Negoziati Israele- Palestina: Ok, parliamone…di Michel Warshawski
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AIC – Alternative Information Center21.07.2013http://www.alternativenews.org/english/index.php/politics/opinions/6784-okay-lets-talk.html
Ok, parliamone…
Ok, parliamone…
L’annuncio
di Kerry? Non è successo niente, nessun punto di svolta, nessun momento
storico. Semplicemente un’altra via per Israele per guadagnare tempo e
evitare le pressioni internazionali mentre prosegue nella colonizzazione
della Palestina. Che sia chiaro una volta per tutte: fino a quando non
ci saranno forti pressioni e sanzioni da parte degli Stati Uniti, il
“processo di pace” resterà virtuale, mentre la colonizzazione continuerà
concretamente.
di Michel Warshawski
“Israele
e palestinesi rinnoveranno i negoziati di pace”, era il titolo di
Ha’aretz del 21 luglio. E allora? Dopo mesi di visite, promesse e
pressioni – soprattutto su Mahmoud Abbas – il segretario di Stato John
Kerry ha ottenuto l’impegno da parte dell’Autorità Palestinese e del
governo israeliano a ritornare al dialogo. Benjamin Netanyahu si è detto
d’accordo a porre fine a tre anni di rifiuto di dialogo con la
leadership palestinese.
La
strategia israeliana alla Conferenza di Madrid del 1991 fu quella di
parlare a vuoto per ore al tavolo dei negoziati (Foto: Parlamento
israeliano)
“Netanyahu è di
fronte all’opportunità della sua vita di entrare nella storia”, ha
scritto l’analista israeliano Aluf Ben su Ha’aretz. Nel caso migliore
questo è il pensiero ottimista di un editorialista, in quello peggiore
pura mistificazione. Netanyahu non ha alcuna intenzione di raggiungere
un accordo con i palestinesi e la radicalizzazione di destra del suo
stesso partito – così come quella dei partner di coalizione – lo rende
del tutto impossibile.
Parlare non significa necessariamente fare delle concessioni. Ci si dovrebbe ricordare di un precedente capitolo dei negoziati israelo-palestinesi, quando il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir fu costretto dall’amministrazione americana a partecipare alla Conferenza di Madrid: ordinò al team israeliano di guadagnare tempo parlando per ore al tavolo dei negoziati di cose senza senso.
Solo la reale e potente pressione politica e finanziaria (13 miliardi di dollari) avviata dal presidente George Bush fu in grado di cambiare l’attitudine israeliana: Shamir perse le elezioni e Yitzhak Rabin fu eletto al fine di portare avanti il processo di pace. È molto improbabile che Barack Obama avvii un simile tipo di pressioni su Netanyahu e il suo governo e che la decisione di “negoziare” dell’esecutivo israeliano sia diversa da quella di Shamir a Madrid.
Per i prossimi mesi, i team di negoziatori discuteranno a tempo indeterminato se negoziare un’agenda. Poi – se il “processo” non morirà prima – sprecheranno mesi sull’agenda stessa. Se, per un qualche miracolo (e il coinvolgimento americano), tutto questo avverrà, ci saranno le elezioni in Israele e ovviamente le elezioni saranno un pretesto legittimo per un ulteriore rinvio.
Ma supponiamo che in Medio Oriente i miracoli esistano e che si arrivi all’accordo su tempi e agenda: allora il governo israeliano porrà una precondizione, il riconoscimento da parte dell’ANP di Israele come Stato ebraico (e democratico, naturalmente). Supponiamo per un momento che Abu Mazen – o chiunque ci sia al suo posto – accetti tale precondizione: Netanyahu – o chi al suo posto in quel momento – chiederà al Consiglio Nazionale Palestinese di dichiarare la sua fedeltà al Sionismo e di sedere come osservatore al tavolo dell’Organizzazione Sionista Mondiale.
L’annuncio di Kerry? Non è successo niente, nessun punto di svolta, nessun momento storico. Semplicemente un’altra via per Israele per guadagnare tempo e evitare le pressioni internazionali mentre prosegue nella colonizzazione della Palestina.
(tradotto a cura di AIC Italia/Palestina Rossa) Parlare non significa necessariamente fare delle concessioni. Ci si dovrebbe ricordare di un precedente capitolo dei negoziati israelo-palestinesi, quando il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir fu costretto dall’amministrazione americana a partecipare alla Conferenza di Madrid: ordinò al team israeliano di guadagnare tempo parlando per ore al tavolo dei negoziati di cose senza senso.
Solo la reale e potente pressione politica e finanziaria (13 miliardi di dollari) avviata dal presidente George Bush fu in grado di cambiare l’attitudine israeliana: Shamir perse le elezioni e Yitzhak Rabin fu eletto al fine di portare avanti il processo di pace. È molto improbabile che Barack Obama avvii un simile tipo di pressioni su Netanyahu e il suo governo e che la decisione di “negoziare” dell’esecutivo israeliano sia diversa da quella di Shamir a Madrid.
Per i prossimi mesi, i team di negoziatori discuteranno a tempo indeterminato se negoziare un’agenda. Poi – se il “processo” non morirà prima – sprecheranno mesi sull’agenda stessa. Se, per un qualche miracolo (e il coinvolgimento americano), tutto questo avverrà, ci saranno le elezioni in Israele e ovviamente le elezioni saranno un pretesto legittimo per un ulteriore rinvio.
Ma supponiamo che in Medio Oriente i miracoli esistano e che si arrivi all’accordo su tempi e agenda: allora il governo israeliano porrà una precondizione, il riconoscimento da parte dell’ANP di Israele come Stato ebraico (e democratico, naturalmente). Supponiamo per un momento che Abu Mazen – o chiunque ci sia al suo posto – accetti tale precondizione: Netanyahu – o chi al suo posto in quel momento – chiederà al Consiglio Nazionale Palestinese di dichiarare la sua fedeltà al Sionismo e di sedere come osservatore al tavolo dell’Organizzazione Sionista Mondiale.
L’annuncio di Kerry? Non è successo niente, nessun punto di svolta, nessun momento storico. Semplicemente un’altra via per Israele per guadagnare tempo e evitare le pressioni internazionali mentre prosegue nella colonizzazione della Palestina.
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