Amira Hass : il più umano piccolo checkpoint: Tarqumiya
Haaretz.com
13.06.2013
http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/the-most-humane-little-checkpoint.premium-1.529469
Il più umano piccolo checkpoint
Il più umano piccolo checkpoint.
Funzionari della difesa affermano che il valico di Tarqumiya è sempre scorrevole e veloce, mentre i lavoratori palestinesi lo descrivono come un luogo di umiliazione.
di Amira Hass
“Il
passaggio, oggi, è stato magnifico”, ha confessato al chekpoint di
Tarqumiya uno dei lavoratori palestinesi a Tzion, impiegato del
Ministero della Difesa che è addetto al controllo del passaggio.Così è stato anche per gli altri lavoratori, all’attraversamento sembravano piacevolmente stupiti dalla velocità con cui, alle 5:30 di domenica, scorrevano lungo il tragitto attraverso il labirinto di gabbie di metallo e tornelli.
Le
perquisizioni sono filate realmente più lisce rispetto alle settimane
precedenti? I lavoratori, superando il labirinto di sbarre in modo più
rapido, sono rimasti veramente senza fiato?
Tzion
e il Ministero della Difesa vorrebbero far credere che il cambiamento
era solo nell’immaginazione dei palestinesi – l’attraversamento è sempre
scorrevole e veloce, essi sostengono
Secondo
il Ministero della Difesa occorrono circa sette minuti in media per
persona per passare dall’inizio del blocco stradale alla piazza dove il
palestinesi prendono i mezzi per andare al lavoro.
Eppure,
osservatori indipendenti calcolano che , in una giornata buona - come
quella di domenica scorsa, per esempio – esso è di almeno 28 minuti. E, a
partire dal 26 maggio, secondo i calcoli, il tempo è pari a 71 minuti
per persona.
L’incongruenza tra queste cifre condensa la disputa sulla vera natura del valico di confine.
“Questo
è il sistema di attraversamento più umano,” ha raccontato ad Haaretz un
funzionario dell’Autorità di Frontiera che domenica si trovava al
valico di Tarqumiya. Nel contempo, i lavoratori lo descrivono come un
luogo di sfinimento fisico ed emotivo, di umiliazione e di scherno.
I
palestinesi della West Bank che hanno i visti per entrare in Israele
sono obbligati ad attraversare a piedi uno degli 11 valichi gestiti
dall’Autorità di Frontiera del Ministero della Difesa. I controlli di
sicurezza vengono svolti da due società di sicurezza private: la Sheleg
Lavan, nel sud della West Bank, e la Modi’in Ezrahi, nel settore
centrale e settentrionale.
Il
Ministero della Difesa ha fatto sapere che attraverso questi valichi
passano ogni giorno più di 25.000 palestinesi. Tarqumiya è uno di quelli
più trafficati, anche se non il più attivo, con le circa 5.000 persone
che lo attraversano tra le 4 e le 7 di mattina. Gli operai agricoli
partono da casa per primi, seguiti dai lavoratori edili e poi dalle
donne e i commercianti.
Ci
sono 50 dipendenti della Sheleg Lavan, uomini e donne, che presidiano i
posti di controllo in questa frontiera meridionale. Guardie armate
dipendenti dal Ministero della Difesa gironzolano anch’esse attorno al
checkpoint, come fa il personale amministrativo.
Domenica
scorsa, il 2 di giugno, al valico sono arrivati degli attivisti di
Machsom Watch per parlare con i lavoratori. Quando sono giunti hanno
appreso che la situazione “era migliore di quella dei giorni
precedenti.” Il 6 di giugno due attivisti hanno presentato all’Autorità
di Frontiera un rapporto che elenca i reclami in modo dettagliato.
Mercoledì,
il portavoce del Ministero della Difesa ha riferito ad Haaretz che
“Contrariamente a quanto affermato, non siamo a conoscenza di lamentele
per spintonamenti e affollamenti.”
Eppure,
fotografie di queste settimane – che sono sfocate, in quanto sono state
scattate di nascosto – mostrano gente che affolla le varie aree
sbarrate all’interno del checkpoint. Alcuni sembra che stiano
arrampicandosi sulle sbarre, altri che vi siano appesi. Altri ancora
vengono mostrati in piedi su strette superfici rialzate all’interno
della struttura – forse per respirare, forse per scavalcare la fila al
momento dell’apertura dei tornelli.
Quando
siamo arrivati a Tarqumiya alle 3 di notte di domenica, un centinaio di
uomini era già in attesa all’esterno della struttura del checkpoint.
Alcune decine ancora erano ammassati in un’area d’attesa coperta – che è
circondata da lastre di metallo – dove se ne stavano sdraiati o seduti
su pezzi di cartone. Queste persone erano arrivate prima delle 2:00 per
poter essere le prime a entrare nell’area di ispezione.
Alle
3:40 si sono alzate e hanno preso il loro posto nella “manica”, una
gabbia a serpentina che indirizza la fila verso il tornello, la prima di
almeno cinque porte che ogni persona deve attraversare prima di uscire
dal posto di blocco.
Alle
3:50, qualcuno spinge un bottone e il tornello n°1 si apre. La fila
all’esterno avanza rapidamente. Poi improvvisamente si ferma.
In
attesa nell’area n°2, tra il tornello n°1 e quello n°2, si sono
raccolte poche decine di lavoratori. In questa zona di attesa, che è
ugualmente coperta e sbarrata, c’è una cabina di controllo. Attraverso
il vetro oscurato si possono intravedere schermi di computer, bottoni,
un operatore o due e un uomo con un lungo fucile mitragliatore.
Ci
sono telecamere incorporate nel soffitto. Uno degli operai dice che ci
sono installati anche dispositivi di ascolto, che trasmettono ogni
sussurro alla sala di controllo. Ci sono altoparlanti attraverso i quali
di volta in volta vengono date le istruzioni.
Il
primo gruppo è diviso e indirizzato a due tornelli che portano a un
terzo spazio, che a sua volta si divide in quattro corsie, ciascuna con
un cancello elettromagnetico e un dispositivo a raggi X per borse e
valige. Ogni due corsie c’è una sala di controllo e ogni stanza ha
cinque o sei ispettori.
Dopo
di che vengono i chioschi dove c’è il controllo delle carte di
identità, e quindi la stazione biometria dove vengono identificate le
impronte digitali dei lavoratori. Altre due porte li separano ancora
dalla piazza dove restano in attesa dei loro autobus.
A
quanto pare, il segreto sta nella quantità di tempo che intercorre tra
l’apertura di un tornello e l’altro, e nel tempo di attesa tra ciascuna
sala di controllo e quella successiva. Nei giorni negativi, raccontano
gli operai, gli ispettori sembrano “passarsi il tempo” nelle loro cabine
di controllo. Impiegano tempo nel controllo dei documenti, fanno
attendere i gruppi fino a che non sia uscita dalla sala di controllo
l’ultima persona del gruppo precedente. Scherzano tra loro. Quando il
caso è questo, attraversare il checkpoint può richiedere un’ora o più.
Ma questa domenica, in cui mi sono aggregata ai lavoratori, il tempo di attesa tra ogni sala di ispezione è stato breve.
Alcuni
palestinesi - sulla base di alcuni criteri sconosciuti – vengono
mandati per le scansioni corporee. Ci arrivano attraverso una sala
d’attesa che è sigillata ermeticamente da una porta di metallo pesante
che assomiglia a quella di un rifugio. Gli ispettori radunano un paio di
persone nella stanza sigillata e poi le prendono, una alla volta, per
sottoporle a scansione.
E’
stato detto a Machson Watch che, ogni volta, nella stanza sigillata,
non vi vengono riunite più di 12 persone, ma i lavoratori riferiscono
che lì dentro vengono usualmente ammassati gruppi tra le 20 e le 40
persone. Là aspettano di essere sottoposte a scansione; non viene data
loro alcuna informazione sulla probabilità di una loro esposizione alle
radiazioni e sugli eventuali pericoli per la loro salute.
Domenica
scorsa, un uomo di circa 50 anni era quasi in lacrime quando ha
raccontato ad Haaretz di come gli era stato chiesto di passare
attraverso lo scanner per ben quattro volte e di come gli venne detto di
togliersi i vestiti per la scansione definitiva. Finì così per
trascorrere un’ora nella stanza delle scansioni e quando finalmente uscì
dal posto di blocco, scoprì di aver perso il suo mezzo e non gli rimase
altra possibilità se non quella di fare dietro front e tornare a casa.
Anche
altri lavoratori hanno raccontato di essere stati scansiti più di una
volta – e di tutti quelli che in attesa nella stanza sigillata,
talvolta, sono senza fiato. Non sanno mai se l’impianto di scansione è
guasto o se gli ispettori in servizio non sanno semplicemente come farlo
funzionare correttamente.
Secondo
il Ministero della Difesa, “I sistemi di scansione del corpo, come
quelli presenti negli aeroporti, hanno lo scopo di ridurre al minimo la
necessità di ricerche fisiche. Le persone vengono trattenute nella zona
di scansione non più di sei minuti. Inutile dire che una scansione
supplementare è preferibile a una perquisizione corporea. Che comporta
anche un tempo maggiore.”
Il Ministero ha aggiunto che tutti gli scanner sono funzionanti e vengono controllati ogni giorno.
Dato
che non avevo ottenuto in anticipo l’autorizzazione per la mia visita
al checkpoint, non mi fu permesso vedere la stanza sigillata. Ma il 2
giugno, due attivisti di Machsom Watch che parlarono con uno degli
ispettori, gli chiesero della sala sigillata ermeticamente. Dicono che
gli ispettori la descrissero come la “stanza della morte”
Il
Ministero della Difesa ha negato energicamente che gli ispettori
abbiano fatto riferimento alla sala sigillata come alla “stanza della
morte”. Sia come sia, essere rinchiusi in quella sala sigillata e dover
aspettare, in piedi, per un periodo prolungato di tempo, è diventato
l’incubo di tutti.
Alle
3:30, quando non si poteva vedere più tutta la strada fino al termine
della fila, Daoud, un vecchio di 58 anni, operaio edile a Tel Aviv, che
ha lavorato in Israele per 35 anni, ha chiesto di poter dire una cosa:
“Quando si acquista della merce, la si desidera nuova e fresca. …..Voi
israeliani comprate la nostra forza lavoro, i palestinesi, e questa vi
giunge usata e stanca.”
(tradotto da mariano mingarelli)
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