Terra, terra mia: una questione che può essere risolta
di Ron Gerlitz – Sikkuy (Association for the Advancement of Civil Equality)
Un beduino Jahalin la cui casa è stata demolita (Foto: Anne Paq/Activestills.org)
Mentre
i cittadini ebrei israeliani festeggiavano la pasqua il mese scorso, i
cittadini arabi commemoravano il Giorno della Terra, ricordo della morte
di sei manifestanti palestinesi durante gli scontri del 1976 contro le
espropriazioni di terre in Galilea per la costruzione di nuove comunità
ebraiche. Oggi è diventato un giorno di protesta contro la
discriminazione e la disuguaglianza.
La
copertura degli eventi del Giorno della Terra nei media ebraici è stata
molto limitata e ha solo raccontato delle manifestazioni, ignorando il
significato e le richieste dei cittadini arabi. Ciò sembra dimostrare la
riluttanza della maggioranza ebraica di compiere uno sforzo genuino
nell’avere a che fare con le comunità palestinesi sulla questione della
terra.
Circa
40 anni dopo gli eventi del 1976, un’analisi delle politiche
governative verso i cittadini arabi rivela una situazione complessa.
Accanto alla discriminazione prolungata e sistematica che accompagna
ogni aspetto delle politiche statali, c’è anche una tendenza positiva
che include gli sforzi del governo di ridurre il gap tra i settori
ebraici e arabi in alcune aree. Tale sforzo si è tradotto in programmi
governativi che hanno portato ad un minimo miglioramento della
situazione socio-economica dei cittadini palestinesi. Risultati minimi,
ma che potrebbero avere un grande potenziale.
Ma
in un settore lo Stato dimostra il suo totale rifiuto ad apportare
cambiamenti, ovvero la questione della terra. È importante ricordare il
contesto: subito dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948 ci fu
una massiva espropriazione di terre appartenenti ai rifugiati interni,
che divennero cittadini senza proprietà. Più avanti, fino agli anni
Settanta, lo Stato ha espropriato moltissime terre per lo sviluppo delle
comunità ebraiche.
Dal
1948 i due gruppi di popolazione sono cresciuti con tassi simili ma il
governo ha costruito 700 nuove comunità per ebrei (comprese nuove città)
e nemmeno una comunità per i palestinesi (con l’eccezione di poche
cittadine per i beduini cacciati dalle loro terre in Negev). Anche oggi,
una nuova città chiamata Harish verrà costruita nel cuore di Wadi Ara,
comunità palestinese, e sarà destinata solo a ebrei.
La
terra è una risorsa tangibile, ma anche un potente strumento di
coscienza. La comunità ebraica è cresciuta con le parole del poeta
Alexander Penn: “Terra, terra mia, misericordiosa fino alla morte, un
vento impetuoso ribolliva le tue rovine, ti ho corteggiato nel sangue”.
Dall’altra parte in “Poem of the Land”, il poeta palestinese Mahmoud
Darwish scriveva: “Nel mese di marzo siamo proliferati nella terra e nel
mese di marzo la terra è entrata dentro di noi”.
Le
poesie e le loro narrative mostrano diversi punti di vista. Una ricerca
nell’opinione pubblica condotta da Sikkuy ha mostrato che quando si
parla di terra una piccola percentuale di cittadini arabi è disposto a
trovare un compromesso con il governo (solo l’11%), se comparato ad
altri settori dove c’è una maggiore predisposizione: definire il
carattere ebraico dello Stato (18%) e l’obbligo al servizio militare
(28%).
Ma
lo Stato ha rifiutato i tentativi dei cittadini palestinesi di
risolvere la discriminazione della terra. E così, proprio nella
questione più importante per i cittadini arabi, per i quali la terra è
una ferita aperta, il governo si arrocca e non è disposto al
compromesso.
Un
errore amaro. Uguaglianza e buone relazioni tra palestinesi e ebrei
potrebbero migliorare significativamente prendendo certe misure come
l’espansione della giurisdizione e dei confini dei comuni arabi, il
mantenimento delle promesse del governo e l’implementazione della
sentenza della Corte Suprema che permette ai residenti di Iqrit e Biram
di tornare ai loro villaggi, la promozione di piani di costruzione di
una nuova città palestinese in Galilea, la creazione di nuove comunità
arabe, e il diritto al ritorno dei rifugiati interni.
Non
ignoro il fatto che Israele è un Paese piccolo dove è preferibile
promuovere la protezione di spazi aperti, la costruzione di palazzi
verso l’alto e non di nuove comunità. Ma non possiamo usare gli spazi
aperti per una nazionalità e ricordarci dell’ambiente solo quando si
tratta dell’altra nazionalità.
Non
sono naive. Il conflitto israelo-palestinese è un conflitto per la
terra e ogni azione che concerne la terra tocca nervi scoperti. La
maggioranza ebraica ha paura che un cambiamento possa aprire al
“controllo” arabo della terra e minare gli interessi ebraici.
Ma
la realtà è l’opposto. L’attuale situazione non è solo ingiusta, ma
lascia un barile di polvere da sparo tra palestinesi e ebrei nel cuore
dello spazio che condividiamo. Il cittadino arabo che guarda con il
cuore spezzato alla terra che gli è stata confiscata, è un cittadino
ferito. Il conflitto nazionale sulla terra dovrebbe essere risolto
rendendo la terra una risorsa di tutti. Passi importanti per la
costruzione di nuova fiducia potrebbero cambiare la situazione, anche se
ancora lontani dai desideri delle comunità palestinesi, e aprire ad una
riconciliazione storica nel Paese. Proprio questa sensibile questione
offre un’opportunità a tutti noi.
Questo
è il periodo in cui si celebrano la pasqua ebraica, la Giornata della
Terra e la Nakba. In questi giorni entrambe le comunità sono preoccupate
per le questioni riguardanti la patria. È venuto il tempo di vedere
questo Paese non solo come un campo di battaglia di una lotta nazionale,
ma come una terra condivisa che, con concessioni dolorose e tremendi
sforzi di costruire la fiducia da entrambe le parti, possiamo
trasformare in un luogo dove i nostri figli vorranno vivere. Non c’è
altro modo e non abbiamo un altro Paese.
(tradotto a cura Palestina Rossa)
Commenti
Posta un commento