Israele/Palestina. Quel sogno di "pax economica" che si scontra con la realtà
di Stefano Nanni
sraele/Palestina. Quel sogno di "pax economica" che si scontra con la realtà
Se è vero che le immagini parlano da sole, allora la foto di domenica scorsa al King Hussein Convention Center, sul Mar Morto, dovrebbe far ben sperare per quanto riguarda il 'processo di pace' tra israeliani e palestinesi.Uno scatto che ritrae la stretta di mano tra il segretario di Stato americano, John Kerry, il presidente israeliano, Shimon Peres, e il suo omologo palestinese, Mahmoud Abbas.
Una stretta di mano che ha chiuso il World Economic Forum (WEF) su Medio Oriente e Nord Africa tenutosi in Giordania lo scorso fine settimana - un consesso di politici, imprenditori e rappresentanti della società civile dei paesi partecipanti, che ha visto questi tre protagonisti sorridere soddisfatti davanti ai flash, come non accadeva da tempo.
Ma la realtà oltre l’immagine è meno entusiasmante, dal momento che nonostante gli sforzi di shuttle diplomacy compiuti da Kerry nelle ultime settimane (in due mesi 5 viaggi in Medio Oriente, oltre a vari incontri con rappresentanti palestinesi, israeliani e arabi in Italia, Cina e Stati Uniti) nulla di concreto è stato raggiunto affinché le parti tornino a sedersi al tavolo dei negoziati.
Uno stallo che va avanti dal luglio 2010, quando il governo Netanyahu decise unilateralmente di non rispettare il congelamento delle costruzioni delle colonie, precondizione che i palestinesi ritengono fondamentale per la ripresa del dialogo, ma che anche il nuovo governo di Tel Aviv ha lasciato intendere di non volere accordare.
Il risultato è un' occupazione militare israeliana nei Territori palestinesi che si rafforza ogni giorno, e di fronte alla quale la politica si dimostra incapace di fornire soluzioni praticabili. Ed è proprio a questo punto, favorita dalla cornice offerta dal World Economic Forum, che entra in gioco l’Economia.
Domenica scorsa infatti, poco prima delle cordialità immortalate nella foto, dal palco del convegno Kerry annunciava un piano di investimenti da 4 miliardi di dollari che affluiranno nelle casse statali palestinesi nei prossimi tre anni.
Una cifra davvero importante se si considera che equivale a circa la metà dell’intero Pil della Cisgiordania (secondo i dati del World Factbook della CIA).
Presentato come il piano "più grande, coraggioso e ambizioso degli ultimi 20 anni a partire dagli Accordi di Oslo", si prefigge l’obiettivo di apportare livelli di stabilità e ricchezza "senza precedenti" in tutta la regione.
Senza fornire ulteriori dettagli - soprattutto sulla provenienza degli investimenti - il segretario di Stato americano si è limitato ad affermare che si tratta di "un progetto rivoluzionario, volto allo sviluppo di un settore privato palestinese forte e sostenibile, che possa trasformare i capitali del futuro Stato, ma anche quelli della Giordania e di Israele".
In coordinamento con l’ex-primo ministro britannico Tony Blair, inviato speciale del Quartetto per il processo di pace in Medio Oriente (gruppo composto da Stati Uniti, Nazioni Unite, Russia e Unione Europea), il piano economico miliardario, a detta di Kerry, potrà ridurre la disoccupazione di due terzi, generare un aumento medio degli stipendi del 40% e di conseguenza far crescere globalmente l’economia palestinese del 50%.
Prospettive indubbiamente interessanti per una situazione in cui, al momento, si registrano un tasso di disoccupazione del 20% in Cisgiordania (percentuale che sale al 40% per quanto riguarda i giovani) e un livello di povertà pari al 25,8%.
L’iniziativa americana non è stata comunque l’unica voce di tipo economico emersa nel contesto del WEF.
"Breaking the Impasse "
A fare pressioni sul mondo della politica è scesa in campo una categoria che trarrà senza dubbio enormi vantaggi dagli investimenti promessi: gli imprenditori di entrambe le parti.
Domenica scorsa un gruppo di 300 businessmen (che controllano circa il 30% delle economie israeliana e palestinese messe insieme, ma tra i quali non mancano affaristi provenienti da Giordania ed Egitto) ha presentato un documento dal titolo eloquente: “Breaking the Impasse”, che lancia un appello ai rispettivi governi affinché “si raggiunga al più presto la fine del conflitto nell’ottica di una soluzione a due Stati”.
"L’iniziativa non intende sostituirsi alla politica, ma piuttosto far sentire la voce dell’imprenditoria a favore della pace", ha dichiarato ad Haaretz l’economista israeliano di origini tedesche Klaus Schwab, tra i promotori del documento.
Insieme a lui, tra i personaggi più influenti figurano Yossi Vardi, presidente dell’International Technologies Ventures nonché consigliere presso istituzioni internazionali come Banca Mondiale e Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, forse il più importante imprenditore nel campo dell’high-tech in Israele; Munib al-Masri, presidente del Palestine Development and Investment Company, il maggiore investitore di tutta la Cisgiordania; Elias Zananiri, ex-amministratore delegato del canale satellitare palestinese Tomorrow TV, attualmente consigliere politico dell’ANP; oltre a Yadin Kaufmann e Saed Nashef, co-proprietari della joint venture israelo-palestinese Sadara Ventures.
"Questo conflitto è durato fin troppo, ne abbiamo abbastanza. Il nostro gruppo comprende persone molto diverse tra loro – laici, religiosi, accademici, imprenditori – ma tutte determinate a dare il proprio contributo per la soluzione a due Stati", ha affermato Vardi, mentre al-Masri ha voluto precisare che questa iniziativa “non mira a creare relazioni economiche che ‘normalizzino’ l’occupazione”.
Secondo quanto riportato da Al-Monitor è da oltre un anno che imprenditori da ambo le parti discutono dell’idea, nata proprio dall’impulso di Vardi e al-Masri durante i lavori del WEF tenutosi a Istanbul lo scorso anno.
Ma oltre le dichiarazioni e il documento - che tra l’altro non è stato reso pubblico, ma consegnato direttamente a Peres e Abbas al WEF in Giordania - non è ancora chiaro come questo 'importante sforzo congiunto' possa trasformarsi in azioni politiche concrete.
E se a caldo i rappresentanti dei governi non hanno rilasciato commenti ufficiali, martedì è arrivato un altro segnale che lascia intendere come il mondo degli affari sembri intenzionato ad acquisire sempre maggiore spazio all’interno di un 'processo di pace' ormai in stallo permanente, da bypassare in nome della "pax economica".
La notizia arriva da Tel Aviv, e riguarda l’annunciata partecipazione da parte di imprese israeliane e palestinesi ad un incontro organizzato dal Peres Centre for Peace, l’associazione israeliana delle compagnie di high-tech, e dall’Unione israeliana delle Camere di commercio.
Questa volta però le reazioni non si sono fatte attendere e l’ANP, attraverso il consigliere politico del presidente Abbas, Sabri Saydam, ha fatto sapere che considera un simile incontro "semplicemente inaccettabile".
"Israele sfrutta questi eventi per dare alla comunità internazionale un’impressione fuorviante", ha dichiarato all’agenzia Ma’an, sollecitando le società interessate a riconsiderare la loro partecipazione e paventando la possibilità che il governo attui misure punitive nei loro confronti.
Parole che stonano con il clima apparentemente conciliante registrato soltanto due giorni prima sulle rive del Mar Morto, e che sembrano ridimensionare l’entusiasmo “economico” dell’annuncio di Kerry e di Breaking the Impasse.
Perché parlare di economia all’interno del contesto palestinese e israeliano non può prescindere dalla realtà dell’occupazione militare, che rappresenta inevitabilmente un ostacolo al regolare svolgimento di qualsiasi attività produttiva.
Oltre le parole, la realtà dell’Occupazione
Lo dimostrano, ad esempio, i circa 4mila operai del distretto di Hebron che tutte le mattine affrontano estenuanti attese al checkpoint di Tarqumiya per andare a lavorare in Israele – a causa della mancanza di lavoro in Cisgiordania –, come racconta un reportage pubblicato nelle stesse ore in cui arrivava l’annuncio dell’incontro al Peres Centre.
I più fortunati tra loro – solitamente chi arriva ai controlli alle prime luci dell’alba e decide di passare la notte ai checkpoint - riescono ad oltrepassare le barriere nel giro di poche ore; per la maggior parte, invece, un’ordinaria giornata di lavoro comincia in modo molto più angosciante.
Come nel caso di Hussein Amir, che inizia "l’umiliante viaggio per andare a lavoro tutti i giorni alle 2, quando lascio la mia abitazione ad Hebron per essere a Turqumiya intorno alle 3. E il terminal è già affollato dai miei colleghi".
Tempi che spesso si allungano a causa della presenza di un solo funzionario predisposto all’ispezione dei lavoratori, incaricato di controllare documenti di identità e permessi di lavoro rilasciati dalle autorità israeliane.
Scene simili si verificano quotidianamente anche presso un altro checkpoint, quello di Qalandia, sulla strada che collega Gerusalemme a Ramallah. Tutte le mattine durante i giorni lavorativi il traffico costringe i lavoratori ad aspettare ore prima di poter passare i controlli dell’esercito.
Proprio qui, per arginare il problema degli ingorghi, è stato recentemente annunciato un progetto dell’Agenzia Americana per lo Sviluppo Internazionale (USAID) che prevede la costruzione di un ponte e un tunnel.
Una soluzione che probabilmente apporterà miglioramenti dal punto di vista delle infrastrutture, ma che non risolverà il problema di fondo: i checkpoint, simbolo del controllo militare territoriale.
E non è che un esempio fra i tanti ostacoli che attanagliano l'economia palestinese.
Constatazione che non si può omettere se si osserva la realtà, perché ricorda come - fatta eccezione per la Striscia di Gaza, sottomessa al blocco navale, aereo e marittimo israeliano - l’ANP, che impiega la maggior parte dei lavoratori palestinesi, controlli e agisca pienamente soltanto sul 3% della Cisgiordania, l’area C secondo la suddivisione degli Accordi di Oslo. Il restante 87% è sottoposto all’amministrazione militare israeliana, e solo in parte (circa il 30%) a quella civile palestinese.
Tradotto in termini concreti, significa che per avviare un’attività economica, sia straniera che locale, o intervenire con un certo tipo di politica da parte del governo, è necessario rivolgersi all’autorità militare che, nella maggioranza dei casi, non concede il permesso "per ragioni di sicurezza", o lo fa con tempi che possono dilatarsi indeterminatamente.
Anche nel caso in cui un’attività entri in funzione, gli imprenditori dovranno comunque fare i conti con le dure restrizioni alla libera circolazione di persone, merci e servizi, ben rappresentati dagli esempi di Qalandia e Tarqumiya.
A legare ulteriormente a doppio filo l’economia palestinese all’occupazione israeliana c’è il Protocollo di Parigi, concordato nella cornice diplomatica di Oslo.
Secondo i termini di questo accordo, prima ancora della realizzazione della soluzione a due Stati avrebbe dovuto esserci una progressiva integrazione tra le due economie, israeliana e palestinese.
Nella pratica questa integrazione c’è già, dal momento che in entrambe vige la stessa moneta (lo shekel israeliano) e si applicano le stesse imposte, come quella sul valore aggiunto e sulle importazioni.
La conseguenza, però, è che il costo della vita tende ad equipararsi, a fronte di salari minimi molto diversi: 4700 shekels per quello israeliano contro i 1450 di quello palestinese (rispettivamente 966 e 307 € circa).
Meccanismi forzati sui quali l’ANP non può intervenire perché non avendo giurisdizione su confini internazionalmente riconosciuti, le imposte – che compongono il 66% delle sue entrate – vengono riscosse dalle autorità doganali israeliane e restituite in seguito su base mensile.
E non mancano i casi di ritardi nei pagamenti o dell’uso di questo strumento come forma di rappresaglia politica da parte di Israele, come avvenuto lo scorso novembre in seguito al riconoscimento della Palestina come Stato osservatore non membro alle Nazioni Unite.
Per tentare di comprendere questa realtà si potrebbe partire da costatazioni minori, come considerare i costi e i tempi ai quali un lavoratore palestinese della Cisgiordania deve far fronte per ottenere un regolare permesso di lavoro in Israele.
Una realtà contro la quale i successi paventati dagli investimenti internazionali e dall’entusiasmo di imprenditori desiderosi di cooperazione economica – e proficui affari - si scontrano inevitabilmente.
E che, in fondo, lo stesso Kerry non ha mancato di sottolineare domenica scorsa in seguito al suo annuncio miliardario, mettendo in guardia l’ANP e il governo israeliano, ricordando loro che il successo del progetto “deve essere accompagnato dai progressi nell’ambito del processo di pace”.
E dalla rimozione degli ostacoli che impediscono all'economia palestinese di svilupparsi, condizione che il sogno di una "pax" affaristica non può dimenticare.
(Foto U.S. Department of State [Public Domain] via Wikimedia Commons)
29 maggio 2013
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