«Mentre
prepari la tua colazione pensa agli altri, non dimenticare il cibo per
le colombe». «Questi versi sono del poeta palestinese Mahmoud Darwish,
uno dei più amati da Vittorio...», ricorda Egidia Beretta Arrigoni, la
mamma di Vittorio Arrigoni, il 36enne attivista della cooperazione
internazionale e reporter, rapito e poi ucciso a Gaza City, il 15 aprile
2011, dal gruppo terroristico dell’area jihadista salafita.
Ci
accoglie così, nella casa di famiglia a Bulciago (Lecco), dove è rimasta
a vivere da sola: «Dopo Vittorio se ne è andato anche mio marito Ettore
– dice la signora Egidia –. Siamo rimaste noi donne, io e mia figlia
Alessandra che viene a trovarmi appena può». La stanza del figlio è
rimasta intatta: il poster di David Bowie alla parete, i cd dei Rem e
Jeff Buckley sugli scaffali, un libro di Giorgio Manganelli fuori posto.
«E questo invece è lo studio dove si rifugiava a scrivere e a leggere –
dice mostrando la stanza –, le due cose che amava di più... Ogni volta
che partiva, portava con sé pochi vestiti, ma in compenso lo zaino era
sempre colmo di libri». Quei viaggi erano le missioni umanitarie del
«Vik», un ragazzo che si era speso in prima linea per gli ultimi. Lo
aveva fatto «sempre autofinanziandosi», dall’Est Europa al Perù,
dall’Africa nera alla striscia di Gaza, lì dove è rimasta la sua anima.
Il ragazzo che tutta la Palestina ancora piange. «Mi hanno telefonato
due amici da Betlemme per dirmi che anche i muri lì parlano di
Vittorio», dice sua madre che lo ha raccontato in un libro di struggente
bellezza, Il viaggio di Vittorio (Dalai editore). Un viaggio
che non si è interrotto e che grazie a questa pubblicazione sta facendo
il giro d’Italia, entrando in scuole e associazioni.
«Quando ai
ragazzi racconto la storia di Vittorio, rimangono ad ascoltarmi in
silenzio, incantati. Però dico sempre: peccato, se Vik adesso fosse qui
vi ammalierebbe davvero con il suo entusiasmo». Una vocazione precoce
quella del dedicarsi ai più deboli. «Alle elementari scrisse in un tema:
“Non devo comandare e non devo essere egoista, ma solo essere d’aiuto
agli altri”. Questo è stato il suo messaggio, “andare oltre i confini
dell’Io”. Lo sto capendo ora che non c’è più, così come sto scoprendo il
valore prezioso del suo lavoro. E sono tante le persone che mi scrivono
per farmi sapere che ascoltando, leggendo e vedendo cosa aveva fatto
Vik, poi hanno deciso di cambiare la loro prospettiva di vita». Tra
questi non ci sono solo i fedelissimi del blog in cui dal 2004
pubblicava i suoi reportage. «L’aveva chiamato “Guerrilla Radio”, ma
Vittorio non era altro che un “partigiano di pace”. Nei suoi articoli
denunciava le atrocità della guerra e del terrorismo che, ripeteva: “Non
ha colore”». I pezzi di approfondimento scritti da Gaza dal dicembre
2008 al gennaio 2009, sono stati raccolti nel libro Restiamo umani (Manifesto). Un titolo che era diventato la sua carta d’identità. «Trovava che il mondo fosse prigioniero dell’egoismo».
La
mamma di Vik, da nove anni sindaco di Bulciago («Il mio stipendio di
primo cittadino lo utilizziamo per progetti socialmente utili») parla
con il cuore in mano, animata da una fede incrollabile. «Vittorio non
era credente, ma rispettava la mia religiosità, perché anche il suo
spirito non era poi così distante dal “francescanesimo”. Un giorno mi
confidò che a Cipro incontrando un povero gli aveva donato il suo
cappotto. E io che lo rimproveravo: ma guarda che anche San Martino si
era tenuto la metà del mantello. E lui: “Mamma, era uno che aveva più
bisogno di me”...». Anche questo era Vittorio Arrigoni. E la sua fine ha
toccato profondamente il cardinal Dionigi Tettamanzi. «Don Luigi Ciotti
in una lettera ha scritto di Vik: “Una vita travasata in tante vite”. E
don Celeste Delle Donne mi ha riempito il cuore quando nell’omelia
funebre ha detto: “Vittorio, la Chiesa si onora di te”». Cerca di non
piangere mamma Egidia, ma confessa che «a volte, il dolore è più forte
della speranza». Dolore e speranza si tengono per mano davanti alla
tomba nel cimitero di Bulciago, dove ogni settimana mamma Egidia trova
delle «lattine vuote di birra a fare da lume», un berretto, delle
kefiah, le pipe («Vik le collezionava»), biglietti e qualche lettera,
«specie di bambini… A loro piaceva tanto Vittorio». Non a caso il
disegnatore brasiliano Carlo Latuff lo ha ritratto con pipa, kefiah e
berretto, mentre tiene per mano un bambino che fa il segno della
vittoria. «Prima di lasciarci Vik, in un video, citando Nelson Mandela
ricordava: “Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di
sognare”».
Massimiliano Castellani
tratto da
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