Misna: TAKSIM E I LIMITI DEL ‘MODELLO TURCO’ (Intervista)
TAKSIM E I LIMITI DEL ‘MODELLO TURCO’ (Intervista)
© 2013 MISNA - Missionary International Service News Agency Srl - All Right Reserved.
Dopo dieci giorni di proteste e
violenze, il ‘modello turco’ capace di conciliare regole democratiche,
gestione liberista e valori islamici – a cui i governi sorti dalle
ceneri delle ‘primavere arabe’ fino a ieri guardavano come a un faro –
ha mostrato gravi limiti e ambiguità. La MISNA ne ha parlato con padre
Claudio Monge, teologo e superiore della comunità dei domenicani a
Istanbul, dove dirige il Centro per il dialogo interreligioso e
culturale. È anche autore del libro ‘Stranieri con Dio’.
Padre, come interpreta le proteste che in questi giorni si diffondono a macchia d’olio?
“Non è stato un fulmine a ciel sereno ma
il manifestarsi di un disagio che covava da tempo sotto la cenere e che
aveva bisogno di un pretesto sufficientemente simbolico e condiviso che
cristallizzasse l’esasperazione di una parte, molto variegata, della
popolazione. Il “Gezi Parki” non è certo il Central Park di New York, ma
poco più di un giardino che domina la storica piazza Taksim, cuore
simbolico della storia repubblicana turca. Questo giardino è luogo di
incontro, luogo di dibattito, luogo di lettura, più ancora che un vero e
proprio polmone verde (la megalopoli di Istanbul avrebbe bisogno di ben
altro per respirare); le ruspe del comune di Istanbul (bizzarramente
comandate da Tayyip Erdogan, da tempo solo ex-sindaco della capitale
culturale e storica della Turchia), hanno osato profanare questo luogo
di incontro, per spianare la strada ad un progetto edilizio dal senso
simbolico ben diverso. In un primo momento si è parlato di un ennesimo
centro commerciale, a suggello della politica liberista sfrenata di
questo esecutivo, poi (a proteste iniziate) si è corretto il tiro per
virare sulla ricostruzione storica di un’antica caserma ottomana,
richiamo a un passato ricercato ossessivamente dal potere turco attuale,
nel tentativo di riannodare un legame storico che metta in secondo
piano la svolta kemalista… Tra il movimento del Gezi Parkı e l’attuale
politica del Partito per la giustizia e lo sviluppo si consuma il
confronto tra due modi di concepire la storia ma anche la società
attuale: riferimenti valoriali diversi e modi diversi anche di sognare
il futuro”.
In molti, in questi giorni, hanno
paragonato piazza Taksim alla ormai famosa Tahrir, icona della
rivoluzione egiziana. A suo parere un confronto centrato?
“No, direi proprio di no e per diverse
ragioni. Prima di tutto, le piazze turche sfidano il modo di gestire il
potere di un primo ministro democraticamente eletto e riconfermato, non
di un despota auto-insediatosi. Poi si tratta di universi culturali
completamente diversi. La Turchia ha festeggiato i primi 90 anni di una
repubblica parlamentare sui generis, certo, ma pur sempre espressione di
una cultura politica che non ha mai bandito la ricerca, pur
difficoltosa, del confronto di visioni diverse della società e del
mondo. Tra l’altro, il multi-partitismo in Turchia nasce formalmente fin
dal 1946, quando viene creato il Pd (Partito democratico), che diventa
il centro principale di opposizione al Chp (Partito repubblicano), il
partito di Mustafal Kemal Atatürk, il padre della Patria. Nell’ultimo
ventennio soprattutto, la società civile turca è enormemente cresciuta
nella consapevolezza del proprio ruolo. Se si vuole cercare un elemento
comune tra Taksim e Tahrir, questo è il ruolo straordinario svolto dai
social network, aggregatori e cassa di risonanza della protesta”.
C’erano stati segnali che preannunciavano l’arrivo delle proteste?
“Le tensioni si accumulavano da tempo,
anche se nessuno aveva forse previsto questa ampiezza di reazione: a
distanza di pochi giorni dall’inizio delle proteste a Istanbul, 28
capitali provinciali in tutto il paese hanno registrato l’inizio di
manifestazioni imponenti. Le recenti leggi o i tentativi di legge,
espressione di un autoritarismo crescente da parte del primo ministro e
dei suoi collaboratori, hanno progressivamente alimentato la rabbia di
chi ha capito che democrazia non significa solo legge della maggioranza,
perché se così fosse non sarebbe che una versione particolare della
legge del più forte, che ha spesso caratterizzato la storia
turco-ottomana. Dunque, il divieto di consumo di alcol, la legge contro
l’aborto (tra l’altro davvero non richiesta da una emergenza sociale
particolare), un controllo poliziesco dei costumi e del diritto alla
libera riunione pubblica, non sono che piccoli tasselli che hanno dato a
persone molto diverse per estrazione sociale, politica e religiosa,
delle buone ragioni per manifestare la loro rabbia e la loro
opposizione, indipendentemente dal Gezi Parkı che li ha radunati.
Inutile dire che questa diversità diventerà ora un problema da
risolvere, per passare ‘dalla protesta alla proposta’. Ma è proprio
questa la vera sfida democratica: dare voce a chi non fa parte di una
maggioranza apparentemente monolitica riconoscendo l’umanità del suo
modo di essere, senza rinunciare a vivere la propria umanità”.
Come si vive oggi da cristiani in
Turchia, anche alla luce delle accuse di ‘islamizzazione’ della società
mosse al governo di Erdogan?
“Come cristiani siamo e restiamo
socialmente, giuridicamente e politicamente irrilevanti. Siamo in tutto
meno di 200.000 su 78 milioni di abitanti, divisi tra chiese e riti che
comunicano molto difficilmente. In questo momento siamo alla finestra,
ben coscienti che nell’evoluzione attuale si radicano anche un po’ delle
nostre speranze per il futuro. L’attuale ripresa di una politica di
“apparente islamizzazione” della società (resto convinto che si tratta
soprattutto di un atteggiamento populistico, destinato a sedurre
l’elettorato conservatore e tradizionalista), sta portando le minoranze,
e tra esse anche quelle cristiane, a capire che bisogna assolutamente
disinnescare ogni implicazione politica e identitaria nella domanda
legittima di una personalità giuridica delle Chiese e delle condizioni
necessarie alla loro sopravvivenza nella piena tutela non solo
dell’espressione individuale ma anche di quella comunitaria della fede.
Se la costituzione delle Chiese nazionali, con altri fattori, fece a suo
tempo precipitare il sistema ottomano nella sua crisi finale, oggi,
diventa prioritaria l’affermazione di una cittadinanza comune i cui
diritti e anche doveri non siano per partito preso contrapposti alle
convinzioni religiose. Detto diversamente, una democrazia moderna che
metta in dialogo le differenze, deve declinarsi nel senso del binomio
‘cittadini e credenti’ (o eventualmente ‘cittadini e non credenti’) e
non ‘cittadini o credenti’. Prima della rivoluzione delle piazze turche
era in discussione una riforma costituzionale: sarebbe la prima ottenuta
democraticamente e per via parlamentare in Turchia. Il nostro futuro di
cristiani, come quello di ogni cittadino turco, passa di lì.
[AdL]
Commenti
Posta un commento