Palestina. Sotto occupazione, dove “qualsiasi politica economica fallirebbe”
di Cecilia Dalla Negra e Stefano Nanni
Ali Dreidi non ama molto parlare di sé.
Di lui sappiamo soltanto che è giovane, che si è laureato all'estero e che ha fatto la scelta di tornare a casa per mettersi al servizio del proprio paese.
Non attraverso un partito, un movimento giovanile o un’associazione per i diritti umani, ma andando a sedere in un posto da economista al ministero delle Finanze dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp).
Perché la resistenza può passare anche attraverso lo schermo di un computer, tra fogli di lavoro Excel e contabilità fiscali, lavorando all’interno di quelle istituzioni predisposte al servizio della popolazione ma spesso incapaci di ascoltare, capire e soddisfare i suoi reali bisogni.
E dunque sottoposte alle critiche, soprattutto da parte di quei giovani che come lui sono nati e cresciuti senza uno Stato.
Eppure, Ali crede fermamente nella scelta che ha fatto, convinto che “sia molto più efficace partecipare alla vita delle istituzioni per cambiarle dal loro interno.”
L’abbiamo incontrato a Roma a margine di diversi incontri sulla Palestina avuti luogo nei giorni scorsi. Vari gli argomenti di cui parliamo, dalle dimissioni del primo ministro Salam Fayyad alle priorità del nuovo governo, passando per la dipendenza dell’economia palestinese da quella israeliana e dai fondi internazionali, e per le possibilità di un rilancio del processo di dialogo.
Soltanto due settimane fa è arrivata la notizia delle dimissioni di Salam Fayyad, giunte dopo mesi di contrasti con altri membri del gabinetto, nonché lo stesso presidente dell’Anp Mahmoud Abbas. Alcuni analisti hanno parlato addirittura “dell’inizio della fine dell’Anp”. Quali sono le prospettive per il futuro secondo lei?
Smentisco subito l’affermazione sulla fine dall’Anp.
Il nostro governo non dipende da una sola persona, quindi se Salam Fayyad decide di lasciare questo non implica la fine di un’istituzione. L’Anp esiste e funziona, ed esisterà ancora in quanto interlocutore per la comunità internazionale e soprattutto per fornire alcuni servizi essenziali alla popolazione palestinese.
Riguardo le sue dimissioni posso dire che il sentire comune è che possano rappresentare un’opportunità per una riconciliazione tra Fatah e Hamas. Dopo tanto tempo si apre la possibilità che la Cisgiordania e la Striscia di Gaza possano avere uno stesso governo.
Ciò significa che, al contrario di quel che alcuni pensano, l’Anp potrebbe uscirne rafforzata. Questa istituzione è nata come l’espressione di interessi comuni tra tutte le declinazioni della società palestinese dopo gli Accordi di Oslo, quindi né la comunità internazionale né gli stessi palestinesi permetteranno che si dissolva.
Le politiche di Fayyad erano prevalentemente incentrate sulla costruzione di infrastrutture statali e sviluppo dell’economia interna, cosa che lo ha reso agli occhi della comunità internazionale un “campione” in materia di state-building. Le sue dimissioni secondo lei indicano un fallimento di queste politiche?
Non direi. L’ex-primo ministro è stato più volte lodato per aver rafforzato le istituzioni e aver incrementato la trasparenza all’interno dell’Autorità. Lo hanno riconosciuto i rapporti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale dello scorso anno, affermando che gli sforzi di state-buildinge e le riforme portate avanti permettevano ai palestinesi di avere tutte le carte in regola per avere e amministrare uno Stato effettivo.
Riguardo l’economia interna e le infrastrutture, che vanno ricondotte alle politiche di spesa per lo sviluppo, si ponevano il fine, appunto, dello sviluppo del paese, ad esempio migliorando l’utilizzo delle risorse e soprattutto creando posti di lavoro. In circostanze normali avrebbero funzionato bene, portando risultati positivi, ma come tutti sappiamo la Palestina non vive affatto in condizioni normali.
La ragione principale del fallimento dell’uso degli strumenti economici su cui il governo ha lavorato è l’occupazione israeliana. L’Anp controlla soltanto l’Area A, ovvero il 3% del territorio della Cisgiordania. Questo significa che nelle Aree B e C (secondo la suddivisione degli Accordi di Oslo, ndr) non si possono applicare le stesse politiche: qui le autorità israeliane impediscono qualsiasi attività economica, dall’agricoltura e lo sfruttamento delle risorse sotterranee al turismo e agli investimenti stranieri. Figuriamoci se è possibile costruire strade o infrastrutture di ogni tipo.
Senza libertà di movimento, sia delle persone che delle merci e sia in entrata che in uscita, qualsiasi impresa, palestinese o straniera, non ha alcun incentivo a investire perché non ne trarrebbe alcun vantaggio.
Tutto questo per sottolineare che le politiche di Fayyad andrebbero valutate in circostanze normali, cosa che non si verifica da noi a causa dell’occupazione e delle tante restrizioni a cui siamo sottoposti. In queste condizioni sarebbe difficile agire per qualsiasi tipo di governo, perché abbiamo di fronte una potenza molto forte che annulla ogni sforzo e che ha la capacità di farci rimanere in costante inferiorità economica.
Secondo lei il prossimo governo dovrà comunque continuare sulla strada di Fayyad? E, in alternativa, quali sono i settori e le tematiche alle quali si dovrà dare priorità?
Non ho la formula magica per elaborare un tipo di politica capace di risolvere tutti i problemi economici che abbiamo.
Ma posso assicurare che gli obiettivi principali del prossimo governo rimarranno gli stessi: resistere all’occupazione, continuare ad offrire dei servizi di buona qualità per tutta la popolazione, procedere con le riforme e il processo di institution building, e anche sviluppare il settore privato per raggiungere il fine di una crescita economica sostenibile.
Credo che Fayyad abbia svolto un lavoro eccellente, ma purtroppo non è stato sufficiente e non lo sarà finché vivremo sotto occupazione. Ciò di cui ci sarà più bisogno è una maggiore pressione, da parte di tutti, soprattutto a livello internazionale, su Israele, perché abolisca tutte le restrizioni imposte all'economia palestinese, impedendole di sfruttare tutto il suo potenziale.
Lei ha detto che adesso ci sarebbero più possibilità per una riconciliazione tra Fatah e Hamas. Cosa ci dice della volontà popolare di tornare alle urne, espressa dalle operazioni di registrazione agli elenchi elettorali condotte dalla Commissione elettorale centrale?
Nel corso dell'incontro di Doha, lo scorso anno, fu raggiunto un accordo per la registrazione degli elettori e per fissare una data per le elezioni.
Purtroppo poi sono state rinviate per diverse ragioni, tra cui l’indisponibilità dimostrata dai partiti, in particolare da Hamas, che in pratica non ha rispettato i termini dell’accordo. Fino allo scorso dicembre, quando è stato concesso alla Commissione elettorale centrale di entrare a Gaza e raccogliere le registrazioni.
Tuttavia anche in questo caso abbiamo osservato le conseguenze dell’occupazione israeliana, che ha impedito ai membri della Commissione di lasciare la Striscia con tutti i documenti. Questo ha comportato ritardi molto importanti perché i funzionari, per ovviare all’ordine imposto dall’esercito israeliano, hanno dovuto scansionare tutti i fogli di registrazione per inviarli in formato elettronico in Cisgiordania.
Adesso il presidente Abbas è a lavoro per consultare tutti partiti palestinesi e concordare una data per le elezioni legislative e presidenziali. Non ci aspettiamo miracoli, perché il passato ci dice che sono state rinviate tante volte.
Mentre riguardo la riconciliazione tutto dipende da Fatah e Hamas e dalla loro serietà e volontà di raggiungere un accordo e fare il bene del paese. E spero davvero, così come tutti i palestinesi, che questa sia la volta buona.
A partire dalla scorsa estate le strade palestinesi sono state investite da proteste di massa che hanno messo a nudo tutte le difficoltà dell’economia interna, completamente dipendente, suo malgrado, da quella israeliana. In particolare le proteste hanno puntato il dito contro il Protocollo di Parigi. Quali sono le possibilità di ridurre questa dipendenza, non solo da Israele, ma anche dai finanziamenti internazionali?
In realtà l’economia palestinese sta diventando ogni anno sempre più indipendente.
Faccio alcuni esempi: nel 2008 le entrate dell’Anp coprivano soltanto il 57% delle sue spese. Ma nel 2012 la percentuale è salita al 67%, e per il 2013 ci aspettiamo che salga ancora di tre punti. Ci sono dei segnali di miglioramento, ma si tratta di un processo che ha bisogno di tempo e soprattutto necessita della cooperazione israeliana.
La necessità di finanziamenti internazionali è ancora importante, ma sta diminuendo poco alla volta. Quando saremo pronti per avere una crescita economica sostenuta, cioè quando avremo uno Stato, non ci sarà più bisogno di fondi esterni.
Per quanto riguarda il Protocollo di Parigi (allegato economico degli Accordi di Oslo, ndr) il discorso è più complesso, perché secondo i termini di questo accordo dovrebbe esserci una progressiva integrazione tra le due economie, israeliana e palestinese.
Ma questa ha poco senso se ad esempio prendiamo in considerazione i salari minimi da ambo le parti, con quello israeliano che ammonta a 4700 shekels e quello palestinese a 1450 (rispettivamente 966 e 307 € circa, ndr) .Tuttavia vorrei sottolineare che l’idea di fondo, cioè la cooperazione economica, è valida, perché l’economia israeliana è vasta e potrebbe essere un buon mercato per i prodotti palestinesi e gli israeliani potrebbero accogliere la manodopera qualificata palestinese.
Ma, di nuovo, sono le condizioni basilari a mancare. Una cooperazione di mutuo vantaggio è possibile soltanto in condizioni di pace, mentre noi continuiamo a ricevere da Israele soltanto aggressioni e violazioni dei nostri diritti e libertà fondamentali.
La dipendenza dall’economia dell’occupante è emersa con forza in seguito al riconoscimento della Palestina come Stato osservatore non membro presso l’Assemblea Generale dell’Onu, quando Israele decise di trattenere i fondi destinati all’Anp come forma di ritorsione. Questo ha implicato, tra le altre cose, l’impossibilità di pagare gli stipendi degli impiegati pubblici. In che modo l’Anp potrà tentare di superare queste difficoltà se Israele attuerà misure simili in futuro?
Intanto vorrei precisare che tutti i salari arretrati sono stati pagati grazie all’assistenza dei nostri alleati e amici internazionali, a cui siamo davvero grati.
Il modo in cui si è comportato Israele è stato molto scorretto, perché ha trattenuto le entrate mensili derivanti dall’Iva e dalle tasse sulle importazioni palestinesi, che equivalgono al 66% del totale delle entrate dell’Anp. Peggio ancora, quei soldi sono stati utilizzati da Israele, con un atto unilaterale di 'pirateria', per pagare i debiti della Israeli Electricity Company.
Ma permettetemi di dire che qui non si tratta di “dipendenza”, bensì di un meccanismo di forza imposto dall’occupazione e dal Protocollo di Parigi.
L’Iva e le tasse sulle importazioni vengono riscosse dalle autorità doganali israeliane dato che la Palestina non ha confini internazionalmente riconosciuti, e di conseguenza non controlla ciò che entra ed esce dai confini dell’occupazione. Una volta riscosse, le tasse vengono trasferite all’Anp su base mensile, ma come abbiamo constatato più volte, Israele può ritardare i pagamenti o agire unilateralmente trattenendoli.
Quindi in realtà il problema non è la dipendenza: non abbiamo scelta. Non saremo autonomi finché non saremo responsabili dei nostri confini. Ancora una volta la questione centrale è l’occupazione e la ferma intenzione di Israele di farci vivere in una “prigione aperta”.
Sempre in occasione del voto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite la maggior parte dei palestinesi, così come diversi osservatori internazionali, si aspettavano una richiesta formale di adesione alla Corte Penale Internazionale (CPI). Perché non è ancora stata fatta?
Bisogna ricordare innanzitutto che l’Anp ha subìto fortissime pressioni dopo il cambiamento di status in seno alle Nazioni Unite.
Gli americani e gli europei in particolare hanno chiesto ai palestinesi di non intraprendere ulteriori iniziative e di dare un’altra chance al processo di pace secondo un arco temporale ben preciso. Questo significa che se noi volessimo fare una richiesta di adesione alla CPI, in questo momento americani ed europei ci ostacolerebbero fermamente.
John Kerry (il nuovo Segretario di Stato americano, ndr) ha compiuto più viaggi in Medio Oriente per provare a rilanciare i negoziati di pace, e spero anche io che ci siano delle novità concrete.
Ma se questi tentativi falliranno come le altre volte allora l’Anp potrà dire al mondo: “Americani ed europei, vi abbiamo dato ascolto anche questa volta ma avete fallito. Quindi ora non abbiamo altra scelta se non quella di rivolgerci alla Corte Penale”.
Credo che questa sia la strada da percorrere, perché agendo in questo modo e se le cose andranno male nessuno potrà attribuirci colpe che non abbiamo. Se faremo ricorso alla CPI sarà stato perché non avevamo altra scelta.
Proprio John Kerry ha affermato recentemente che la soluzione a due Stati, ovvero il processo di pace avviato a Oslo, potrà essere praticabile ancora per un anno e mezzo circa. Cosa ne pensa?
Penso che la soluzione a due Stati sia morta già da tempo.
L’accordo di pace prevedeva che i palestinesi potessero godere di diritti, libertà e giustizia nella loro madrepatria all’interno dei confini del 1967, e che si sarebbe dovuto discutere in futuro di Gerusalemme e del diritto al ritorno dei rifugiati del 1948.
Ma negli ultimi anni non abbiamo visto altro che terre confiscate e una forte espansione degli insediamenti illegali, quindi non vedo come si possa parlare ancora di Oslo se praticamente non abbiamo più terra sulla quale costruire.
Come si può considerare praticabile oggi la soluzione a due Stati se paghiamo le conseguenze dell’occupazione ogni giorno? Come può essere ancora praticabile se possiamo essere arrestati in qualsiasi momento, senza motivo e senza la possibilità di difenderci? Come è possibile se i coloni possono attaccare i palestinesi rimanendo impuniti e soprattutto con la complicità dell’esercito israeliano?
Dov’è la fattibilità della soluzione a due Stati? Dov’è la fattibilità della pace?
Stiamo parlando di una soluzione che prevede che i due Stati vivano in pace fianco a fianco in totale autonomia e sovranità su popolazione, leggi e territorio. Ma tutto ciò non esisteva ieri e non esiste oggi. Perché ci sia la pace occorre che essa nasca nei cuori e nelle menti della gente.
Lei rappresenta la nuova generazione giovanile palestinese, e ha deciso di far parte del contesto istituzionale, più volte al centro delle proteste da parte degli stessi giovani. Che significato ha questa scelta?
Io credo fermamente che sia molto importante per la generazione più giovane entrare a far parte delle istituzioni che critica. Non si possono cambiare le cose soltanto urlando da fuori. Penso che sia molto più forte ed efficace partecipare alla vita delle istituzioni per cambiarle dal loro interno.
Rappresentiamo il futuro di questo paese ed è attraverso le istituzioni che svilupperemmo quelle capacità necessarie per creare il cambiamento che vogliamo.
29 aprile 2013
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