JCall in Israele : diario di un viaggio
Israele – Il valore della convivenza
Israele – Il valore della convivenza
Il Centro arabo-ebraico di Givat Haviva, fondato nel 1949 dall’Hashomer Hatzair, porta avanti ricerche e programmi sociali volti alla promozione della cooperazione fra le varie etnie presenti nella zona. “Certo sono importanti valori come il dialogo e il rispetto, ma il lavoro condiviso è una base indispensabile per la costruzione di una convivenza pacifica”, spiega il direttore del Centro Ryad Kabbah. Durante una lunga conversazione sulla situazione dei palestinesi israeliani Kabbah accenna a un tema ben noto ai suoi interlocutori ebrei europei: quello della doppia identità, o, in certi casi, doppia fedeltà. “Il nostro popolo vive un conflitto con il nostro Stato”. “Nessuno degli arabi israeliani che abbiamo incontrato – nota David Chemla, il leader di JCall – nutre dubbi sul fatto che vuole continuare a vivere in Israele come suo cittadino, anche uno volta che esisterà uno Stato palestinese indipendente. E tuttavia la conflittualità che abbiamo toccato con mano in questi luoghi indica chiaramente che la necessità di confini definiti non è più rimandabile”. È poi nel corso della serata, in un villaggio vicino alla città di Nazareth, che alcuni membri del gruppo italiano, invitati al desco di una famiglia locale, hanno occasione di fare conoscenza diretta di quella realtà.
Il giorno seguente la comitiva di JCall si sposta verso sud per addentrarsi nei Territori sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese. I due autobus non hanno vita facile alle frontiere, ma nonostante alcuni ritardi e contrattempi riescono a raggiungere la città di Ramallah, dove hanno luogo incontri con rappresentanti politici palestinesi e la visita del centro culturale intitolato al poeta Mahmoud Darwish, e nel pomeriggio Betlemme e i campi di rifugiati circostanti.
Manuel Disegni
Israele – Il valore della convivenza
2 Al via il viaggio di JCall
Al via questa mattina il viaggio di JCall in
Israele e Cisgiordania. La rete ebraica europea “per Israele, per la
pace” ha raccolto cento rappresentanti delle comunità ebraiche di
Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Svizzera per un itinerario
di formazione politica della durata di una settimana.
Gli obiettivi del viaggio, come spiega David Chemla, coordinatore della sezione francese di JCall, sono: “studiare sul territorio i differenti aspetti del conflitto attraverso visite e incontri con responsabili politici e altri attori impegnati nel processo di pace, sia della società israeliana che di quella palestinese; rafforzare i legami fra le diverse realtà nazionali di JCall e far conoscere al pubblico israeliano le sue attività e motivazioni”. Per la prima volta una delegazione di ebrei europei si recherà in vista ufficiale nei territori palestinesi e incontrerà le più alte cariche dell’autorità nazionale. L’iniziativa, d’altronde, è anche pensata come un percorso di formazione politica, nell’ambito del quale verranno affrontati temi quali le questioni della sicurezza (in particolare per quel che riguarda il sud d’Israele e le zone confinanti con Gaza), la condizione degli arabi israeliani, la situazione dell’Autorità Nazionale Palestinese e dei territori sotto il suo controllo, gli insediamenti ebraici nella West Bank, le questioni politiche riguardanti la città di Gerusalemme.
Il viaggio sarà documentato in tempo reale dai suoi partecipanti sul sito
e sulla pagina facebook , e infine mediante la realizzazione di un film. Il gruppo muove questa mattina da Tel Aviv in direzione Sderot, la città israeliana più vicina alla Striscia di Gaza, spesso oggetto di attacchi missilistici, dov’è previsto un incontro con il sindaco David Bouskila.
(28 aprile 2013)Israele – Al via il viaggio di JCall
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Prosegue
il viaggio di JCall. Al centro della giornata di ieri la questione
della sicurezza, ovvero la prima condizione che Israele deve porre alla
base di ogni possibile trattativa con i palestinesi. Per studiare un
simile tema la meta prescelta è Sderot, piccola città di 24 mila anime
situata a meno di un chilometro dalla Striscia di Gaza, tristemente
famosa per essere il bersaglio privilegiato degli attacchi aerei di
Hamas. “Oltre 8000 razzi sono caduti sul territorio della città da
quando Hamas è al potere”, riferisce il sindaco David Bouskila.
Nel sud d’Israele, sotto un sole cocente e i 40 gradi portati dal Khamsin, il vento del deserto, la comitiva di JCall scopre una regione provata, stressata, letteralmente traumatizzata dalla decennale incomoda vicinanza, e tuttavia non rassegnata a un destino di guerra perenne.
A Sderot, città povera abitata principalmente da immigrati etiopi e dell’Europa orientale, ogni tre case vi è un bunker antimissile. I bambini giocano nel Blue Box, un grande centro ricreativo indoor costruito per “garantire ai nostri bambini la massima sicurezza”, spiega Bouksila. “Il nostro è credo l’unico comune al mondo che abbia alle sue dipendenze una nutrita squadra di psicologi e psichiatri – racconta ancora il sindaco – il numero dei nostri concittadini che si portano dietro gli effetti di forti esperienze traumatiche è infatti altissimo, quasi pari a un terzo della popolazione”.
Le strutture che si occupano di queste problematiche a Sderot sono infatti d’avanguardia. Come spiega Barak Bitnoun, direttore del Keshet Center e educatore esperto nel trattamento del disagio giovanile, “qui abbiamo particolarmente sviluppato il lavoro sulla resilienza”, ovvero la capacità psicologica di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, cioè di riorganizzare la propria vita quando essa sembra aver perduto ogni forma di stabilità.
La
centrale di polizia cittadina espone nel sue cortile numerosi resti di
razzi provenienti dalla vicina Gaza caduti su Sderot. Per lo più si
tratta di razzi Qassam di produzione artigianale, la cui gittata,
nonostante la ridotta potenza esplosiva, non permette mai a chi si
occupa della sicurezza di dormire sonni tranquilli. L’ufficiale di
polizia addetto alla sicurezza Kobi Harouch incontra i partecipanti al
viaggio di JCall, racconta loro del suo delicato lavoro e li accompagna
intorno alla città per far capire loro la conformazione del territorio.
Dalla cima della collinetta sovrastante Sderot si vedono a occhio nudo i
palazzoni di Gaza City. “È da lì che parte la maggior parte dei razzi –
dice Harouch – noi siamo perfettamente in grado di localizzare
esattamente il luogo da cui l’attacco e lanciato, e tuttavia spesso non
possiamo intervenire perché si tratta di edifici civili e una nostra
reazione metterebbe a repentaglio la vita di cittadini palestinesi
innocenti”. Anche per questo è stata sviluppata l’innovativa tecnica
Iron Dome, oggetto delle cronache dei giornali di tutto il mondo.
Harouch accompagna il gruppo a vedere questo avanguardistico
dispositivo: “Un solo missile di Iron Dome, che spesso viene usato per
neutralizzare razzi artigianali fabbricati a Gaza, vale circa 92 mila
dollari”. Una sproporzione che molti trovano significativa.
Le dure condizioni di vita di questo territorio non impediscono infatti
che si costituiscano e sviluppino iniziative della società civile a
favore del pur difficile dialogo con l’altra parte, contro soluzioni
repressive. A parlarne è Nomika Zion, nota collaboratrice da Sderot del
Huffington Post con il suo War Diary e fondatrice di Kol Aher (un’altra
voce), un gruppo di israeliani che vive nel sud del paese, si oppone
alla “deumanizzazione dell’Altro nel conflitto” e promuove – consapevole
delle difficoltà che ciò comporta – l’avvio di un dialogo con Hamas.
L’incontro con lei avviene appena fuori da Sderot, a Saad, un kibbutz
religioso a ridosso situato anch’esso a ridosso del confine con Gaza.
Insieme a Dani Lazar, direttore del kibbutz, Zion racconta il suo
impegno e le attività di Kol Aher. “Sappiamo di rappresentare una
posizione minoritaria all’interno della società israeliana e siamo
pronti a pagarne il prezzo sociale e politico”. Anche Lazar, che da 45
anni vive a Saad, ritiene questo un atto di coraggio necessario,
imprescindibile per le speranze stesse di sopravvivenza dello Stato
d’Isrele. “Molti pensano che i religiosi siano solo conservatori e
intolleranti, mentre molti religiosi mi ritengono una specie di
idealista sinistroide. Io credo invece di essere sempre stato coerente
con me stesso e con i miei valori lavorando per una società pacifica e
tollerante”.
La sensazione di questi pacifisti di frontiera e di avere una responsabilità in più proprio per la loro vicinanza geografica a Gaza. Proprio questo territorio ferito – immaginano – deve divenire un ponte fra due popoli.
Manuel Disegni
(29 aprile 2013)
Gli obiettivi del viaggio, come spiega David Chemla, coordinatore della sezione francese di JCall, sono: “studiare sul territorio i differenti aspetti del conflitto attraverso visite e incontri con responsabili politici e altri attori impegnati nel processo di pace, sia della società israeliana che di quella palestinese; rafforzare i legami fra le diverse realtà nazionali di JCall e far conoscere al pubblico israeliano le sue attività e motivazioni”. Per la prima volta una delegazione di ebrei europei si recherà in vista ufficiale nei territori palestinesi e incontrerà le più alte cariche dell’autorità nazionale. L’iniziativa, d’altronde, è anche pensata come un percorso di formazione politica, nell’ambito del quale verranno affrontati temi quali le questioni della sicurezza (in particolare per quel che riguarda il sud d’Israele e le zone confinanti con Gaza), la condizione degli arabi israeliani, la situazione dell’Autorità Nazionale Palestinese e dei territori sotto il suo controllo, gli insediamenti ebraici nella West Bank, le questioni politiche riguardanti la città di Gerusalemme.
Il viaggio sarà documentato in tempo reale dai suoi partecipanti sul sito
e sulla pagina facebook , e infine mediante la realizzazione di un film. Il gruppo muove questa mattina da Tel Aviv in direzione Sderot, la città israeliana più vicina alla Striscia di Gaza, spesso oggetto di attacchi missilistici, dov’è previsto un incontro con il sindaco David Bouskila.
(28 aprile 2013)Israele – Al via il viaggio di JCall
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Israele – Sderot e il sogno di pace sulla frontiera
Nel sud d’Israele, sotto un sole cocente e i 40 gradi portati dal Khamsin, il vento del deserto, la comitiva di JCall scopre una regione provata, stressata, letteralmente traumatizzata dalla decennale incomoda vicinanza, e tuttavia non rassegnata a un destino di guerra perenne.
A Sderot, città povera abitata principalmente da immigrati etiopi e dell’Europa orientale, ogni tre case vi è un bunker antimissile. I bambini giocano nel Blue Box, un grande centro ricreativo indoor costruito per “garantire ai nostri bambini la massima sicurezza”, spiega Bouksila. “Il nostro è credo l’unico comune al mondo che abbia alle sue dipendenze una nutrita squadra di psicologi e psichiatri – racconta ancora il sindaco – il numero dei nostri concittadini che si portano dietro gli effetti di forti esperienze traumatiche è infatti altissimo, quasi pari a un terzo della popolazione”.
Le strutture che si occupano di queste problematiche a Sderot sono infatti d’avanguardia. Come spiega Barak Bitnoun, direttore del Keshet Center e educatore esperto nel trattamento del disagio giovanile, “qui abbiamo particolarmente sviluppato il lavoro sulla resilienza”, ovvero la capacità psicologica di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, cioè di riorganizzare la propria vita quando essa sembra aver perduto ogni forma di stabilità.
La sensazione di questi pacifisti di frontiera e di avere una responsabilità in più proprio per la loro vicinanza geografica a Gaza. Proprio questo territorio ferito – immaginano – deve divenire un ponte fra due popoli.
Manuel Disegni
(29 aprile 2013)
Israele – Sderot e il sogno di pace sulla frontiera
Israele – A confronto con i leader politici
La comitiva guidata da David Chemla, giunta nella mattinata di ieri al Parlamento di Gerusalemme, ha incontrato alcuni deputati dei maggiori partiti israeliani (ad esclusione, dovuta a un contrattempo, di quello laburista) e portato loro il suo messaggio. Il disaccordo maggiore è emerso, come forse si poteva prevedere, nell’incontro con il rappresentante del Likud Reuven Rivlin. La buona e rispettosa disposizione di entrambe le parti non ha consentito di superare il radicale disaccordo intorno ad alcune importanti questioni.
Nel corso degli altri incontri (David Tzur per Hatnua, Ronen Hofmann per Yesh Atid e Nitzan Horowitz per Meretz) JCall ha potuto invece registrare una sintonia decisamente maggiore. In particolare Horowitz (nella foto), parlamentare del partito socialdemocratico ed ecologista Meretz, raccoglie fra la gente di JCall il consenso più convinto. Scoppia infatti un caloroso e spontaneo applauso di sostegno quando il deputato annuncia in anteprima la sua prossima candidatura al municipio di Tel Aviv.
(2 maggio 2013)
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