Gideon Levy e Alex Levac : un villaggio palestinese si stende alla fine della strada.
Un villaggio palestinese si stende alla fine della strada.
Gli
abitanti di Kfar Qaddum ricordano che sono due anni da quando hanno
promosso per la prima volta la protesta settimanale contro la chiusura
della strada principale che conduce oltre il loro villaggio alle
località confinanti.
Una strada di campagna si trasforma in una terra di nessuno; un villaggio pieno di vita diventa all’istante una landa selvaggia dimenticata da Dio. Alcune case abbandonate, alberi di olivo bruciati, cumuli di sassi, barriere di pietre e resti di pneumatici bruciati sulla strada.
Nell’aria c’è puzza di fuoco e un terribile silenzio ravvolge il tutto. Uno spesso strato di nera cenere ricopre la strada deserta alla quale nessuno ha il coraggio di avvicinarsi. Una scia di polvere e di cenere si solleva dietro alla nostra macchina che avanza lentamente e tutto lo spettacolo assomiglia a qualcosa tratto dal romanzo post-apocalittico di Cormac McCarthy , “La strada”. Ciò che manca sono il padre e il figlio sopravissuti e il loro carrello per la spesa.
di Gideon Levy e Alex Levac
Nella
mia vita non ho mai visto una strada così - se non in zona di guerra.
Guidi tra le case di Kfar Qaddum verso est e improvvisamente il
paesaggio cambia drammaticamenteUna strada di campagna si trasforma in una terra di nessuno; un villaggio pieno di vita diventa all’istante una landa selvaggia dimenticata da Dio. Alcune case abbandonate, alberi di olivo bruciati, cumuli di sassi, barriere di pietre e resti di pneumatici bruciati sulla strada.
Nell’aria c’è puzza di fuoco e un terribile silenzio ravvolge il tutto. Uno spesso strato di nera cenere ricopre la strada deserta alla quale nessuno ha il coraggio di avvicinarsi. Una scia di polvere e di cenere si solleva dietro alla nostra macchina che avanza lentamente e tutto lo spettacolo assomiglia a qualcosa tratto dal romanzo post-apocalittico di Cormac McCarthy , “La strada”. Ciò che manca sono il padre e il figlio sopravissuti e il loro carrello per la spesa.
La
strada termina a un cancello giallo, di ferro, chiuso – sul tipo di
quelli che sono divenuti familiari nei territori. Di questi tempi,
nessuno ha più il coraggio di avvicinarsi alla strada, per paura
dell’esercito che ha posto delle videocamere e una torre di guardia
lungo il suo tratto. Questa settimana, avevamo dovuto percorrerla da
soli, dato che i nostri ospiti avevano paura di unirsi a noi.
Kafr
Qaddum è sovrastato dal mega insediamento di Kedumim alla fine di
questa strada-fantasma, che inizia nel villaggio e termina alla porta di
ferro e alla colonia. La strada che risale al tempo dei turchi, era una
volta la via principale per andare a Jit, il villaggio adiacente, e da
lì alla più grande città di Nablus. Un chilometro e mezzo fino a Jit,
13 chilometri per Nablus. Ora, ci sono 15 chilometri per Jit e 26 per
Nablus lungo strade tortuose. Rispettivamente dieci volte e il doppio
più distanti dal villaggio.
Perché?
Perché Israele ha chiuso la strada. Perché? Perché la vicina colonia di
Kedumim si è espansa nelle sua direzione l’ha bloccata con le sue case.
Questo è successo nel 2003. La strada diventò fin da allora
impraticabile. Al colmo del blocco giunse il furto della terra – 24.000
dunam (6.000 acri) di terreni del villaggio. Di essi, 4.000 dunam furono
sottratti per costruire le colonie vicine, e ad altri 11.000 venne
interdetto l’accesso agli abitanti di Kfar Qaddum senza il permesso
delle Forze di Difesa Israeliane. Sul villaggio, la cui popolazione in
gran parte si guadagnava da vivere lavorando in Israele, si abbatterono
così tempi duri.
Proprio
due anni fa, ai primi di luglio del 2011, il cosiddetto Comitato
Popolare del villaggio ha deciso di promuovere una campagna finalizzata
alla riapertura della strada. La protesta settimanale sulla strada
principale le ha conferito il suo nuovo aspetto da devastata dalla
guerra. Come negli altri villaggi palestinesi che portano avanti le
lotte, anche qui ogni venerdì gli abitanti escono per manifestare
insieme agli attivisti israeliani e stranieri; pure qui i manifestanti
devono ancora riuscire a ottenere delle vittorie effettive a prescindere
dal trasformare Kfar Qaddum in un altro simbolo nazionale palestinese.
Questa
settimana, dopo due anni di lotta, la strada non è stata ancora aperta,
ma nelle sedi dei loro club i membri dei Comitati popolari con una
kaffiyeh montata su di un bastone hanno mandato in frantumi un modello
in polistirolo espanso della barriera gialla che blocca la strada. Dopo
la rottura della barriera di polistirolo da parte del ministro
palestinese della sanità che ha onorato l’avvenimento con la sua
presenza, è stata inaugurata una mostra fotografica, con la quale
celebrare l’anniversario della campagna di proteste – 100 fotografie di
cani dell’IDF che mordono esseri umani, nubi di gas lacrimogeno, donne
che gridano, abitanti feriti, giornalisti in arresto e sbarramenti di
pietre. Una breve storia della locale rivolta.
La leggenda narra che in questo luogo il patriarca Abramo abbia subito la circoncisione con un’ascia.
Il
mese scorso, i soldati dell’IDF hanno affisso nelle strade di Kfar
Qaddum le foto di diversi bambini sospettati di aver lanciato pietre e
li hanno avvertiti che erano ricercati e che saranno arrestati. L’agosto
scorso, i soldati dell’IDF hanno attaccato giornalisti palestinesi che
erano arrivati per seguire le manifestazioni e li hanno colpiti con
mazze. Negli ultimi due anni, è stato ferito un numero considerevole di
abitanti, compreso Wasim Barham, che ora ha 18 anni, che è stato ferito
nell’aprile del 2012 allorché frammenti del candelotto di gas
lacrimogeno penetrati nel cervello gli hanno tolto la capacità di
parlare. Questa settimana, suo padre ha partecipato all’inaugurazione
della mostra.
“La
strada lastricata venne fatta dai turchi ed essa è appartenuta a Kfar
Qaddum da molti anni prima che venisse costruito Kedumim. Gli abitanti
di Qaddum hanno il diritto di usarla”, ci racconta il leader della
campagna, Murad Shtewi, standocene seduti a casa sua.
Fu
lui a organizzare la prima manifestazione in cui i soldati dell’IDF
fecero uso di granate assordanti e di gas lacrimogeno. Dopo di che,
diversi abitanti dovettero essere ricoverati in ospedale a Qalqilya;
allora quelli del posto giurarono, narra Shtewi, di continuare la lotta.
Aggiunge che da quando venne annunciata per la prima volta la campagna,
gli abitanti furono puniti non solo con arresti e incursioni, ma anche
venendo trattenuti ad arbitrari checkpoint eretti all’ingresso del
villaggio di frequente, quando essi vanno a lavorare o quando ritornano.
Shtewi,
di 40 anni, lavora al Ministero Palestinese dell’Istruzione a Qalqilya
ed è l’eloquente portavoce della campagna del villaggio. Questa
settimana sono arrivati a casa sua due volontari di un’organizzazione
clericale europea, una ragazza dalla Finlandia e un ragazzo dalla
Polonia.
A
nome del villaggio ha consegnato loro, nel soggiorno di casa sua, degli
attestati di riconoscenza. Cosa sorprendente, Shtewi stesso è stato
finora arrestato una volta sola, per sette giorni.
Cosa
avete conseguito, chiediamo. “Sul terreno non siamo giunti a nulla”,
ammette Shtewi. “Abbiamo avuto diversi incontri con i rappresentanti
dell’Amministrazione Civile, che ci hanno offerto una strada
alternativa, ma noi non accetteremo una strada alternativa. Questa è la
strada storica del villaggio e noi non ne accetteremo un’altra, né un
centimetro a destra,né uno a sinistra. Non abbiamo combattuto per
ottenere una strada alternativa. Sul terreno non siamo giunti a nulla,
ma abbiamo avuto diverse vittorie “emozionanti”. Il cane dell’IDF che ha
morso mio nipote e non ha lasciato andare la sua mano per 15 minuti,
mentre i soldati non sollevavano un dito, è stata una nostra vittoria
morale: loro hanno mostrato quella foto in tutto il mondo e per noi è
stato un gran trionfo. Non una vera vittoria, ma una vittoria morale.
Quando i soldati picchiano i giornalisti – è una vittoria morale [per
noi]. Quando il gas si diffonde nelle case e fa star male i bambini – è
una vittoria morale.”
Ci
pieghiamo e passiamo sotto la barriera di polistirolo espanso prima che
venga mandata in frantumi ed entriamo nello spazio della mostra. Dal
soffitto pendono dei cartelli di cartone con la lista dei nomi delle
comunità palestinesi, e sul pavimento c’è una cassa di legno avvolta di
nero, come uno scrigno sul quale sono in mostra le foto degli abitanti
del villaggio detenuti nelle prigioni israeliane e annotazioni che
attestano la durata delle loro condanne: nel corso degli ultimi due anni
qui sono stati arrestasti 120 manifestanti, nove sono ancora chiusi in
prigione e oltre a loro ci sono altre 15 persone del posto detenute per
altri reati che stanno ancora scontando le loro condanne.
La
maggior parte delle foto esposte sulle pareti della casa del club sono
state scattate da fotografi delle testate giornalistiche palestinesi e
un piccolo numero da attivisti e fotografi israeliani. Una fotografia
che raffigura una donna palestinese anziana, sasso in mano, circondata
da sei soldati armati, ha vinto un premio a un concorso fotografico nel
Qatar.
“LO
FAREMO”, recita all’ingresso della mostra, ma lo stesso Shtewi dice di
sapere che la decisione di riaprire la strada non è più nelle mani
dell’esercito, ma piuttosto in quelle dei coloni le cui abitazioni sono
state erette là negli ultimi anni.
Usciamo
per strada da noi stessi, camminando fino ad arrivare alla barriera di
pietra. Silenzio e puzza di bruciato ristagna nell’aria. Poi ci
dirigiamo a Kedumim salendo verso l’alto fino a che raggiungiamo l’altra
estremità della strada, ma dal lato della colonia.
(tradotto da mariano mingarelli)
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