismo reattivo, e che dunque un certo sacrificio delle libertà ponendo la nostra fiducia nei leader eletti e nelle istituzioni rappresentative e sperando per il meglio è una specie di necessità imposta dalla situazione. I politici asseriscono con vigore che informazioni del genere in questione, invasive degli spazi privati della vita delle persone, hanno già contribuito a evitare attacchi terroristici e eventi orribili in una percentuale di prevenzione riuscita che arriva al 90% dei casi. Cioè il genere di minaccia che domina le nostre attuali paure può essere affrontato in modo responsabile soltanto rinunciando a qualsiasi aspettativa di cittadinanza autonoma o alle promesse di un governo che possa essere chiamato a rispondere del suo agire. Un simile slittamento della democrazia può essere diventato semplicemente un dato di fatto nella vita del ventunesimo secolo quanto a ciò che la maggioranza delle società ha accettato, anche se con scarsa consapevolezza di ciò che sta accadendo.
Il secondo fattore importante è il “si può fare” della qualità della tecnologia digitale applicata ai tentativi di sorveglianza di massa a fini di controllo governativo o di profitto privato. Prendendo in forza le infrastrutture di rete sociale della società moderna, si possono raccogliere informazioni, archiviarle, analizzarle, codificarle e renderle disponibili per una vasta gamma di utilizzi leciti e illeciti. C’è una continuità sinistra tra le potenzialità tecnologiche del programma di raccolta massiva di dati della NSA noto come PRISM e le missioni letali dei droni controllati da operatori civili che agiscono lontano dalle zone di combattimento, attuando piani di battaglia basati su bersagli scelti in una lista delle persone da uccidere presentata quotidianamente al Presidente con l’approvazione in segreto dell’esecuzione di cittadini statunitensi e di coloro che vivono in paesi stranieri e che non debbono alcuna obbedienza alle leggi statunitensi. Tale è la natura della “guerra globale” scatenata da George W. Bush dopo l’11 settembre e proseguita da Barack Obama. Ci sono rassicurazioni che viene posta attenzione, sono fatti sforzi per minimizzare gli errori e che i bersagli sono sole le minacce più imminenti. La valutazione oggettiva dei campi della morte racconta una storia diversa: di innocenti uccisi, di attacchi “autorizzati” che cercano di uccidere quelli contro i quali ci sono solo vaghe prove circostanziali, di un regno di terrore in aree in cui si presume risiedano sospetti.
In realtà ciò che ha fatto Snowden è stato straordinariamente rispondente alle preoccupazioni circa la sicurezza nazionale compresa la protezione della segretezza che circonda iniziative controverse all’estero. Snowden ha indicato di non aver mai avuto l’intenzione di diffondere documenti che riguardino particolari agenti impegnati in azioni sotto copertura o di rivelare la posizione di basi della CIA in paesi stranieri. In effetti Snowden ha riconosciuto che il governo ha ‘segreti’ che meritano di essere mantenuti tali che distingue questi da quelli che non sono giustificati da considerazioni di sicurezza e che costituiscono una grave minaccia per la qualità futura della democrazia costituzionale. Si dà indubbiamente il caso, come Snowden ha suggerito, che egli ha avuto buoni motivi per ritenere che senza una simile rivelazione non autorizzata il pubblico non avrebbe avuto modo di scoprire cosa stava succedendo e nessuna voce in capitolo su come decidere l’equilibrio riservatezza-sicurezza, e che il governo avrebbe indubbiamente continuato a basarsi su eccessive pretese di segretezza per isolarsi da procedure di responsabilizzazione, comprese le forme di controllo piuttosto poco convincenti che hanno il compito di evitare malefatte nel gulag della sorveglianza. Penso ci siano buoni motivi per concludere che è solo l’invadenza dei rivelatori che produce questi occasionali raggi di sole che illuminano in una certa misura i corridoi bui del potere governativo.
I tre principali casi di fuga di informazioni dell’ultimo mezzo secolo riguardanti la sicurezza nazionale (Ellsberg, I quaderni del Pentagono; Bradley Manning, i documenti dell’Iraq e dell’Afghanistan, e Snowden, il programma di sorveglianza PRISMA della NSA) hanno una cosa in comune: la rivelazione di crimini dello stato che sono stati a lungo coperti e che costituiscono una parte integrante delle strutture di impunità che sembrano vitali per lo svolgimento del lavoro sporco dell’impero. Daniel Ellsberg intervistato per Salon da Brad Friedman il 14 giugno 2013 (Salon.com) ha insistito che nel 1972, quando egli diffuse i Quaderni del Pentagono, c’era un’atmosfera politica più permissiva. Allora c’era almeno la possibilità di far uscire la storia senza essere cacciati in prigione in condizioni di isolamento (Manning) o cacciati come un criminale comune (Assange e ora Snowden). Nella situazione attuale sembra che l’unico modo a disposizione di Snowden per avere un’opportunità di spiegare i motivi della sua azione sia stato di trasferirsi all’estero e di chiedere asilo.
Quello che appare più sconcertante a proposito del caso Snowden è lo zelo accusatorio della presidenza Obama, apparentemente liberale nel suo atteggiamento riguardo a questioni di libertà personale e ai valori del governo costituzionale. Quello che Snowden ha commesso è del tutto chiaramente un “reato politico”, se mai è un reato, e in considerazione di ciò sin dalla Rivoluzione Francese è stato considerato non ricompreso nella politica, in generale desiderabile, di collaborazione tra governi nell’arresto di sospetti criminali. In una tale situazione appare inopportuno istruire il vicepresidente di telefonare in giro per il mondo esercitando pressioni per scoraggiare la concessione di asilo o rifugio a Snowden o, peggio, usare l’influenza statunitense per interferire in voli internazionali ritenuti collegati al tentativo di Snowden di chiedere asilo, un diritto conferito dall’articolo 14(1) della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Forse è una forzatura legale insistere sul diritto di asilo di Snowden, considerato che la ‘persecuzione’ che potrebbe subire se rientrasse negli Stati Uniti sarebbe niente di più (e niente di meno) che essere processato in base alla legge penale statunitense applicabile, processo che presumibilmente si svolgerebbe sotto la supervisione della magistratura nel modo prescritto costituzionalmente dai parametri del giusto processo. Ma considerata la reazione vendicativa alla consegna da parte di Manning di un archivio di documenti a WikiLeaks e il rifiuto del governo di riconoscere le implicazioni delle politiche che sono di natura criminale, a Snowden dovrebbe essere concesso asilo e il non farlo mostra due caratteristiche dell’ordine mondiale attuale: l’eccezionalità degli Stati Uniti (il governo USA davvero consegnerebbe alla Cina o a Cuba una persona che abbia rischiato tutto per rivelare al mondo segreti dello stato? Il seguente linguaggio legale suggerisce certamente una risposta: “Nessuna restituzione o consegna sarà fatta di nessuna persona accusata di aver commesso un qualsiasi reato di natura politica”); la seconda caratteristica è la logica degli stati principali che hanno un interesse a collaborare tra loro per tenere ben fermo il coperchio della segretezza sulle proprie pratiche più efferate.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/protecting-snowden-by-richard-falk
Originale: Richardfalk.com
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
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