Palestina. Se la 'transizione' egiziana la paga Gaza
I
disordini in Egitto e il colpo militare che ha portato alla
destituzione del presidente Morsi si ripercuotono lungo il valico di
Rafah: la crisi della Fratellanza investe anche Hamas, ma a pagare il
prezzo è la popolazione civile. Perché Gaza in queste ore è sull’orlo di
una crisi umanitaria, e la sola porta verso il mondo esterno resta
chiusa.
“Il Palestianian Center for Human Rights (PCHR) esprime profonda preoccupazione per il deterioramento delle condizioni umanitarie nella Striscia di Gaza, alla luce della chiusura del valico internazionale di Rafah, l’unico esistente per il movimento della popolazione della Striscia verso il mondo esterno”. In un lungo comunicato, il PCHR spiega, con numeri e cifre, che Gaza rischia il collasso: da quando le autorità egiziane hanno stabilito la chiusura del valico, il 5 giugno scorso, “migliaia di palestinesi sono bloccati da entrambi i lati”.
A Gaza, in queste ore, non si entra. E da Gaza non si esce.
Non escono i palestinesi che lavorano in Egitto, così come i pazienti che hanno bisogno di cure impossibili da fornire nella Striscia, in attesa di potersi muovere verso ospedali attrezzati; non entrano i ragazzi che studiano all’estero, che avevano programmato di tornare a casa per festeggiare il Ramadan con le famiglie; non entrano, e anzi restano bloccati, decine di palestinesi all’aeroporto del Cairo, trattenuti in attesa che Rafah venga riaperto;così come i tanti viaggiatori di ritorno dall’Arabia Saudita per il pellegrinaggio dell’Umra.
A Gaza, in queste ore, non entra il carburante necessario a garantire il ‘naturale’ svolgersi della vita quotidiana in una prigione a cielo aperto.
Immediatamente dopo gli eventi che hanno portato alla destituzione del presidente egiziano, infatti, le autorità militari hanno stabilito anche un controllo serrato sulla vasta rete sotterranea di tunnel che collegano la Striscia a Rafah, e da cui arriva - insieme ai beni di prima necessità bloccati da Israele - il carburante egiziano a basso costo necessario alla sopravvivenza.
Bloccati tutti i rifornimenti ormai da giorni, a Gaza non si muovono le automobili. Ma neanche le fabbriche, gli impianti di trattamento delle acque reflue, quelli per lo smaltimento dei rifiuti e le pompe fognarie. Una situazione che "sta bloccando tutti i settori economici, i servizi per i cittadini e la comunità dei pescatori", come racconta Rosa Schiano: le barche sono ferme sulla costa, in attesa di poter riprendere il mare.
Una situazione che rischia di degenerare in emergenza sanitaria: non solo per il rischio che le condizioni igieniche nella Striscia precipitino, ma anche perché, come spiega ad Asma al Ghoul il ministro della Salute, Ashraf al-Koura, la carenza di carburante finirà presto per interessare anche ambulanze e ospedali, "minacciando la sopravvivenza dei pazienti che necessitano di cure intensive, la cui vita dipende dai macchinari".
Le scorte, secondo le stime, andranno ad esaurirsi nel giro di una settimana.
È così che il valico di Rafah diventa, ancora una volta, metafora e ‘termometro’ dei precari equilibri regionali. E che la popolazione palestinese finisce per pagare il prezzo di una crisi di cui non è responsabile.
Alleato-chiave e risorsa strategica per Tel Aviv, Mubarak negli anni aveva condotto una politica di non-interferenza, che assicurava anzi il controllo – e la chiusura – del valico di Rafah anche lungo il lato egiziano.
Anche per questa ragione l’elezione di Mohamed Morsi, esponente della Fratellanza Musulmana, aveva acceso la speranza che la politica, lungo quei 14 chilometri di confine condiviso che costringono l’Egitto ad occuparsi della Palestina, sarebbe cambiata. Ma non c’era voluto molto per comprendere che i ‘cambiamenti al valico’ non avrebbero riguardato la popolazione: Rafah, rispetto ai primi tre anni di assedio israeliano (2006 – 2009) è stato parzialmente e saltuariamente aperto, rimanendo tuttavia "ostaggio dell’era Mubarak".
Tutto cambia perché niente cambi: e per la popolazione palestinese costretta nell’assedio, niente è davvero cambiato.
Lo hanno spiegato gli analisti, lo hanno raccontato gli attivisti. Troppo impegnato dalla prova del potere, e a mettere in campo una realpolitik in grado di rassicurare la comunità internazionale, il neo presidente Morsi nei confronti della ‘questione palestinese’ ha impresso un cambiamento solo di facciata, che non ha intaccato ne’ gli accordi decennali con Israele, ne’ le condizioni di vita della popolazione nella Striscia.
Se da un lato durante l’operazione israeliana Pillar of Clouds del novembre 2012 il ‘nuovo’ Egitto si schierava più apertamente con Gaza - utilizzando la situazione in suo favore per ribadire la propria egemonia regionale, e orchestrando la tregua tra Hamas e Israele - dall’altro non esitava a lanciare una vasta operazione contro i ‘gruppi criminali’ in Sinai - "Eagle 2", nell’agosto scorso – demolendo decine di tunnel sotterranei.
I media, in continuità con la quella demonizzazione tipica dell’era Mubarak, condussero allora – come conducono in queste ore – campagne denigratorie nei confronti dei palestinesi, considerati tra i principali responsabili dell’instabilità politica del Sinai, ormai sotto controllo di gruppi jihadisti e salafiti provenienti da tutta la regione. Responsabilità che la leadership di Hamas, tuttavia, ha sempre negato con forza.
La comune appartenenza alle fila della Fratellanza rappresentavano, per la prima volta nella sua storia, l’occasione per condividere il potere a livello regionale. E, soprattutto, di godere, seppure indirettamente, della sua legittimazione.
Durante i 12 mesi di presidenza Morsi, Gaza ha accolto numerose delegazioni ufficiali, fatto impensabile nell’era Mubarak: tra queste, non casualmente, le visite del Qatar, che si è impegnato in progetti miliardari di ricostruzione.
L’ascesa al potere della Fratellanza in Egitto, l’inedito sostegno di Doha e il rinnovato appoggio Turco sono stati elementi capaci di permettere al movimento islamico di riemergere dall’isolamento politico in cui si era chiuso dallo scontro con Fatah nel 2006, consentendogli di allacciare nuove relazioni internazionali, e di abbandonarne di vecchie: è il caso della Siria, dell’addio all’ufficio politico di Damasco e all’alleato di un tempo, Bashar al Assad. Una mossa pagata da Hamas con l’interruzione dei finanziamenti iraniani, prontamente sostituiti dalle casse del Qatar.
La relativa autonomia nella gestione di Rafah aveva permesso al movimento anche la riunificazione della sua leadership, con la visita – anch’essa impossibile solo un anno prima – del leader in esilio Khaled Meshaal. Un rafforzamento che si era reso evidente all’indomani di Pillar of Clouds quando, durante i negoziati per la tregua, spiccò per la sua assenza l’Anp di Abu Mazen, e nelle piazze di Ramallah tornavano a fare la loro comparsa le bandiere verdi del movimento islamista.
Se dunque il suo destino era legato a doppio filo con quello di Morsi sin dal giorno della sua elezione, si comprende perché Hamas sia "la prima vittima della rivolta egiziana", come spiega l’analista Daoud Kuttab.
Caduto il presidente, è in primo luogo l’esercito egiziano – che per gli islamisti non nutre simpatie – ad avere mano libera nel controllare il valico di Rafah, bloccare il rifornimento di carburante, non impedire che si diffondano quei 'rumors' per i quali Hamas si sarebbe "infiltrata in Egitto per sostenere Morsi durante le manifestazioni contro il suo governo".
"Che queste voci siano confermate o meno, o che si tratti di un tentativo di discreditare tutta la Fratellanza, certo è che la percezione per le strade egiziane ha messo nello stesso angolo Morsi e Hamas. Ecco perché sarà lei a pagare per prima la caduta del presidente", spiega ancora Kuttab.
Un calo di consensi tra la popolazione che aveva già iniziato a delinearsi da tempo, e in modo particolare dopo l’uccisione, nell’agosto scorso, di 16 guardie di frontiera nei pressi di Rafah. In quella occasione la stampa egiziana si affrettò a lanciare accuse contro le fazioni palestinesi ed Hamas, accusate di minacciare la sicurezza e la stabilità interna del paese.
Alla luce di questi stravolgimenti, con il sostegno iraniano ormai compromesso, e con un cambio al vertice in Qatar che non garantisce continuità né nel 'protettorato politico' né negli investimenti economici, la posizione del movimento islamista – che per il momento ha mantenuto un atteggiamento tiepido sugli eventi egiziani, limitandosi a condannare le violenze – vacilla.
Così come la percezione dell’intero contesto palestinese presso l’opinione pubblica egiziana: “Dopo aver letto tanti commenti su Facebook, possiamo affermare che i media egiziani sono riusciti nel loro intento di rendere odiosi i palestinesi”, scrivono i GYBO attraverso il loro profilo.
E ironicamente aggiungono: “Aggiornamento degli effetti della rivoluzione egiziana su Gaza: la chiusura di Rafah ha riportato la Striscia ad essere la più grande prigione a cielo aperto del mondo; un alto numero di palestinesi è bloccato all’aeroporto del Cairo e altrove; dopo la distruzione dei tunnel mancano i beni di prima necessità: se questa situazione durerà a lungo, entreremo in crisi umanitaria. Ma per tutto questo in Egitto si registra una felicità diffusa”.
E mentre l’esercito egiziano prepara una vasta operazione di sicurezza “per ripulire il Sinai da elementi criminali e terroristi”, in accordo con le forze militari israeliane, il valico di Rafah resta chiuso a tempo indeterminato.
(Foto by Marius Arnesen (Flickr: Watch Tower, Rafa, Gaza/Egypt) [CC-BY-SA-3.0-no (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/no/deed.en)], via Wikimedia Commons)
“Il Palestianian Center for Human Rights (PCHR) esprime profonda preoccupazione per il deterioramento delle condizioni umanitarie nella Striscia di Gaza, alla luce della chiusura del valico internazionale di Rafah, l’unico esistente per il movimento della popolazione della Striscia verso il mondo esterno”. In un lungo comunicato, il PCHR spiega, con numeri e cifre, che Gaza rischia il collasso: da quando le autorità egiziane hanno stabilito la chiusura del valico, il 5 giugno scorso, “migliaia di palestinesi sono bloccati da entrambi i lati”.
A Gaza, in queste ore, non si entra. E da Gaza non si esce.
Non escono i palestinesi che lavorano in Egitto, così come i pazienti che hanno bisogno di cure impossibili da fornire nella Striscia, in attesa di potersi muovere verso ospedali attrezzati; non entrano i ragazzi che studiano all’estero, che avevano programmato di tornare a casa per festeggiare il Ramadan con le famiglie; non entrano, e anzi restano bloccati, decine di palestinesi all’aeroporto del Cairo, trattenuti in attesa che Rafah venga riaperto;così come i tanti viaggiatori di ritorno dall’Arabia Saudita per il pellegrinaggio dell’Umra.
A Gaza, in queste ore, non entra il carburante necessario a garantire il ‘naturale’ svolgersi della vita quotidiana in una prigione a cielo aperto.
Immediatamente dopo gli eventi che hanno portato alla destituzione del presidente egiziano, infatti, le autorità militari hanno stabilito anche un controllo serrato sulla vasta rete sotterranea di tunnel che collegano la Striscia a Rafah, e da cui arriva - insieme ai beni di prima necessità bloccati da Israele - il carburante egiziano a basso costo necessario alla sopravvivenza.
Bloccati tutti i rifornimenti ormai da giorni, a Gaza non si muovono le automobili. Ma neanche le fabbriche, gli impianti di trattamento delle acque reflue, quelli per lo smaltimento dei rifiuti e le pompe fognarie. Una situazione che "sta bloccando tutti i settori economici, i servizi per i cittadini e la comunità dei pescatori", come racconta Rosa Schiano: le barche sono ferme sulla costa, in attesa di poter riprendere il mare.
Una situazione che rischia di degenerare in emergenza sanitaria: non solo per il rischio che le condizioni igieniche nella Striscia precipitino, ma anche perché, come spiega ad Asma al Ghoul il ministro della Salute, Ashraf al-Koura, la carenza di carburante finirà presto per interessare anche ambulanze e ospedali, "minacciando la sopravvivenza dei pazienti che necessitano di cure intensive, la cui vita dipende dai macchinari".
Le scorte, secondo le stime, andranno ad esaurirsi nel giro di una settimana.
È così che il valico di Rafah diventa, ancora una volta, metafora e ‘termometro’ dei precari equilibri regionali. E che la popolazione palestinese finisce per pagare il prezzo di una crisi di cui non è responsabile.
Se Gaza paga (ancora) il prezzo
Quando in Egitto la dittatura di Hosni Mubarak fu rovesciata, l’euforia che esplose a Gaza "fu seconda solo a quella del popolo egiziano", raccontano. Non solo perché la forza delle manifestazioni popolari era riuscita ad imprimere un cambiamento tanto forte da restituire speranza ai palestinesi: ma perché la caduta del regime poteva comportare anche la fine di quelle ‘relazioni di buon vicinato’ con Israele che avevano finito per rendere l’Egitto complice dell’assedio sulla Striscia.Alleato-chiave e risorsa strategica per Tel Aviv, Mubarak negli anni aveva condotto una politica di non-interferenza, che assicurava anzi il controllo – e la chiusura – del valico di Rafah anche lungo il lato egiziano.
Anche per questa ragione l’elezione di Mohamed Morsi, esponente della Fratellanza Musulmana, aveva acceso la speranza che la politica, lungo quei 14 chilometri di confine condiviso che costringono l’Egitto ad occuparsi della Palestina, sarebbe cambiata. Ma non c’era voluto molto per comprendere che i ‘cambiamenti al valico’ non avrebbero riguardato la popolazione: Rafah, rispetto ai primi tre anni di assedio israeliano (2006 – 2009) è stato parzialmente e saltuariamente aperto, rimanendo tuttavia "ostaggio dell’era Mubarak".
Tutto cambia perché niente cambi: e per la popolazione palestinese costretta nell’assedio, niente è davvero cambiato.
Lo hanno spiegato gli analisti, lo hanno raccontato gli attivisti. Troppo impegnato dalla prova del potere, e a mettere in campo una realpolitik in grado di rassicurare la comunità internazionale, il neo presidente Morsi nei confronti della ‘questione palestinese’ ha impresso un cambiamento solo di facciata, che non ha intaccato ne’ gli accordi decennali con Israele, ne’ le condizioni di vita della popolazione nella Striscia.
Se da un lato durante l’operazione israeliana Pillar of Clouds del novembre 2012 il ‘nuovo’ Egitto si schierava più apertamente con Gaza - utilizzando la situazione in suo favore per ribadire la propria egemonia regionale, e orchestrando la tregua tra Hamas e Israele - dall’altro non esitava a lanciare una vasta operazione contro i ‘gruppi criminali’ in Sinai - "Eagle 2", nell’agosto scorso – demolendo decine di tunnel sotterranei.
I media, in continuità con la quella demonizzazione tipica dell’era Mubarak, condussero allora – come conducono in queste ore – campagne denigratorie nei confronti dei palestinesi, considerati tra i principali responsabili dell’instabilità politica del Sinai, ormai sotto controllo di gruppi jihadisti e salafiti provenienti da tutta la regione. Responsabilità che la leadership di Hamas, tuttavia, ha sempre negato con forza.
Tempi duri per Hamas
Chi ha sempre tratto vantaggio dalla presidenza egiziana di Morsi, e dal nuovo ordine regionale che andava delineandosi, più che il popolo di Gaza è stato il suo governo: Hamas, dalla rivoluzione del 25 gennaio, ha avuto solo di che guadagnare.La comune appartenenza alle fila della Fratellanza rappresentavano, per la prima volta nella sua storia, l’occasione per condividere il potere a livello regionale. E, soprattutto, di godere, seppure indirettamente, della sua legittimazione.
Durante i 12 mesi di presidenza Morsi, Gaza ha accolto numerose delegazioni ufficiali, fatto impensabile nell’era Mubarak: tra queste, non casualmente, le visite del Qatar, che si è impegnato in progetti miliardari di ricostruzione.
L’ascesa al potere della Fratellanza in Egitto, l’inedito sostegno di Doha e il rinnovato appoggio Turco sono stati elementi capaci di permettere al movimento islamico di riemergere dall’isolamento politico in cui si era chiuso dallo scontro con Fatah nel 2006, consentendogli di allacciare nuove relazioni internazionali, e di abbandonarne di vecchie: è il caso della Siria, dell’addio all’ufficio politico di Damasco e all’alleato di un tempo, Bashar al Assad. Una mossa pagata da Hamas con l’interruzione dei finanziamenti iraniani, prontamente sostituiti dalle casse del Qatar.
La relativa autonomia nella gestione di Rafah aveva permesso al movimento anche la riunificazione della sua leadership, con la visita – anch’essa impossibile solo un anno prima – del leader in esilio Khaled Meshaal. Un rafforzamento che si era reso evidente all’indomani di Pillar of Clouds quando, durante i negoziati per la tregua, spiccò per la sua assenza l’Anp di Abu Mazen, e nelle piazze di Ramallah tornavano a fare la loro comparsa le bandiere verdi del movimento islamista.
Se dunque il suo destino era legato a doppio filo con quello di Morsi sin dal giorno della sua elezione, si comprende perché Hamas sia "la prima vittima della rivolta egiziana", come spiega l’analista Daoud Kuttab.
Caduto il presidente, è in primo luogo l’esercito egiziano – che per gli islamisti non nutre simpatie – ad avere mano libera nel controllare il valico di Rafah, bloccare il rifornimento di carburante, non impedire che si diffondano quei 'rumors' per i quali Hamas si sarebbe "infiltrata in Egitto per sostenere Morsi durante le manifestazioni contro il suo governo".
"Che queste voci siano confermate o meno, o che si tratti di un tentativo di discreditare tutta la Fratellanza, certo è che la percezione per le strade egiziane ha messo nello stesso angolo Morsi e Hamas. Ecco perché sarà lei a pagare per prima la caduta del presidente", spiega ancora Kuttab.
Un calo di consensi tra la popolazione che aveva già iniziato a delinearsi da tempo, e in modo particolare dopo l’uccisione, nell’agosto scorso, di 16 guardie di frontiera nei pressi di Rafah. In quella occasione la stampa egiziana si affrettò a lanciare accuse contro le fazioni palestinesi ed Hamas, accusate di minacciare la sicurezza e la stabilità interna del paese.
Alla luce di questi stravolgimenti, con il sostegno iraniano ormai compromesso, e con un cambio al vertice in Qatar che non garantisce continuità né nel 'protettorato politico' né negli investimenti economici, la posizione del movimento islamista – che per il momento ha mantenuto un atteggiamento tiepido sugli eventi egiziani, limitandosi a condannare le violenze – vacilla.
Così come la percezione dell’intero contesto palestinese presso l’opinione pubblica egiziana: “Dopo aver letto tanti commenti su Facebook, possiamo affermare che i media egiziani sono riusciti nel loro intento di rendere odiosi i palestinesi”, scrivono i GYBO attraverso il loro profilo.
E ironicamente aggiungono: “Aggiornamento degli effetti della rivoluzione egiziana su Gaza: la chiusura di Rafah ha riportato la Striscia ad essere la più grande prigione a cielo aperto del mondo; un alto numero di palestinesi è bloccato all’aeroporto del Cairo e altrove; dopo la distruzione dei tunnel mancano i beni di prima necessità: se questa situazione durerà a lungo, entreremo in crisi umanitaria. Ma per tutto questo in Egitto si registra una felicità diffusa”.
E mentre l’esercito egiziano prepara una vasta operazione di sicurezza “per ripulire il Sinai da elementi criminali e terroristi”, in accordo con le forze militari israeliane, il valico di Rafah resta chiuso a tempo indeterminato.
(Foto by Marius Arnesen (Flickr: Watch Tower, Rafa, Gaza/Egypt) [CC-BY-SA-3.0-no (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/no/deed.en)], via Wikimedia Commons)
09 Luglio 2013
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