Ha Keillah : JCall in Israele e Palestina: reportage di un viaggio di Giorgio Gomel
reportage di un viaggio
Il viaggio di JCall ai primi di maggio è
stato un seminario itinerante: una settimana densissima di visite,
incontri, dibattiti.
Già sul piano organizzativo, straordinario:
cento ebrei europei dalla Francia, dal Belgio, dalla Svizzera,
dall’Italia, dalla Germania e dall’Olanda, itineranti fra Israele e
Palestina, ansiosi di ascoltare voci, conoscere luoghi e realtà,
comprendere le condizioni sul terreno, dibattere circa il futuro del
conflitto. La finalità principale era appurare sul campo se il principio
di “due stati per due popoli” che dagli anni ’80 e soprattutto con gli
accordi di Oslo del ’93 anima il campo della pace in Israele e gli ebrei
della Diaspora che lo sostengono sia ancora attuale e debba ispirare la
nostra battaglia delle idee, nelle comunità ebraiche, nell’opinione
pubblica e nel rapporto con i governi dei nostri paesi.
I luoghi
Fra le tante impressioni visive ed emotive,
ne sottolineo tre: le visite a Sderot, Hebron e Givat Haviva.
Sderot,
una città di 20.000 abitanti a pochi km. dalla striscia di Gaza. Lì
abbiamo incontrato il sindaco, un ufficiale di polizia, gli operatori di
un centro per disabili. Abbiamo visto un deposito di razzi abbattutisi
sulla città (8600 dal 2001), dai più rudimentali Kassam con gittata di 3
km. ai sofisticati Grad di produzione iraniana con gittata fino a 50 km
(hanno colpito Ashkelon, Ashdod e Beersheva). Sderot ha visto morire
sotto i razzi 22 persone della sua gente, di cui 5 bambini; i feriti
sono stati circa 300. Si scorgono ovunque rifugi, nelle cantine, nei
giardini delle case, nei luoghi pubblici. 15 secondi è il tempo per
trovare rifugio dal momento dell’allarme per un missile lanciato da
Gaza. Un tempo infinitesimamente piccolo. Lo stesso sistema di difesa
antimissile Iron Dome installato di recente non protegge Sderot perché
necessita di un tempo per individuare e colpire il razzo in arrivo
superiore al tempo di “volo” del razzo (60 secondi contro 45).
Hebron è
una delle città principali del West Bank, 180.000 abitanti palestinesi,
800 ebrei insediatisi lì via via sin dal 1968, circa 1000 soldati a loro
difesa. Quando lessi qualche anno fa Amos Oz tuonare contro il fanatismo
fondamentalista nelle sue lezioni all’Università di Tubinga raccolte in
Contro il fanatismo (edito da Feltrinelli), la mia istintiva
associazione di idee mi portava a Hebron. Ma era un’immagine da lettore.
In effetti, c’ero stato una volta a Hebron nell’estate del 1968, nel mio
primo viaggio in Israele, un anno dopo la liberazione-occupazione. Non
avevo più voluto ritornarci, deliberatamente. 45 anni dopo ci ritorno
con 100 compagni di viaggio, guidati da Hagit Ofran, di Shalom Achshav,
nipote di Y. Leibowitz, coraggiosa direttrice di Settlement watch,
che conduce un’azione capillare di vigilanza e denuncia degli
insediamenti, più volte minacciata di morte da estremisti di destra
ebrei. Hebron è segregata: da una parte i palestinesi, dall’altra gli
ebrei, che vivono vicino alla Ha-Machpelah - l’edificio delle tombe dei
Patriarchi, diviso anch’esso minuziosamente negli orari di visita e di
preghiera di ebrei e musulmani -, raccolti in alcune strade, dove si
alternano yeshivot e case, protette da garitte, inferriate e soldati di
guardia. Percorriamo una strada un tempo abitata da arabi e affastellata
di negozi ora sigillati, abbandonati, le saracinesche dipinte di
graffiti con la stella di David e cartelli che celebrano il “possesso”
ebraico di Hebron, il ritorno degli ebrei dopo l’eccidio del ’29,
l’esilio, la riconquista del ’67.
Givat Haviva
è un Centro di dialogo arabo-ebraico per la pace fondato 50 anni fa sul
terreno di un Kibbutz vicino a Hadera. Incontriamo prima il Direttore
che ci illustra le tante attività del Centro nel campo dell’educazione
alla tolleranza e alla convivenza fra arabi ed ebrei che abitano in
comunità spesso vicine fisicamente ma distanti. La battaglia civile ed
educativa si concentra nel promuovere l’eguaglianza della minoranza
araba in Israele e nel combattere il razzismo che alligna soprattutto
fra i giovani ebrei. Le inchieste mostrano un sentimento crescente di
odio, paura e rifiuto degli arabi; a loro volta questi vivono una
condizione di alienazione e marginalità rispetto alla società e allo
stato di Israele di cui sono cittadini e nel quale vogliono conseguire
parità di diritti nel lavoro, nell’acquisto di case, nei servizi
sociali.
Gli incontri
Fra gli incontri - tanti, importanti, con
deputati della Knesset, sindaci di città israeliane e palestinesi,
attivisti di ONG delle due parti, intellettuali -, quattro, forse i più
illuminanti: Eli Barnavi, Salam Fayyad, i coloni di Gush Etzion, Shaul
Arieli.
Eli Barnavi,
storico (ha scritto fra l’altro, una succinta “Storia di Israele”, edita
da Bompiani), ex ambasciatore in Francia e presso la UE, è stato
categorico. Il governo di Israele uscito dalle elezioni è il “governo
dei coloni e della destra radicale”, un governo che mette in pericolo il
futuro di Israele come stato ebraico e democratico. La demografia è
irresistibile nella sua forza: fra Gerusalemme est e la West Bank
risiedono oggi oltre 500.000 israeliani in mezzo a circa tre milioni di
palestinesi; qualora si giungesse a un milione di ebrei questo
implicherebbe l’impossibilità di uno stato palestinese degno di questo
nome e il formarsi di uno stato binazionale in cui gli ebrei saranno i
dominatori e gli arabi i sudditi. Con i palestinesi così divisi fra ANP
e Hamas un accordo di pace forse non è possibile; ma bisogna porre fine
all’assurdità dell’occupazione, forse con un ritiro unilaterale come da
Gaza. Il compito di JCall è spingere i governi europei perché sostengano
l’iniziativa di pace israeliana - una proposta lanciata due anni fa in
appoggio all’iniziativa della Lega araba dallo stesso Barnavi, Akiva
Eldar, Shaul Arieli, Gilad Sher, Dalia Rabin e numerosi ex-ufficiali
superiori dell’esercito (cfr.
http://www.israelipeaceinitiative.com).
Solo con energiche pressioni esterne - Stati
Uniti e UE, in primis - Israele si disporrà a trattare.
Salam Fayyad,
il primo ministro dell’ANP, dimissionario per contrasti con il
presidente Abu Mazen, ci riceve nel suo ufficio a Ramallah. La sua
priorità negli anni recenti è stata il costituire un embrione di stato,
di un ordine civile ed economico con le istituzioni di uno stato
nascente (pur senza uno stato formalmente riconosciuto come tale dal
mondo, fino all’ammissione all’ONU del novembre scorso). Già nel 2011 il
Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’ONU in una serie
di rapporti avevano convenuto sul fatto che la Palestina aveva acquisito
ormai lo status di uno “stato”, uno stato - dice Fayyad - che dovrà
esistere accanto e in rapporti di buon vicinato con Israele lungo i
confini del ’67; con un quasi stato già funzionante dovrebbe essere più
facile per Israele accettarne l’esistenza.
Il tema del “diritto al ritorno” non
appartiene solo ai palestinesi che ancora lo conclamano come diritto
storico non-negoziabile, almeno come sogno visionario; è proprio anche
di ebrei, legati al mito della terra di Israele preferita, anteposta
allo stato. Sconvolgente, quasi come a Hebron, è la visita a Gush Etzion,
un insieme di 20 insediamenti fra Hebron e Gerusalemme, popolati da
circa 20.000 persone. Abitato da un nucleo di ebrei in alcuni kibbutzim,
fu distrutto dalla Legione araba dopo una resistenza accanita nella
guerra del ’48 e ricostituito da figli e nipoti degli originari
residenti dopo il ’67. Anche qui il sentire, l’iconografia - ci mostrano
un filmato pieno di sofferenza, eroismo e nostalgia - sono quelli del
diritto-dovere del “ritorno” ai luoghi propri, la terra, le pietre, le
tombe. Ma nel dibattito con alcuni degli abitanti si rivela appieno
l’ideologia che li anima: ci dovrà essere fra il mare e il Giordano un
unico stato; la sicurezza resterà nelle mani di Israele; i palestinesi
godranno di una qualche autonomia, ma non di diritti di cittadinanza;
dovranno accettare in sostanza di essere sottomessi ad Israele; coloro
che non lo vorranno dovranno trasferirsi in Giordania, dove magari,
rovesciando la monarchia hashemita, potrà nascere lo stato palestinese.
Infine, la giornata più faticosa e al tempo
stesso istruttiva, intorno alle questioni più complesse: Gerusalemme, i
confini fra i due stati, i territori, gli insediamenti, la sicurezza Ci
conduce per una parte Shaul Arieli, ex comandante di brigata a
Gaza, grande esperto di questioni strategiche e firmatario degli accordi
di Ginevra fra israeliani e palestinesi nel 2003. Poi una visita appena
fuori delle mura della città vecchia e nel quartiere arabo di Silwan
guidati da un gruppo di archeologi israeliani che lottano contro l’uso
politico dell’archeologia e la spinta a”giudaizzare” la città.
Arieli ci guida a Nabi Samuel, la presunta
tomba del profeta Samuele, su un’altura a nord della città che domina la
regione, e sul Monte Scopus dove ha sede l’Università ebraica. Dai due
punti di osservazione, mappe alla mano, illustra la geopolitica della
trattativa con i palestinesi lungo le linee degli accordi di Ginevra,
nonché del negoziato condotto fra Olmert e Abu Mazen da Annapolis fino
agli ultimi giorni poco prima delle elezioni israeliane del 2008 e della
nascita del governo Netanyahu. In sintesi, circa i dispositivi di
sicurezza, Israele chiede che lo stato palestinese sia smilitarizzato,
che in alcuni punti vi stazioni una forza internazionale, che si
installino due stazioni di “early warning” e che lo spazio aereo sia
aperto all’aviazione israeliana. Circa i confini e gli insediamenti, la
distanza fra le posizioni era ancora notevole nel 2008: uno scambio
paritario di territori che comportasse l’annessione a Israele del 6-7%
della West Bank cedendo in cambio allo stato palestinese terre agricole
vicino a Gaza e a Beth Shean nel nord vicino al confine con la Giordania
(posizione israeliana) consentirebbe di incorporare in Israele l’85% dei
coloni; con il 2-3% (posizione palestinese), il 75% dei coloni
resterebbe in Israele. Le altre colonie dovranno essere evacuate, ma non
sarà affatto semplice perché abitate in larga parte da militanti di Gush
Emunim, il movimento nazional-religioso più intransigente. I circa
350.000 ebrei insediatisi nella West Bank - erano 110.000 all’epoca
degli accordi di Oslo - abitano in effetti per l’80% in un triangolo
compreso fra Modi’in Illit a nord di Gerusalemme (55.000 abitanti), Ma’ale
Adumim a est (40.000 abitanti) e Gush Etzion a sud. I restanti risiedono
in una miriade di piccoli e remoti insediamenti dispersi nell’area C del
West Bank - l’area che occupa il 60% del territorio e che secondo gli
accordi interinali di Oslo sarebbe rimasta sotto il controllo di Israele
fino al 1999, anno che Oslo stabiliva come il termine del negoziato per
una soluzione definitiva!!
Gerusalemme è il caso più complesso. Nella
parte della città ad ovest della Linea verde - quello che era Israele
fino al ’67 - vivono circa 300.000 ebrei; nella parte est 350.000
palestinesi e circa 200.000 israeliani. Secondo le proposte di Clinton
nei negoziati di Camp David del 2000 i quartieri “ebraici” sarebbero
stati parte di Israele, quelli “arabi” parte della Palestina; lo stesso
principio si sarebbe attuato nella città vecchia. Le due Gerusalemme
sarebbero diventate capitali dei due stati. Da allora la presenza
ebraica nella parte est della città è molto cresciuta. Il governo
attuale, incluso il partito di Lapid, è contrario alla condivisione
della città, punto invece irrinunciabile per i palestinesi.
Qualche conclusione
Due punti devono contraddistinguere l’azione
di JCall in Europa.
Il primo è il lavoro di informazione ed
educazione politica nelle comunità ebraiche: come afferma l’Appello alla
ragione, con cui JCALL è nata come movimento tre anni fa, “l’esistenza
di Israele è in pericolo… per l’occupazione e la continua espansione
delle colonie in Cisgiordania e nei quartieri arabi di Gerusalemme est,
un errore morale e politico che alimenta una crescente, intollerabile,
delegittimazione di Israele”. Gli ebrei della Diaspora, solidali con il
popolo e lo stato di Israele, preoccupati del suo futuro di stato
democratico degli ebrei, in cui gli ebrei siano maggioritari ma gli
arabi di Israele godano dei pieni diritti civili e politici di una
minoranza nazionale, devono fare sentire la loro voce critica.
Perpetuare l’occupazione comporterà tramutare Israele in uno stato
binazionale, in cui gli ebrei saranno minoritari oppure, se i
palestinesi “annessi” saranno privati dei loro diritti, prevarrà un
regime di segregazione che sarà bandito dalla comunità delle nazioni e
segnato da una perenne guerra civile fra arabi ed ebrei.
Il secondo ambito concerne i nostri compiti
di cittadini ebrei di paesi della UE nei rapporti con le opinioni
pubbliche e i governi dei nostri paesi: operare perché i governi europei
sostengano l’iniziativa di pace israeliana e le proposte di pace
reiterate di recente dalla Lega araba; premere con forza sul governo di
Israele perché risponda positivamente a tali proposte e riprenda il
negoziato, in difesa della soluzione “a due stati” prima che sia troppo
tardi.
Giorgio Gomel
JCall-Italia
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