Amira Hass ; se gli ebrei israeliani vogliono che i palestinesi ascoltino la nostra storia vanno fatti cambiamenti radicali
Nel Quebec, a Montreal e a New York ho sentito membri delle prime nazioni dire con aria di sfida ai loro coetanei bianchi, che ancor oggi definiscono come coloni, 500 anni dopo Colombo: “Se non vi va, tornatevene sulla barca che vi ha portato qui.”
di Amira Hass
In
questi ultimi anni ho sviluppato un’abitudine: “Ogni volta che mi trovo
in America ( invitata per svariate lezioni e conferenze), leggo ciò che
riguarda le popolazioni indigene che sono vissute in qualsiasi luogo mi
capiti di essere. Quando possibile, cerco di incontrare membri delle
prime nazioni se qualcuno di loro è sopravissuto; non sono stati
scacciati o spinti verso ovest; e sono disposti a parlare.
A
San Diego, in California, mi sono incontrata con i Qumeyaay, nativi
dell’area, come pure con un ragazzo Cherokee dell’Oklahoma e una donna
Shoshone del Nevada che studiano entrambi a San Diego. Nel Quebec ho
visitato le riserve abitate dal popolo degli Algonquin, dei Mohawk e
degli Inuit. In Brasile, in mancanza di un linguaggio comune, ho solo
guardato a lungo e da lontano quelli che sapevo essere i discendenti di
coloro che hanno vissuto in questo enorme paese prima che fosse
conquistato dai portoghesi. Un prete cattolico della corrente della
“Teologia della Liberazione”, che da trent’anni vive e lavora in una
favela, mi ha detto che in Brasile sono stati uccisi o sono morti sei
milioni di “indiani” nel corso della presa di potere da parte dei
coloni. E no, non sono stata ancora in Australia e nel Congo ove
rendermi conto del genocidio e della spoliazione che vi hanno perpetrato
gli inglesi e i belgi.
Perché
“rovinare” viaggi e vacanze con informazioni e incontri di tal genere?
Prima di tutto, preferirei non avere a che fare con la cultura di
negazione che il turismo ordinario comporta e non indulgere
automaticamente alle attrazioni turistiche del capitalismo (un erede
diretto delle vittorie colonialiste). In secondo luogo, le mie
credenziali sono la conoscenza che ho accumulato mentre documentavo
l’occupazione della West Bank e di Gaza e le politiche di colonizzazione
e di espulsione di Israele. Spesso l’assunto di base che guida le
conferenze alle quali partecipo (o l’assunto di base contestato) è che
lo Stato di Israele e il sionismo siano una parte del fenomeno globale
della colonizzazione. Allora, che cosa ha più senso dello studio del
contesto generale di tali movimenti?
In
terzo luogo, ho scoperto che l’ascolto di membri delle prime nazioni mi
aiuta a sviluppare una comprensione più profonda dei palestinesi. Negli
ultimi 20 anni, ho vissuto all’interno della società palestinese, e per
quanto possa vantarmi di conoscerla, sono anche consapevole di come la
mia qualità oggettiva di membro del gruppo espropriante e colonizzante,
non solo mi dà dei privilegi a scapito dei palestinesi, ma essa pone
pure dei limiti alla mia capacità di capire e cogliere appieno la loro
realtà e le loro posizioni. In ogni gruppo “elitario” ci sono dissidenti
che si oppongono moralmente al regime di privilegio di cui beneficiano
per definizione (anche se usano i loro privilegi, come fa un gran numero
di israeliani di sinistra, per lottare contro gli stessi). Mi
riferisco, per esempio, agli uomini che si oppongono al sistema
patriarcale e al modo con cui esso trattiene le donne in una posizione
di genere inferiore, o a coloro che provengono da famiglie benestanti e
sostengono la giustizia sociale e l’uguaglianza economica. Tuttavia, in
quanto persone che non hanno sperimentato l’inferiorità di prima mano,
c’è sempre un limite alla loro capacità di comprensione
dell’ingiustizia, dell’oppressione, della discriminazione e del rancore
che esse generano.
A
San Diego, una donna Shoshone (della quale uno dei genitori era proprio
un colono bianco), nel suo inglese molto americano, mi ha detto che non
avrebbe mai potuto considerare il governo degli Stati Uniti come
“proprio”. Un anno dopo, un’amica palestinese di Acri mi ha dichiarato
di non poter prendere parte alle manifestazioni di protesta sociale in
quanto lei non sentiva che Israele era il suo stato. La somiglianza tra
queste due affermazioni mi ha aiutato a cogliere il loro significato più
preciso, non solo razionalmente, ma percependolo anche tramite i miei
stessi sensi, la continua alienazione, la sensazione della mia amica di
essere un’estranea in casa propria.
Una
figlia della tribù Qumeyaay del sud della California aveva accettato a
mala pena di incontrarmi; e questo solo dopo aver trovato il mio nome su
Google e scoperto, per mia fortuna, come lei ha detto, che io vivo ai
margini, proprio come lei. Le ho chiesto perché era così difficile
incontrare “loro”, gli indigeni. Ha risposto di essere stanca di
“bianchi” che facevano carriera documentando la sofferenza altrui. Circa
un anno fa, quando ho parlato con un giovane e brillante ricercatore
palestinese la cui madre è europea, ha menzionato con risentimento tutti
quegli israeliani ebrei che scrivono (“e al proposito, non male”) dei
palestinesi e delle politiche di espropriazione. Beh, ho chiesto, allora
non dovremmo scrivere? E poi ho pensato a quello che mi ha insegnato la
donna Qumeyaay.
Senza
intenzione, mi sono resa conto che questi discorsi mi aiutano a
disgiungere ulteriormente la mia situazione oggettiva in quanto parte
della società coloniale dalla mia soggettività dell’essere nata in
questo paese da genitori che sono arrivati come profughi e non per
ragioni ideologiche sioniste; e dalla soggettività di altri israeliani
ebrei. Nel nostro essere soggettivo il caso gioca un’importante
funzione. Per esempio, la famiglia di mia madre discende dagli esuli
dalla Spagna del 1492, famiglie di ebrei che per secoli erano vissute in
Spagna, in ogni modo patria loro come per gli esuli musulmani. Dopo la
cacciata dal regno cattolico, alcuni di loro hanno girovagato per
l’Impero Ottomano e si sono stabiliti nei Balcani e nell’Asia Minore.
Certuni sono arrivati in Terra Santa fin dal XV secolo, altri ( tra cui
gli ebrei ashkenazidi) nei diciottesimo e diciannovesimo secolo. Proprio
in quei secoli, nelle stesse terre di Palestina/Terra Santa/ Eretz
Yisrael, provenienti da varie zone dell’Asia, dell’ Europa (Bosnia per
esempio) e dell’Africa, sono arrivati i musulmani e alla fine sono
divenuti parte integrante del popolo palestinese. Così, l’esilio non è
stata una coincidenza, ma per mera coincidenza i Levy, la famiglia di
mia madre sono finiti a Sarajevo e non a Hebron.
La
nostra soggettività non interessa a coloro che la nostra oggettività ha
espropriato e continua a farlo. “Se siete così progressisti come
pretendete di essere, quello che dovreste fare è lasciare questo paese e
tornarvene da dove siete venuti,” è una cosa che ho sentito con diverse
varianti, da quando mi sono trasferita a Gaza nei primi anni ’90. Alle
persone che lo dicono, in realtà non interessa che io e altri milioni di
israeliani che non siamo ricchi, né esperti di hi-tech e neppure
fortunati accademici, non si abbia altro posto dove andare. Non abbiamo
alcuna “metropoli” sul tipo di quello che era la Francia per i suoi
Pieds-Noirs o la Gran Bretagna per i bianchi del Sud Africa o della
Rhodesia. La maggior parte di noi non ha una lingua madre diversa da
quella ebraica che parliamo. Inoltre, molti di noi discendono da
famiglie che dal 1920 fino al 1950 sono state espulse direttamente o
indirettamente dal loro paese di origine o sono a mala pena
sopravvissute all’industria del massacro della Germania nazista, e hanno
raggiunto Israele/Palestina, perché altri stati quali il Canada e gli
Stati Uniti si sono rifiutati di accogliere troppi ebrei. Questi fatti
non possono essere cancellati dalla nostra memoria personale e
collettiva, siamo cittadini ebrei di Israele, ma siamo cinicamente
sfruttati per giustificare, nel complesso e singolarmente, le politiche
presenti e passate dello stato contro i palestinesi. Perciò, questi
fatti sono spesso interpretati dai palestinesi come propaganda e bugie, o
quantomeno neppure presi in considerazione come se non fossero un
fattore oggettivo.
Nel
Quebec, a Montreal e a New York ho sentito membri delle prime nazioni
dire con aria di sfida ai loro colleghi bianchi, che ancor oggi
definiscono come coloni, 500 anni dopo Colombo, “Se non vi va, tornatene
sulla barca che vi ha condotto qui.” Ciò mi ha preparato bene alla
conversazione che ho avuto di recente con diversi giovani palestinesi
che mi hanno conosciuta fin da quando erano bambini e mi considerano
perciò come una specie di “zia” . La soluzione, dicono, è che gli ebrei
dovrebbero andarsene; scherziamo al riguardo se si debba andare lontano a
nuoto o a vela. Non ho modo di sapere fino a che punto la posizione dei
miei “nipoti” rifletta i sentimenti dei loro coetanei. Ma c’è molta
rabbia giustificata rappresentata dall’immagine dei coloni che sono
saliti a bordo delle stesse imbarcazioni che 500, 300 o 60 anni fa li ha
condotti a terre su cui si sono costruiti un impero a scapito della
vita e dei territori del popolo indigeno.
Nonostante
la somiglianza, ci sono, però, vorrei sottolineare con un gran senso di
sollievo, due differenze sostanziali. Per fortuna, a differenza dei
nativi americani, il popolo palestinese non è stato spazzato via del
tutto. E’ vero, un gran numero di loro è stato espulso e non gli è
permesso ritornare; vive in esilio, in campi profughi all’estero e in
Palestina e in enclave soggette al dominio ostile israeliano su entrambi
i lati della “Linea Verde”. Tuttavia, dato che persone che vivono in
modo creativo sono in aumento e si stanno impegnando, la loro presenza
sulla mappa della politica internazionale di anno in anno diviene sempre
più marcata. I tentativi israelo-sionisti di far tacere e nascondere i
palestinesi sono falliti. Al contrario, anche se gli originari e
molteplici popoli d’America sono oggetto di uno stimolante processo di
ricupero dal trauma del genocidio e della reclusione in riserve
estremamente povere; anche se essi si impegnano in una lotta con i
discendenti dei coloni che sostengono trasformazioni sociali radicali;
sono divenuti una sparuta minoranza, di certo nella parte settentrionale
dell’”Isola delle Tartarughe”.
In
Medio Oriente, noi ebrei siamo la minoranza. I cittadini ebrei di
Israele e i loro simpatizzanti in Occidente, allora, si sono sbagliati a
trarre “ispirazione” dagli enormi successi coloniali delle nazioni
europee e dei regimi capitalistici che hanno istituito nelle loro
colonie che hanno tradotto l’espropriazione e l’oppressione etnica in
differenze di classe e in sfruttamento di classe che aspirano alla
legittimità. Noi, cittadini ebrei di Israele, non godiamo degli stessi
vantaggi che hanno collezionato i discendenti del Mayflower.
Quindi
la miopia politica, storica, sociale ed etnica degli ebrei israeliani
non è semplicemente rivoltante, ma è anche allarmante. Abbiamo la nostra
“soggettività”: siamo legati a questa terra, apparteniamo a una società
e a una cultura che è germogliata qui e siamo portatori della memoria
collettiva di essere stati cacciati dalle nostre case durante la
Diaspora. I nativi palestinesi presteranno attenzione alla nostra
soggettività solo quando ci impegneremo a cambiare radicalmente l’oscena
realtà che è stata creata ad opera di un’egemonia ebraica esclusiva. E’
un dato di fatto, una trasformazione radicale democratica, che si basi
sull’appartenenza naturale dei palestinesi a questa terra, è l’unica
garanzia per la sopravvivenza di tale soggettività.
(tradotto da mariano mingarelli)
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