Egitto. Una riflessione sulla violenza e sulla democrazia
La
mattina del 30 giugno, il reporter della BBC Aleem Maqbool dal Cairo,
si chiedeva: "Per cosa sarà ricordata questa giornata? Sarà una svolta
per la politica egiziana oppure un giorno di violenza?". E che succede
se la violenza è una componente integrante, persino inevitabile, della
lotta democratica?
Considerando le trasformazioni politiche radicali del mondo arabo negli ultimi due anni, non possiamo fare a meno di notare che, fin dall'inizio, sono state caratterizzate da vari gradi e livelli di scontro. Nel caso dell'Egitto, ad esempio, dove la nonviolenza è divenuta il simbolo della rivoluzione del 2011, la prospettiva non è priva di sfumature.
Philip Rizk ha sottolineato che "nonostante la glorificazione di 18 giorni di rivoluzione nonviolenta, la violenza è stata comunque una componente importante di quella fase e lo è ancora oggi, dopo la prima pietra lanciata il 25 gennaio 2011, seguita tre giorni dopo dall'incendio delle stazioni di polizia durante il Venerdì della rabbia".
Prima di approfondire la logica di questo argomento, mi preme sottolineare che non è mia intenzione legittimare – né tantomeno glorificare - qualche vaga astrazione della violenza rivoluzionaria.
Né voglio respingere l'impegno significativo per la nonviolenza fatto da tutti i soggetti che si sono impegnati nel periodo precedente al 30 giugno nella cosiddetta "campagna dei ribelli" (Tamarud).
Eppure, come dimostra la storia, l'azione politica nonviolenta spesso diventa efficace soltanto quando provoca violenza, ovvero quando si obbliga il potente ad esprimere quella violenza che sta alla base del mantenimento di un ordine politico.
In effetti, si potrebbe affermare che l’obiettivo stesso dell’azione nonviolenta è quello di rendere esplicita la violenza, per renderla parte della lotta democratica in modo da mettere i responsabili di fronte a ciò che sono realmente.
Non bisogna dimenticare che sono morte oltre mezzo milione di persone nel corso della lotta condotta da Gandhi per l'indipendenza dal colonialismo britannico.
Oggi, da Tahrir a Taksim e in tutto il mondo, gli occupanti dello spazio pubblico hanno masso a nudo le strutture violente che dominano le rispettive società, proprio rifiutandosi di abbandonare l’occupazione senza prima aver lottato.
La reazione scatenata rivela l’ipocrisia di fondo interna a certi discorsi democratici contemporanei: puoi protestare il più forte possibile e contestare tutto quello che vuoi, a patto che le parole restino inefficaci e nulla cambi nella realtà.
Di conseguenza, è la violenza avere una certa importanza all'interno di processi radicalmente democratici o rivoluzioni? L'abbondante letteratura critica in proposito suggerirebbe di sì.
Hannah Arendt, ad esempio, ha sostenuto che la rivoluzione non è concepibile al di fuori dell’ambito della violenza. Per questo motivo, sostiene, c'è una linea sottile tra la rivoluzione e la guerra. Dato che Arendt concepiva le rivoluzioni in quanto forme di lotta per la libertà politica - piuttosto che una mera liberazione dall'oppressione – ecco perché, nella sua ottica, queste sono accompagnate da una richiesta urgente di costruire un nuovo forma di governo. E' attraverso la rivoluzione che la repubblica democratica arriva a sostituire la monarchia assolutista.
Per questo, la questione cruciale in relazione alla violenza in un contesto rivoluzionario non è se sia opportuna o addirittura necessaria - a mio parere non è mai auspicabile, e la sua necessità non può essere mai completamente dimostrata - ma piuttosto bisogna chiedersi se è stato apportato un vero contributo al cambiamento e alla libertà politica.
Come Barrington Moore ci ricorda, "la democrazia occidentale ha alle spalle una storia di sangue". In altre parole, la violenza ha contribuito notevolmente alla storia della società occidentale e alla libertà politica dei popoli oppressi d'Europa e degli Stati Uniti .
Tuttavia, studi recenti (occidentali) sembrano trascurare, e a volte anche negare, questa storia violenta nel momento in cui si tratta di analizzare le lotte rivoluzionarie che attraversano il mondo arabo.
Al riguardo, nel dibattito contemporaneo, la violenza e la democrazia vengono troppo spesso concepite come separate, addirittura antitetiche. Se la violenza viene menzionata in un contesto democratico, di democratizzazione, o più in generale, di una lotta per la libertà politica, essa è per lo più presentata come una minaccia.
Una delle ragioni può essere la generalizzazione di una particolare storia nella letteratura accademica sui processi di transizione. Mi riferisco al posto privilegiato riservato alla storia delle rivoluzioni nonviolente in tutto l'ex-blocco sovietico e delle successive transizioni verso la democrazia liberale in Europa centrale.
Presi insieme questi eventi sono diventati un potente riferimento, un immaginario ideale, anche e soprattutto per la concettualizzazione neoliberale della lotta democratica. In questo modo le élite occidentali si ritrovavano già con una "narrazione storica mondiale" preconfezionata per poter interpretare le rivolte del 2011 in tutto il mondo arabo.
Non si tratta soltanto di accademici, ma anche di politici, che hanno cercato di dipingere le rivolte ad immagine e somiglianza di quelle dell'Europa centrorientale.
Non a caso il vertice del G8 nel 2011 ha aperto con una dichiarazione sulle rivolte, in un modo che identificava esplicitamente gli eventi nel mondo arabo in quest’ottica, affermando che "i cambiamenti in corso in Medio Oriente e Nord Africa (MENA) hanno una portata storica e portano con sé il potenziale per aprire la porta a quel tipo di trasformazioni che si sono verificate in Europa centrale e orientale dopo la caduta del muro di Berlino".
Questo fa parte di una modifica più ampia nella concettualizzazione del cambiamento politico.
Come ha notato Asef Bayat, dalla fine della guerra fredda le narrazioni liberali dominanti sul cambiamento politico e sociale, specialmente in Medio Oriente, sono state comunicate attraverso gli idiomi della nuova era: la società civile, la responsabilità, la nonviolenza e la gradualità.
Ecco perché la categoria della rivoluzione violenta, una volta così rilevante - e in alcuni ambienti di primaria importanza - per valutare l'analisi del cambiamento sociale, è caduta in disuso ed stata sostituita da modelli gradualisti, orientati sul lungo processo.
La data di riferimento, per i teorici della democrazia e il cambiamento sociale, è diventata il 1989, e non più 1776, 1789 o 1917.
Questo è il contesto intellettuale e politico che ha accolto le rivolte nel mondo arabo. Non è una sorpresa quindi che alcuni aspetti delle "primavere" - quelli pacifici, come alcune tattiche creative che sono state il punto di forza di piazza Tahrir – siano stati messi in risalto, mentre altri no, come ad esempio gli attacchi alle stazioni di polizia e l'uccisione di diversi agenti a Suez.
Le storie dell’attivismo online, delle varie organizzazioni civili e delle manifestazioni pubbliche nonviolente sono stati ricevuti con grande favore. E, ad accompagnare questo tipo di narrazione, che punta alla separazione tra rivoluzione e violenza, ci hanno pensato anche alcuni intellettuali.
Mahmood Mamdani sostiene che Piazza Tahrir “ha dato origine alla storia di una generazione. Invece quella nata sotto il regime di Nasser, così come la successiva, aveva abbracciato la violenza come chiave per il cambiamento". Così, nell'iconografia, Piazza Tahrir ha apportato una nuova politica e soprattutto un modo alternativo di lotta che si allontana dalla violenza.
Questo ragionamento, però, ignora o dimentica - forse - che Tahrir è stata efficace grazie alla reazione violenta innescata, o almeno, attraverso il modo in cui ha alimentato le speculazioni di un incombente propagarsi della violenza a tutto campo.
Questa idea che la violenza sia antitetica alla lotta democratica non è soltanto seducente. In alcuni ambienti diventa anche una questione dogmatica.
A questo proposito si potrebbero prendere in considerazione le osservazioni di Marina Ottaway, studiosa presso il Woodrow Wilson Center: "Nei primi giorni della rivolta egiziana, quando la violenza minacciava di sommergere il paese, l'esercito ha fatto un lavoro ammirevole nel mantenere l'ordine e facilitando la rimozione di Hosni Mubarak".
"Dieci mesi dopo, (...) lo SCAF era emerso come la più grave minaccia per la transizione verso la democrazia". Ottaway non è, naturalmente, cieca di fronte ai fatti della storia che ha riferito, né può ignorare l'illogicità del suo racconto.
Ciò che è interessante notare circa il rapido cambiamento di valutazione della Ottaway sulla situazione politica in Egitto non è tanto l'esposizione ipocrita e contraddittoria dell’ "ammirevole lavoro nel mantenere l'ordine senza violenza" da parte dello SCAF. Piuttosto, è la consapevolezza che - imponendo la nonviolenza - i militari siano effettivamente riusciti a limitare la lotta per la libertà politica in Egitto. La mediocrità di queste errate rappresentazioni risiede nell'insistenza della Ottaway sul fatto che la violenza non può aver posto nella narrazione di una rivoluzione democratica.
Oggi è chiaro che l'emergente "ordine di transizione", prima lo SCAF e poi il regime Morsi, hanno mantenuto una forte, a volte brutalmente violenta, politica in grado di imporre la nonviolenza. E in questa transizione la rivoluzione e le sue aspirazioni democratiche si ritrovano - per il momento - bloccate.
Durante i due anni che sono trascorsi dalla rivolta del 25 gennaio, le proteste sono continuate e la violenza è sempre stata all'appuntamento. E' in questo contesto che dobbiamo collocare la lettura di Rizk secondo cui "la violenza è un mezzo necessario nel tentativo di annullare la logica di uno stato dominato dalle élite e dai loro sostenitori stranieri, che ignorano le richieste rivoluzionarie di 'pane, libertà e giustizia sociale'".
Si può non essere d'accordo con la sua visione. Tuttavia, data la storia della rivoluzione egiziana fino ad oggi, si dovrebbe forse prendere in considerazione almeno la possibilità che la violenza sarà più probabilmente l'esito di un'opposizione e contestazione efficace. (…)
Questo potrebbe essere un momento ideale per mettere in discussione alcuni dei presupposti fondamentali alla base del modello 1989. Il motivo per il quale sembra così difficile associare la violenza ad una lotta democratica potrebbe essere attribuita a un paradosso che, secondo Slavoj Žižek, caratterizza la maggior parte delle riflessioni in materia. Žižek scrive:
Nella nostra comune percezione, gli evidenti segnali di violenza sono gli atti di criminalità, il terrorismo, i disordini civili e i conflitti internazionali. Ma dobbiamo imparare a fare un passo indietro, a districarci dall’affascinante richiamo di questa violenza "soggettiva" direttamente visibile - violenza eseguita da un agente chiaramente identificabile. Abbiamo bisogno di percepire i contorni dello sfondo che genera tali esplosioni.
Per quanto riguarda le rivolte arabe, Žižek sosterrebbe che il contesto in cui si è generata la violenza di strada è stato modellato da un genere più oggettivo di violenza, quello prodotta dalla combinazione di governo autoritario e trent'anni di aggressive riforme neoliberiste.
Questo ci riporta ciò che sapevamo già, e cioè che le rivolte in corso non erano solo una rivolta contro il governo autoritario, ma anche espressione di una più ampia crisi dell'ordine sociale del capitalismo globale.
Le richieste dei manifestanti arabi erano focalizzate, e lo sono ancora oggi, in termini di politica locale, ma allo stesso tempo risuonano come un desiderio più ampio di una maggiore giustizia sociale ed economica e un malcontento generale nei confronti di una storia trentennale di politiche neoliberiste.
La categoria di violenza oggettiva di Žižek ci porta a riflettere su un sistema economico le cui componenti sono l’aggiustamento strutturale, la privatizzazione e lo smantellamento dei servizi pubblici. Nel mondo neoliberista le ristrutturazioni economiche sono considerate inevitabili, come gli eventi naturali.
Anche se tali politiche sono tutt'altro che piacevoli per chi le deve subire, solitamente non sono considerate violenza. Poiché comportano un aumento delle disparità e della povertà quotidiana, tuttavia, queste misure sono coercitive, non democratiche e violente.
Ma si tratta di un tipo di violenza che i potenti impongono al debole, spesso, proprio in nome della libertà e della transizione ordinata. Una violenza invisibile che diventa 'normalità', lo "standard" contro cui noi percepiamo le cosiddette “esplosioni di violenza soggettiva” di Žižek.
Così, trent'anni di aggiustamento strutturale autoritario, antidemocratico, e coercitivo sono diventati "la condizione normale e pacifica delle cose" mentre gli atti di deviazione contro questo sistema vengono bollati automaticamente come "violenti".
Dal gennaio 2011 molti hanno tentato di spiegare che le radici delle rivolte nel mondo arabo si trovavano solo nella 'cattiva governance', sottovalutando il fatto che esse risiedevano - in profondità - anche nei modelli di sviluppo promossi dai donatori occidentali nel corso degli ultimi tre decenni. Adam Hanieh ha sostenuto che le rivolte hanno fornito agli ideologi neoliberisti gli strumenti per "riassorbire il dissenso a propria immagine".
Hanieh scrive: "Dove i regimi autoritari sono stati la norma, [...] le richieste di riforma istituzionale possono essere facilmente dipinte come democratiche (ed esplicitamente inquadrate all'interno della retorica della democratizzazione)".
A questo proposito ci viene ricordato che oggi l’FMI (Fondo Monetario Internazionale, insieme ad altre istituzioni) continua a promuovere, questa volta in nome della transizione post-rivoluzione, gli stessi modelli economici e le stesse riforme che hanno portato alla crisi e alle risposte rivoluzionarie.
In conclusione, se la violenza è una componente dei processi rivoluzionari e della democrazia radicale, ciò potrebbe dirci anche qualcosa sull'avversario che si trova di fronte e sulle condizioni contraddittorie in cui la violenza obiettiva ha preso forma.
Nel caso delle rivolte arabe, ad esempio, può dirci qualcosa sulle politiche dei governi occidentali e dei donatori internazionali che affermano di sostenere le transizioni democratiche nella regione, e che lo fanno, insistendo - con forza violenta, se necessario - sulla continuazione delle riforme neoliberiste, come è sempre avvenuto.
Le esplosioni delle rivolte sono state sconvolgenti per i promotori della democrazia occidentale perché hanno sfidato i modelli esplicativi prevalenti, i quali ricadono tutti in qualche modo nell’area neoliberista.
Scendendo in massa nelle piazze, la gente non solo ha respinto le strategie esistenti per richiedere un processo 'graduale' di democratizzazione, che era basato su una stretta (soprattutto economica) cooperazione tra i paesi democratici occidentali e i governanti autoritari, ma si è anche opposta alle conseguenze più intime degli ideali democratici.
Rivoltandosi contro il sistema o il regime (nizam) che ha fornito le condizioni per la violenza oggettiva, le rivolte arabe non hanno rappresentato tanto l'espressione del desiderio di trasformarsi in una sorta di democrazie liberali, come quelle dipinte dai politici occidentali, ma hanno dimostrato che in questa lotta - che può essere violenta - i manifestanti sono portatori di una comprensione più radicale ed ideale di libertà politica rispetto ai promotori della cosiddetta democrazia occidentale.
*Traduzione a cura di Stefano Nanni
Per la versione originale dell'articolo clicca qui.
Considerando le trasformazioni politiche radicali del mondo arabo negli ultimi due anni, non possiamo fare a meno di notare che, fin dall'inizio, sono state caratterizzate da vari gradi e livelli di scontro. Nel caso dell'Egitto, ad esempio, dove la nonviolenza è divenuta il simbolo della rivoluzione del 2011, la prospettiva non è priva di sfumature.
Philip Rizk ha sottolineato che "nonostante la glorificazione di 18 giorni di rivoluzione nonviolenta, la violenza è stata comunque una componente importante di quella fase e lo è ancora oggi, dopo la prima pietra lanciata il 25 gennaio 2011, seguita tre giorni dopo dall'incendio delle stazioni di polizia durante il Venerdì della rabbia".
Prima di approfondire la logica di questo argomento, mi preme sottolineare che non è mia intenzione legittimare – né tantomeno glorificare - qualche vaga astrazione della violenza rivoluzionaria.
Né voglio respingere l'impegno significativo per la nonviolenza fatto da tutti i soggetti che si sono impegnati nel periodo precedente al 30 giugno nella cosiddetta "campagna dei ribelli" (Tamarud).
Eppure, come dimostra la storia, l'azione politica nonviolenta spesso diventa efficace soltanto quando provoca violenza, ovvero quando si obbliga il potente ad esprimere quella violenza che sta alla base del mantenimento di un ordine politico.
In effetti, si potrebbe affermare che l’obiettivo stesso dell’azione nonviolenta è quello di rendere esplicita la violenza, per renderla parte della lotta democratica in modo da mettere i responsabili di fronte a ciò che sono realmente.
Non bisogna dimenticare che sono morte oltre mezzo milione di persone nel corso della lotta condotta da Gandhi per l'indipendenza dal colonialismo britannico.
Oggi, da Tahrir a Taksim e in tutto il mondo, gli occupanti dello spazio pubblico hanno masso a nudo le strutture violente che dominano le rispettive società, proprio rifiutandosi di abbandonare l’occupazione senza prima aver lottato.
La reazione scatenata rivela l’ipocrisia di fondo interna a certi discorsi democratici contemporanei: puoi protestare il più forte possibile e contestare tutto quello che vuoi, a patto che le parole restino inefficaci e nulla cambi nella realtà.
Di conseguenza, è la violenza avere una certa importanza all'interno di processi radicalmente democratici o rivoluzioni? L'abbondante letteratura critica in proposito suggerirebbe di sì.
Hannah Arendt, ad esempio, ha sostenuto che la rivoluzione non è concepibile al di fuori dell’ambito della violenza. Per questo motivo, sostiene, c'è una linea sottile tra la rivoluzione e la guerra. Dato che Arendt concepiva le rivoluzioni in quanto forme di lotta per la libertà politica - piuttosto che una mera liberazione dall'oppressione – ecco perché, nella sua ottica, queste sono accompagnate da una richiesta urgente di costruire un nuovo forma di governo. E' attraverso la rivoluzione che la repubblica democratica arriva a sostituire la monarchia assolutista.
Per questo, la questione cruciale in relazione alla violenza in un contesto rivoluzionario non è se sia opportuna o addirittura necessaria - a mio parere non è mai auspicabile, e la sua necessità non può essere mai completamente dimostrata - ma piuttosto bisogna chiedersi se è stato apportato un vero contributo al cambiamento e alla libertà politica.
Come Barrington Moore ci ricorda, "la democrazia occidentale ha alle spalle una storia di sangue". In altre parole, la violenza ha contribuito notevolmente alla storia della società occidentale e alla libertà politica dei popoli oppressi d'Europa e degli Stati Uniti .
Tuttavia, studi recenti (occidentali) sembrano trascurare, e a volte anche negare, questa storia violenta nel momento in cui si tratta di analizzare le lotte rivoluzionarie che attraversano il mondo arabo.
Al riguardo, nel dibattito contemporaneo, la violenza e la democrazia vengono troppo spesso concepite come separate, addirittura antitetiche. Se la violenza viene menzionata in un contesto democratico, di democratizzazione, o più in generale, di una lotta per la libertà politica, essa è per lo più presentata come una minaccia.
Una delle ragioni può essere la generalizzazione di una particolare storia nella letteratura accademica sui processi di transizione. Mi riferisco al posto privilegiato riservato alla storia delle rivoluzioni nonviolente in tutto l'ex-blocco sovietico e delle successive transizioni verso la democrazia liberale in Europa centrale.
Presi insieme questi eventi sono diventati un potente riferimento, un immaginario ideale, anche e soprattutto per la concettualizzazione neoliberale della lotta democratica. In questo modo le élite occidentali si ritrovavano già con una "narrazione storica mondiale" preconfezionata per poter interpretare le rivolte del 2011 in tutto il mondo arabo.
Non si tratta soltanto di accademici, ma anche di politici, che hanno cercato di dipingere le rivolte ad immagine e somiglianza di quelle dell'Europa centrorientale.
Non a caso il vertice del G8 nel 2011 ha aperto con una dichiarazione sulle rivolte, in un modo che identificava esplicitamente gli eventi nel mondo arabo in quest’ottica, affermando che "i cambiamenti in corso in Medio Oriente e Nord Africa (MENA) hanno una portata storica e portano con sé il potenziale per aprire la porta a quel tipo di trasformazioni che si sono verificate in Europa centrale e orientale dopo la caduta del muro di Berlino".
Questo fa parte di una modifica più ampia nella concettualizzazione del cambiamento politico.
Come ha notato Asef Bayat, dalla fine della guerra fredda le narrazioni liberali dominanti sul cambiamento politico e sociale, specialmente in Medio Oriente, sono state comunicate attraverso gli idiomi della nuova era: la società civile, la responsabilità, la nonviolenza e la gradualità.
Ecco perché la categoria della rivoluzione violenta, una volta così rilevante - e in alcuni ambienti di primaria importanza - per valutare l'analisi del cambiamento sociale, è caduta in disuso ed stata sostituita da modelli gradualisti, orientati sul lungo processo.
La data di riferimento, per i teorici della democrazia e il cambiamento sociale, è diventata il 1989, e non più 1776, 1789 o 1917.
Questo è il contesto intellettuale e politico che ha accolto le rivolte nel mondo arabo. Non è una sorpresa quindi che alcuni aspetti delle "primavere" - quelli pacifici, come alcune tattiche creative che sono state il punto di forza di piazza Tahrir – siano stati messi in risalto, mentre altri no, come ad esempio gli attacchi alle stazioni di polizia e l'uccisione di diversi agenti a Suez.
Le storie dell’attivismo online, delle varie organizzazioni civili e delle manifestazioni pubbliche nonviolente sono stati ricevuti con grande favore. E, ad accompagnare questo tipo di narrazione, che punta alla separazione tra rivoluzione e violenza, ci hanno pensato anche alcuni intellettuali.
Mahmood Mamdani sostiene che Piazza Tahrir “ha dato origine alla storia di una generazione. Invece quella nata sotto il regime di Nasser, così come la successiva, aveva abbracciato la violenza come chiave per il cambiamento". Così, nell'iconografia, Piazza Tahrir ha apportato una nuova politica e soprattutto un modo alternativo di lotta che si allontana dalla violenza.
Questo ragionamento, però, ignora o dimentica - forse - che Tahrir è stata efficace grazie alla reazione violenta innescata, o almeno, attraverso il modo in cui ha alimentato le speculazioni di un incombente propagarsi della violenza a tutto campo.
Questa idea che la violenza sia antitetica alla lotta democratica non è soltanto seducente. In alcuni ambienti diventa anche una questione dogmatica.
A questo proposito si potrebbero prendere in considerazione le osservazioni di Marina Ottaway, studiosa presso il Woodrow Wilson Center: "Nei primi giorni della rivolta egiziana, quando la violenza minacciava di sommergere il paese, l'esercito ha fatto un lavoro ammirevole nel mantenere l'ordine e facilitando la rimozione di Hosni Mubarak".
"Dieci mesi dopo, (...) lo SCAF era emerso come la più grave minaccia per la transizione verso la democrazia". Ottaway non è, naturalmente, cieca di fronte ai fatti della storia che ha riferito, né può ignorare l'illogicità del suo racconto.
Ciò che è interessante notare circa il rapido cambiamento di valutazione della Ottaway sulla situazione politica in Egitto non è tanto l'esposizione ipocrita e contraddittoria dell’ "ammirevole lavoro nel mantenere l'ordine senza violenza" da parte dello SCAF. Piuttosto, è la consapevolezza che - imponendo la nonviolenza - i militari siano effettivamente riusciti a limitare la lotta per la libertà politica in Egitto. La mediocrità di queste errate rappresentazioni risiede nell'insistenza della Ottaway sul fatto che la violenza non può aver posto nella narrazione di una rivoluzione democratica.
Oggi è chiaro che l'emergente "ordine di transizione", prima lo SCAF e poi il regime Morsi, hanno mantenuto una forte, a volte brutalmente violenta, politica in grado di imporre la nonviolenza. E in questa transizione la rivoluzione e le sue aspirazioni democratiche si ritrovano - per il momento - bloccate.
Durante i due anni che sono trascorsi dalla rivolta del 25 gennaio, le proteste sono continuate e la violenza è sempre stata all'appuntamento. E' in questo contesto che dobbiamo collocare la lettura di Rizk secondo cui "la violenza è un mezzo necessario nel tentativo di annullare la logica di uno stato dominato dalle élite e dai loro sostenitori stranieri, che ignorano le richieste rivoluzionarie di 'pane, libertà e giustizia sociale'".
Si può non essere d'accordo con la sua visione. Tuttavia, data la storia della rivoluzione egiziana fino ad oggi, si dovrebbe forse prendere in considerazione almeno la possibilità che la violenza sarà più probabilmente l'esito di un'opposizione e contestazione efficace. (…)
Questo potrebbe essere un momento ideale per mettere in discussione alcuni dei presupposti fondamentali alla base del modello 1989. Il motivo per il quale sembra così difficile associare la violenza ad una lotta democratica potrebbe essere attribuita a un paradosso che, secondo Slavoj Žižek, caratterizza la maggior parte delle riflessioni in materia. Žižek scrive:
Nella nostra comune percezione, gli evidenti segnali di violenza sono gli atti di criminalità, il terrorismo, i disordini civili e i conflitti internazionali. Ma dobbiamo imparare a fare un passo indietro, a districarci dall’affascinante richiamo di questa violenza "soggettiva" direttamente visibile - violenza eseguita da un agente chiaramente identificabile. Abbiamo bisogno di percepire i contorni dello sfondo che genera tali esplosioni.
Per quanto riguarda le rivolte arabe, Žižek sosterrebbe che il contesto in cui si è generata la violenza di strada è stato modellato da un genere più oggettivo di violenza, quello prodotta dalla combinazione di governo autoritario e trent'anni di aggressive riforme neoliberiste.
Questo ci riporta ciò che sapevamo già, e cioè che le rivolte in corso non erano solo una rivolta contro il governo autoritario, ma anche espressione di una più ampia crisi dell'ordine sociale del capitalismo globale.
Le richieste dei manifestanti arabi erano focalizzate, e lo sono ancora oggi, in termini di politica locale, ma allo stesso tempo risuonano come un desiderio più ampio di una maggiore giustizia sociale ed economica e un malcontento generale nei confronti di una storia trentennale di politiche neoliberiste.
La categoria di violenza oggettiva di Žižek ci porta a riflettere su un sistema economico le cui componenti sono l’aggiustamento strutturale, la privatizzazione e lo smantellamento dei servizi pubblici. Nel mondo neoliberista le ristrutturazioni economiche sono considerate inevitabili, come gli eventi naturali.
Anche se tali politiche sono tutt'altro che piacevoli per chi le deve subire, solitamente non sono considerate violenza. Poiché comportano un aumento delle disparità e della povertà quotidiana, tuttavia, queste misure sono coercitive, non democratiche e violente.
Ma si tratta di un tipo di violenza che i potenti impongono al debole, spesso, proprio in nome della libertà e della transizione ordinata. Una violenza invisibile che diventa 'normalità', lo "standard" contro cui noi percepiamo le cosiddette “esplosioni di violenza soggettiva” di Žižek.
Così, trent'anni di aggiustamento strutturale autoritario, antidemocratico, e coercitivo sono diventati "la condizione normale e pacifica delle cose" mentre gli atti di deviazione contro questo sistema vengono bollati automaticamente come "violenti".
Dal gennaio 2011 molti hanno tentato di spiegare che le radici delle rivolte nel mondo arabo si trovavano solo nella 'cattiva governance', sottovalutando il fatto che esse risiedevano - in profondità - anche nei modelli di sviluppo promossi dai donatori occidentali nel corso degli ultimi tre decenni. Adam Hanieh ha sostenuto che le rivolte hanno fornito agli ideologi neoliberisti gli strumenti per "riassorbire il dissenso a propria immagine".
Hanieh scrive: "Dove i regimi autoritari sono stati la norma, [...] le richieste di riforma istituzionale possono essere facilmente dipinte come democratiche (ed esplicitamente inquadrate all'interno della retorica della democratizzazione)".
A questo proposito ci viene ricordato che oggi l’FMI (Fondo Monetario Internazionale, insieme ad altre istituzioni) continua a promuovere, questa volta in nome della transizione post-rivoluzione, gli stessi modelli economici e le stesse riforme che hanno portato alla crisi e alle risposte rivoluzionarie.
In conclusione, se la violenza è una componente dei processi rivoluzionari e della democrazia radicale, ciò potrebbe dirci anche qualcosa sull'avversario che si trova di fronte e sulle condizioni contraddittorie in cui la violenza obiettiva ha preso forma.
Nel caso delle rivolte arabe, ad esempio, può dirci qualcosa sulle politiche dei governi occidentali e dei donatori internazionali che affermano di sostenere le transizioni democratiche nella regione, e che lo fanno, insistendo - con forza violenta, se necessario - sulla continuazione delle riforme neoliberiste, come è sempre avvenuto.
Le esplosioni delle rivolte sono state sconvolgenti per i promotori della democrazia occidentale perché hanno sfidato i modelli esplicativi prevalenti, i quali ricadono tutti in qualche modo nell’area neoliberista.
Scendendo in massa nelle piazze, la gente non solo ha respinto le strategie esistenti per richiedere un processo 'graduale' di democratizzazione, che era basato su una stretta (soprattutto economica) cooperazione tra i paesi democratici occidentali e i governanti autoritari, ma si è anche opposta alle conseguenze più intime degli ideali democratici.
Rivoltandosi contro il sistema o il regime (nizam) che ha fornito le condizioni per la violenza oggettiva, le rivolte arabe non hanno rappresentato tanto l'espressione del desiderio di trasformarsi in una sorta di democrazie liberali, come quelle dipinte dai politici occidentali, ma hanno dimostrato che in questa lotta - che può essere violenta - i manifestanti sono portatori di una comprensione più radicale ed ideale di libertà politica rispetto ai promotori della cosiddetta democrazia occidentale.
*Traduzione a cura di Stefano Nanni
Per la versione originale dell'articolo clicca qui.
04 Luglio 2013
di:
Koenraad Bogaert per Jadaliyya
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