"Gli arabi" visti da Eugene Rogan
di Marco Di Donato
Sebbene abbia la veste di un saggio, i personaggi narrati da "Gli
arabi" (Bompiani, 2012) di Rogan prendono vita grazie a una narrazione
che non nasconde le loro debolezze e virtù più intime e personali.
Da Selim I il crudele a Yasser Arafat, dalle battaglie di
San Giovanni d'Acri sino al massacro di Sabra e Shatila, dalle mire
espansionistiche di Muhamamd Alì Pascìa passando per i più contemporanei
Nasser e Sadat.
Ad accompagnare il viaggio del lettore, tre inserti che raccolgono
immagini di dipinti, ritratti e fotografie che hanno il merito di dare
un volto ai protagonisti della storia della riva sud del Mediterraneo,
come quello del "pirata" Barbarossa o della manifestazione di Hamas del
2005 a Nablus per commemorare la scomparsa dello shaykh Ahmed Yassin.
Uscito in prima edizione nel 2009, il volume è stato ripubblicato
nel 2011 in seguito alle rivolte arabe che, nella postfazione inserita
proprio in quell'anno, Rogan interpreta alla luce della parole dello
scomparso Samir Kassir (citato a dire il vero anche nell'introduzione
originaria) e di quel "malessere arabo" che dopo decenni di impotenza
trova finalmente la sua espressione pratica in Piazza Tahrir.
Ed è proprio in questo senso che il libro può diventare un
valido strumento per comprendere gli eventi che oggi attraversano il
mondo arabo e islamico.
L'autore parte da quegli stessi arabi che dopo secoli di
dominazioni e profonde divisioni al loro interno, nel 2011 hanno provato
a tradurre quel "malessere" in delle rivoluzioni che hanno segnato
delle conquiste che secondo l’autore resteranno "un riferimento negli
anni a venire": perché "la libertà politica diventerà il metro con il
quale i cittadini dei paesi arabi giudicheranno i loro governi".
"Il cambiamento è nell'aria", conclude Rogan.
5 maggio 2013
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