Le
strade sterrate che portano alla comunità palestinese di Al Hadidiya
possono riconoscersi per le tracce di pneumatici d’auto e di trattori
nel fango dell’inverno
di Layan Masri e Loor Awwad
Al
Hadidiya si trova nella parte settentrionale della Valle del Giordano,
un piccolo paese con una popolazione di meno di 200 persone. La maggior
parte è data da bambini, donne e
anziani, dato che gran parte dei più
giovani si è trasferita in cerca di lavoro o per proseguire gli studi
superiori. I palestinesi che vi risiedono vivono in tende circondate da
montagne aride e campi pietrosi.
La
maggior parte dell’anno, le colline che costellano il territorio sono
giallastre, aride e polverose. Come tutti gli altri villaggi palestinesi
della Valle del Giordano, Al Hadidiya lotta per rifornirsi di acqua.
Invece di rubinetti e lavandini, sparse in mezzo alle tende e agli
ovili, sono onnipresenti gialle autobotti arrugginite. Pochi ettari di
campi circondano l’area, allungandosi ovunque il terreno è
sufficientemente pianeggiante – tuttavia la terra resta arida e i campi
brulli la maggior parte dell’anno. Con il costo dell’acqua di cisterna,
quattro o cinque volte più cara di quella del rubinetto, i residenti di
Al Hadidiya ne hanno una quantità appena sufficiente per mantenere se
stessi, quindi non c’è alcun problema riguardante il suo uso per
l’agricoltura. Solo in inverno, durante la stagione delle piogge,
vengono seminate le colture e fatto il raccolto – non un raccolto in
contanti, ma piuttosto di grano e di orzo da usare come foraggio per le
pecore e le capre.
In
piedi nei campi vuoti, Abu Saqr, uno degli anziani di Al Hadidiya,
punta il dito verso una zona verde a poche centinaia di metri di
distanza, dicendo: “Ecco una delle colonie”. Sulla collina adiacente, il
paesaggio monocromatico lascia il posto a un’oasi di colori: una
piccola isola di vegetazione lussureggiante, di rossi tetti e di bianche pareti.
“La
loro comunità è piena di alberi; ricevono tutta l’acqua di cui
abbisognano,” spiega Abu Saqr. Questo piccolo paradiso, però, è chiuso
da recinzioni elettriche, da filo spinato, telecamere di sicurezza e
ispezioni, ed è accessibile solo ai coloni ebrei. Segnali stradali sono
orientati verso la piccola colonia, Ro’i; Al Hadadiya non è indicata su
alcun cartello.
Fondato
dapprima, nel 1976, come avamposto militare, l’insediamento è stato
convertito ad uso civile due anni più tardi. Oggi, i 153 coloni ebrei
che vivono lì lavorano nelle serre, nei campi tenuti con cura, ove si
coltivano piante aromatiche, uva e fiori destinati al mercato delle
esportazioni, e praticano la piscicoltura. Un pozzo israeliano, protetto
da recinzioni, rifornisce la colonia di grandi quantità di acqua
pompata da una sorgente naturale. Dati di pubblico dominio mostrano che,
in media, ogni colono di Ro’i consuma 431 litri di acqua al giorno –
esclusa quella utilizzata per l’agricoltura e per l’allevamento dei
pesci.
Ad
Al Hadidya, la quantità media di acqua disponibile è pari a 22 litri
per persona al giorno – una cifra simile a quella delle comunità
dell’Africa sub-sahariana.
“Non
possiamo più avere accesso ad alcuna fonte d’acqua,” lamenta Abu Saqr.
“Gli israeliani hanno perforato pozzi sulla nostra terra e pompato acqua
alle loro colonie, ma a noi è proibito consumarne una quantità
qualsiasi. Il tubo che porta loro l’acqua è qui – passa sulla nostra
terra,” aggiunge, indicando un grande tubo ad
alta pressione. Ai residenti di Al Hadidiya non è vietato solo
l’accesso a fonti d’acqua locali, ma non possono neppure costruire una
rete idrica per ricevere l’acqua corrente da altre parti. Per fare ciò,
la comunità avrebbe bisogno di ottenere un permesso dall’Amministrazione
Civile israeliana, dato che si trova in Area C, una zona che copre il
60% della West Bank e dove Israele detiene sia il controllo di sicurezza
che quello civile. Nell’impossibilità di ottenere un permesso, la gente
di Al Hadidiya ha fatto ricorso alla raccolta delle gocce d’acqua che
fuoriescono dalle tubature israeliane.
Come
nella maggior parte della Valle del Giordano, il villaggio è circondato
da zone militari chiuse come pure da basi dell’esercito e posti di
blocco militari. Per anni, i residenti di Al Hadidiya hanno subito
vessazioni, demolizioni, spostamenti, pestaggi e intimidazioni per mano
dei soldati israeliani. Oggi, le strutture della comunità – per lo più
tende e ovili – sono soggette a ordini di demolizione, e possono essere
abbattute dall’esercito in un qualsiasi momento. L’esercito ha fatto
sempre ricorso alla confisca delle cisterne dell’acqua e dei trattori
usati per trasportarle alla comunità, addebitando multe esorbitanti che
gli abitanti del villaggio non sono in grado di pagare, costringendoli
ad andarsene ed a stabilirsi in città palestinesi. I pastori sono
regolarmente arrestati dai soldati israeliani, con le greggi che vanno
allo sbando, mentre il loro pastore viene detenuto senza imputazione per
alcune ore prima di essere rilasciato, a volte dopo aver subito
percosse. Dal 1997, la comunità si è ridotta da 40 famiglie a meno di 8,
principalmente a causa delle demolizioni delle case e delle tende.
Il
caso di Al Hadidiya non è unico o isolato. In tutta la Valle del
Giordano e nella West Bank le comunità palestinesi sono continuamente
soggette a varie forme di pressione
perché abbandonino le loro terre, mentre le colonie israeliane si
espandono. Terreni e campi palestinesi vengono inghiottiti e convertiti
in comunità per soli ebrei o in terreni agricoli ad alta tecnologia, nei
quali crescono colture per l’esportazione che esigono acqua, usando
l’acqua palestinese estratta dalla West Bank.
(tradotto da mariano mingarelli)
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