‘Creare una sensazione di persecuzione’: un manuale dell’IDF.
08.07.2013
http://palestinechronicle.com/creating-a-feeling-of-persecution-an-idf-manual/#.UeoNZIbh8bk
‘Creare una sensazione di persecuzione’: un manuale dell’IDF.
‘Creare una sensazione di persecuzione’ è il nome in codice concernente l’attività dell’IDF tesa a rendere la vita dei palestinesi una vita d’inferno, facendo uso di terrore psichico e fisico che condanna un’intera popolazione a una vita di paura.
di Tamar Fleishman
Soldati
che “Rompono il Silenzio” parlano di questo nelle loro testimonianze
che sono documentate nell’archivio dell’organizzazione.Ahmed Haled Abed Alrauf arrestato
Uno attesta che: “Fa parte dell’idea di beccare coloro che sono stati scelti perché si sentano costantemente perseguitati, che si deve essere sul posto per piombare da luoghi inaspettati, perché la gente si senta a disagio. Fa tutto parte del gioco, è necessario per ragioni operative.”
E
un altro soldato riporta: “Talvolta ci sono cose che vanno fatte, a
volte ci sono anche compagnie di reclute che necessitano di
addestramento. E così cercano una casa che, dalle foto aeree, sembri
adatta dal punto di vista operativo….e poi vi entrano di notte, vi
creano prima una procedura di blocco, mandano unità a circondare la casa
e gridano alla gente di uscire, poi la portano fuori e controllano chi
c’è e che cosa c’è dentro. Si potrebbe dire che lo scopo è quello di
causare un’agitazione diffusa. Creare una sensazione di persecuzione,
consiste in una situazione nella quale l’esercito irrompe nei villaggi e
organizza anticipatamente esercitazioni di controllo, e molte volte
sono queste compagnie di reclute che fanno cose di tal genere.”
I
mezzi per creare sentimenti di persecuzione comprendono perlustrazioni
aggressive all’interno di villaggi e città durante tutte le ore e in
qualsiasi momento le pattuglie ritengano di doverlo fare, entrando
all’improvviso nelle case nel profondo della notte ed esercitandosi in
falsi arresti di adulti e di minori. Sono tutti brutali, tutti rimuovono
l’identità personale e il loro obiettivo è quello di spargere terrore
nella comunità senza che ce ne sia una necessità operativa o difensiva,
nemmeno l’esercito sostiene che ce ne sia una.
Il
diciannovenne Ahmed Haled Abed Alrauf è uno dei tanti che erano
divenuti vittime di falsi arresti. Ahmed era nato e cresciuto nel campo
profughi di Qalandiya. Il 14 giugno 2013, il tribunale militare di Ofer
lo ha condannato a sedici mesi di carcere e a una multa di 1.500 shekel
con una pena da scontare in libertà vigilata di otto mesi per un periodo
di tre anni. Nel campo profughi di Qalandiya la gente si conosce l’un
l’altra e le voci si diffondono lungo i vicoli tortuosi e fanno presa su
tutti gli abitanti del campo.
La
storia di Ahmed non comincia il giorno del suo arresto, ma anni prima,
nel mezzo dell’Itifada di al-Aqsa, il giorno in cui la morte
s’impossessò di suo padre. “Era un uomo buono, nessuno aveva avuto dei
problemi con lui, avrebbe solo camminato a piedi per le strade. I
bambini lanciavano come al solito sassi dietro ai soldati e questi
avrebbero fatto fuoco. Gli spararono alla schiena”, ha raccontato un
amico che era stato testimone del fatto
Quando
perse suo padre, Ahmed aveva otto anni e, in quanto figlio maggiore di
una famiglia indigente, fu costretto a prendere su di sé il compito di
provvedere alla famiglia fin dalla tenera età. Gli amici lo descrivono
come un bravo bambino che “avrebbe aiutato la madre”.
Anche
il giorno del suo arresto, il 1 gennaio 2013, che era il giorno in cui
il campo profughi ricordava il 48° anniversario della fondazione di
Fatah, Ahmen non era tra coloro che celebravano la ricorrenza, stava
svolgendo il suo turno di lavoro al banchetto dei falafel. Inoltre,
Ahmed non era tra le decine di giovanissimi che scesero nelle strade
alla fine della manifestazione per protestare contro l’occupazione e
lanciare sassi alla torre fortificata. I soldati uscirono dal posto di
blocco e spararono contro i manifestanti per respingerli. Alcuni
attraversarono la strada verso i negozi di fronte al campo profughi e
ritornarono con dei prigionieri. Uno di loro era Ahmad che venne scovato
con un panino mezzo mangiato in mano. Ho scattato una foto.
Ahmed venne trasferito alla prigione di Ofer e accusato di aver tirato sassi e bottiglie di benzina.
Credetti
che alcune delle foto che avevo fatto dovessero provare la sua
innocenza. Distribuii le foto in cui compare Ahmed che non prende parte
ai fatti di quel giorno e queste arrivarono alla corte per mano
dell’avvocato e devo dire che sarei stato felice di testimoniare sul
fatto che Ahmed si trovava sul lato opposto del luogo da dove vennero
scagliati i sassi e che in quel giorno non furono lanciate bottiglie di
benzina.
Poi
la realtà mi dette una botta. L’avvocato mi disse del cambiamento di
rotta, la data indicata dall’accusa come quella in cui Ahmed aveva
lanciato la bottiglia di benzina era stata cambiata in quella del 14
novembre 2012 ( un mese e mezzo prima del fatto che avevo documentato).
La bottiglia avrebbe colpito la gamba di un ufficiale e che tale
ufficiale era a Qalandiya il giorno dell’arresto, egli avrebbe
identificato la persona che lo aveva colpito dalla maglietta che
indossava sulla quale c’era riportata la parola FOX (una storia
inventata!?).
L’accusa chiese che Ahmed venisse condannato a tre anni di carcere. L’avvocato raggiunse un accordo con l’accusa.
Hava Valevi che, all’interno del tribunale, ha documentato questi fatti, scrive:
“Le
accuse che aveva ammesso erano che durante i disordini pubblici vicino
al checkpoint di Qalandiya aveva gettato un “alveare di fuochi
d’artificio” (sic) ai soldati dell’IDF. Vale a dire, prima che fosse
mantenuto l’ordine del comandante e tutti conoscessero il loro posto.
Questo eufemismo viene a mostrare come il linguaggio crea la coscienza;
se una manifestazione di protesta viene definita “disordine”, è
ovviamente una cosa negativa, perché tutti sanno che ordine è bene e
quando non c’è ordine questo dovrebbe essere ripristinato rapidamente.
E, infatti, i soldati dell’IDF si affrettarono al checkpoint di
Qalandiya e imposero l’ordine, e tra coloro che imposero l’ordine c’era
un ufficiale che va sotto il nome di Raphael Dov Malhi che affermò di
essere stato ferito da fuochi d’artificio. Come venne ferito? Che cosa
gli successe? Ci sono dei referti medici al proposito?
No.
Per attestare che ci sono state ferite di quel tipo, non c’erano invece
prove sufficienti. L’ufficale Malhi testimoniò di essere stato ferito
ma che non ci fu bisogno di cure mediche.
L’ufficiale
sarà ricompensato per la sua ferita non comprovata, per la quale non
necessitò di alcuna cura medica con la somma di un migliaio di shekel
che usciranno dalla tasca dell’uomo che può aver ferito o meno la sua
gamba.
Dall’arresto,
la frase “creare una sensazione di persecuzione” mi è riecheggiata
nelle orecchie, come pure ciò che mi ha detto uno che abita nel campo
profughi di Deheishe:
“
Non ci sono famiglie (in Palestina) che non abbiano o abbiano avuto uno
dei loro componenti in prigione.” E durante il lungo periodo di tempo
durante il quale restai in attesa fuori prima di essere introdotto nel
tribunale, vidi la recinzione a rete della tana che è il corridoio che
conduce alla corte e nella quale c’erano decine di persone esanimi in
attesa di vedere i loro amati venire incarcerati e ho percepito che nel
sopravvivere sta l’eroismo di questo popolo e che la sua resistenza
passiva è forse più dura e richiede più forza dello spirito della
resistenza attiva.
(tradotto per Palestine Chronicle da Ruth Fleishman)
Come membro del Machsomwatch, una volta alla settimana Tamar Fleishman
va per documentare i checkpoint tra Gerusalemme e Ramallah . Essa è
pure membro della Coalizione delle Donne per la Pace e volontaria nel
Breaking the Silence.
(tradotto da mariano mingarelli)
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