Palestina. Il movimento 'queer', piccoli numeri per una grande visione



Palestina. Il movimento 'queer', piccoli numeri per una grande visione

Il movimento queer palestinese non esisteva prima della seconda Intifada. Oggi è una realtà composita che ha capito "di non poter accantonare l'identità palestinese", che rifiuta "la dicotomia occidentale dominante", ed ha compreso che "i poteri oppressivi non fanno differenza tra i gay e gli altri: non puoi lavorare contro l’occupazione israeliana e dimenticare patriarcato e capitalismo. Sono diverse facce dello stesso sistema di oppressione”.


Per quanto piuttosto nuovo e ridotto, il movimento queer in Palestina è ben lontano dall’essere una realtà omogenea. Comprende infatti molti gruppi di attivisti diversi, dinamici e agili che, all’interno del quadro più ampio della lotta di liberazione sociale e nazionale cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica su questioni considerate tabù nelle loro comunità.
Non esistono organizzazioni riconosciute o documentate di gay, lesbiche o transgender in Palestina prima della seconda Intifada. 
Una situazione che è cambiata nel 2011, quando le comunità queer palestinesi della Cisgiordania occupata e di ciò che è oggi Israele hanno iniziato ad incontrarsi nell’Open House Jerusalem (OHJ), iniziativa israeliana che ha prima di tutto offerto uno spazio di espressione e interazione ai palestinesi, ed è servita da ‘ombrello’ organizzativo in termini di fondi e sensibilizzazione internazionale. L’anno seguente è nato  il gruppo Aswat: donne e uomini gay palestinesi, creato come parte di un progetto indipendente all’interno dell’organizzazione femminista Kayan, ad Haifa.
Nel 2007, alcuni attivisti si sono separati da Open House Jerusalem per creare Al-Qaws, un gruppo che ha iniziato a svolgere attività di sensibilizzazione sulla “diversità sessuale e di genere” nella società palestinese: un gesto che, di per sé, rifletteva lo sviluppo di quella stessa società. Invece che lavorare all’interno di un’organizzazione israeliana, gli attivisti si sono politicizzati, rendendosi indipendenti. 
Haneen Maikey, direttrice di Al Qaws, in un’intervista con Electronic Intifada spiega: “Durante gli anni di Oslo (il periodo che ha seguito la firma degli Accordi di Oslo, nel 1993, tra Israele e l’OLP), molte organizzazioni e comitati palestinesi hanno seguito il percorso di coalizzarsi o diventare parte di quelle israeliane. Molte poi si sono dissolte all’inizio degli anni Duemila, quando hanno compreso che non avrebbero potuto continuare a lavorare slegate dalle loro stesse comunità”.

Niente ‘bolle’ esclusive 
Riconoscendo il termine “queer” come risultato del movimento politico omosessuale statunitense, Maikey spiega che usando questa parola sono state create nuove dinamiche e pratiche politiche, capaci di radicarsi nel contesto locale palestinese.
“Utilizziamo il termine queer come abbreviazione per evitare quello di LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) esclusivamente basato sull’identità, e per riferirci a differenti approcci organizzativi che si focalizzano sulla oppressione sessuale e di genere piuttosto che sui diritti dei gay e l’omofobia”, sostiene.
“Questo termine è stato utilizzato da Al Qaws per aprire nuove definizioni: lavoriamo costantemente sulla terminologia per rispettare le nostre esigenze e dare seguito alle nostre lotte, e per non generalizzare sulle diverse esperienze vissute”.
Il movimento queer è un work in progress, che modifica e adatta le sue tattiche seguendo le evoluzioni della società. L’obiettivo, attualmente, è di crescere come componente di una lotta universale contro tutte le forme di oppressione piuttosto che focalizzarsi su una causa rilevante solo per persone che si definiscono queer.
“Abbiamo capito che non potevamo semplicemente accantonare la nostra identità palestinese, più politica, perché rappresenta un aspetto fondamentale del nostro lavoro e del nostro movimento”, spiega Sami, attivista queer
“Abbiamo compreso rapidamente nel corso del nostro primo anno con il JOH che le discussioni sull’identità di genere e la sessualità non possono essere separate dal contesto politico che rappresenta la nostra realtà quotidiana, ne’ è possibile sviluppare il movimento senza collegarlo ad altre lotte che si svolgono all’interno della società palestinese”, aggiunge Maikey.
“Abbiamo messo queste questioni sul tavolo e preso del tempo per analizzarle. Ci siamo chiesti: vogliamo sviluppare un discorso che sia rilevante per la nostra società? Cosa significa essere queer e palestinese? 
Combinando diversi metodi e approcci, il movimento queer ha cercato di trovare una strada per facilitare una discussione aperta all’interno della società. Gli attivisti sapevano che altre organizzazioni della società civile temevano di essere isolate sostenendoli o incontrandosi con loro apertamente. Un timore “reale o immaginario di perdere la propria legittimità” presente presso alcune organizzazioni non governative.
“Le persone in quel contesto sono affette dalla 'ngo-izzazione' della società civile palestinese, i finanziamenti, la mancanza di direzione in cui andare per cambiare”, aggiunge Maikey. “Ma non stiamo chiedendo a queste organizzazioni di annunciare pubblicamente il loro sostegno alle nostre attività, solo di impegnarci insieme su come trovare un modo per lavorare e produrre un cambiamento”.

Un cambiamento radicale
Al-Qaws si batte contro l’idea che la società palestinese sia omogenea, e vede il suo lavoro sul campo indirizzato alle questioni di genere e identità sessuale come parte di un più ampio processo di decolonizzazione e liberazione, e della lotta per la giustizia sociale.
“I poteri oppressivi non fanno alcuna differenza tra i gay e gli altri”, spiega Sami. “Non puoi lavorare contro l’occupazione israeliana e dimenticare patriarcato e capitalismo: sono diverse facce dello stesso – e più vasto – sistema di oppressione”. 
E prosegue: “L’obiettivo del movimento queer è cambiare la società palestinese, che nel suo insieme è complessa ed impossibile da rappresentare, generalizzando su chi o cosa siano le persone gay. Ecco perché non miriamo a rappresentarli, ne’ lavoriamo soltanto per i loro diritti”.
Al-Qaws ha una posizione chiara contro ogni tipo di lavoro congiunto con i gruppi LGBT israeliani, e rifiuta di partecipare alla parata annuale del Gay Pride a Tel Aviv, o anche di organizzare forme di protesta: “Il nostro ruolo non è riformare la società israeliana: non crediamo nel riformismo, ma in un cambiamento radicale”, spiega Sami. 
Nel 2009 gli attivisti hanno creato il gruppo Palestinian Queers for Boycott, Divestment, and Sanctions (PQBDS) all’interno di Al-Qaws, con lo scopo di lavorare contro il pinkwashing del governo israeliano, un termine che indica solo una componente della più grande campagna Brand Israel, il cui scopo è quello di distrarre le critiche internazionali per le violazioni dei diritti umani commesse da Israele, e ‘lavare via’ i crimini promuovendo un’immagine positiva del paese, dipinto come una sorta di ‘paradiso’ per i diritti delle persone omosessuali.
Inoltre, il paradigma dominante dell’”orgoglio” occidentale non necessariamente è un modello valido anche per la Palestina, secondo l’opinione di alcuni attivisti. La narrativa queer occidentale è caratterizzata da un sistema bipolare che prevede “onore” contro “vergogna”, imponendo la scelta tra “uscire allo scoperto” o meno. 
Il movimento LGBT palestinese, invece, considera irrilevanti queste alternative, quando non controproducenti, e comunque dipendenti dal contesto individuale e della comunità di cui si fa parte. Promuovere un discorso pubblico collettivo ed eventi all’interno della comunità è quindi prioritario rispetto alla promozione della visibilità individuale di chi si definisce queer o LGBT.

Cantando la sessualità 
Uno dei maggiori eventi di questo tipo organizzati da Al-Qaws è stata una manifestazione musicale intitolata “Cantando la sessualità”, che si è svolta ad Haifa nel maggio di quest’anno, a cui hanno preso parte centinaia di persone (…).
Il gruppo è concentrato in particolare sull’educazione, alla base del cambiamento sociale: dopo aver ospitato forum sulla sessualità ad Haifa, sta esaminando la possibilità di espandersi ad altre città e villaggi. 
Costruire alleanze con altre organizzazioni della società palestinese richiede pazienza e impegno, spiega Maikey, dato che il movimento lavora per adattarsi continuamente al cambiamento politico e al contesto sociale che lo circonda.
L’entusiasmo di Al Qaws, della sua visione, è stato riportato alla realtà da uno dei partecipanti al concerto di Haifa, che ha gridato: “Questo pubblico è un'amabile bolla, e speriamo che questa bolla scoppi, riverberandosi attraverso la nostra società”.

*Linah Alsaafin è una giornalista e scrittrice di Ramallah. La versione originale di questo articolo, pubblicato su Electronic Intifada, è disponbile qui. La traduzione è a cura di Cecilia Dalla Negra.

(Foto by Open City (gay pride heart (Guimarães 2012)  Uploaded by tm) [CC-BY-2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons)

Voci dal campo

Commenti

Post popolari in questo blog

Hilo Glazer : Nelle Prealpi italiane, gli israeliani stanno creando una comunità di espatriati. Iniziative simili non sono così rare

The New York Times i volti, i nomi, i sogni dei 69 bambini uccisi nel conflitto tra Israele e Hamas

Limes :I CONFINI D’ISRAELE SECONDO LA BIBBIA (cartina)

Amira Hass : The fate of a Palestinian investor who called for Abbas' resignation