"Contro il pregiudizio resta la cultura": incontro con Ahmad Rafiq Awad

Ricordare la Nakba, e insieme raccontare la vastità della produzione culturale palestinese: a Roma l’iniziativa per presentare “Re Churchill”, ultima opera di Ahmad Rafiq Awad. Che parla di pregiudizi occidentali, del potere della conocenza e di un’identità “che non muore, come i diritti”. Incontro con lo scrittore per parlare del suo ultimo lavoro, e della vivacità culturale della sua terra.



di Cecilia Dalla Negra e Stefano Nanni

"Contro il pregiudizio resta la cultura": incontro con Ahmad Rafiq Awad

Noi insegniamo la vita, signore. Noi palestinesi insegniamo la vita, adesso che ci hanno occupato anche l’ultimo cielo”, cantano i versi di Rafeef Ziadah, giovane poetessa palestinese, ultima erede di generazioni di poeti che, come l’indimenticato Mahmoud Darwish, hanno fatto conoscere la loro terra con la poesia.
Oggi come ieri il panorama culturale palestinese è vivo, dinamico, profondo, mai scontato. Capace di raccontare in molte forme la ‘catastrofe’ e il disastro, ma anche e soprattutto la dignità, la forza, l’attaccamento all’identità e alle radici. 
È proprio la cultura con le sue molteplici espressioni ad essere al centro di una giornata organizzata dalla Comunità palestinese di Roma e del Lazio presso l'ambasciata della capitale, il 4 maggio scorso, per commemorare e ricordare quella ‘catastrofe’ che ha per nome Nakba, e per simbolo la chiave del diritto al ritorno negato.
Maggio è il mese della memoria per il popolo della diaspora: quello in cui si ricordano gli eventi che, al pari di un cataclisma naturale, portarono all’espulsione forzata di oltre 800 mila persone dalla propria terra, per fare posto allo Stato di Israele, nel 1948 appena proclamato.
Massacri – come quello di aprile, a Deir Yassin – violenze, case date alle fiamme: alla fine del ’48 gli israeliani avevano assunto il controllo di oltre 770 fra città e villaggi, distruggendone più di 500.
Oggi come ieri, una diaspora che continua. Perché quel diritto al ritorno sancito sulla carta non è mai stato rispettato, e persino il luogo che ospita l’iniziativa romana, immerso nel verde delle Terme di Caracalla, è una conquista.
E se la targa all’ingresso spiega che si tratta di una ‘delegazione’, è Salameh Ashour, presidente della Comunità, a ricordare che è invece “l’ambasciata del nostro Stato, che nonostante tutto vive nei nostri cuori”. E, prima ancora, “la casa di tutti voi presenti oggi”.
Un luogo istituzionale ma accogliente come un salotto, dove la Palestina traspare da muri, odori e colori, che si apre a quanti vogliono scoprire una delle tante pagine della sua cultura: quella scritta nei libri di Ahmad Rafiq Awad, famosi nel mondo arabo e oggi conosciuti anche in Italia grazie al lavoro prezioso dei traduttori. 
L’occasione è la presentazione del suo ultimo lavoro, “Re Churcill” (edito da Camenia e tradotto in italiano da Odeh Amarneh e Diab Haitali), opera teatrale in cinque atti che racconta la storia di quella piccola delegazione palestinese che, nel 1921, partì da Gerusalemme alla volta di Londra.
Per incontrare Winston Churchill, allora ministro delle Colonie della Gran Bretagna, e perorare la causa del suo popolo e la contrarietà alle promesse fatte al Movimento sionista con la Dichiarazione Balfour, nel 1917.
Un episodio della storia a molti sconosciuto, e che potrebbe apparire di minore importanza. Se non fosse per quel paradigma che è in grado di delineare: quell’ ‘oggi come ieri’ che dimostra quanto le cose, in Palestina, non siano cambiate.
Perché, spiega Awad, “l’Occidente è ancora l’Occidente, l’imperialismo è ancora imperialismo, e il colonialismo resta sempre colonialismo”.
A distanza di 90 anni da quell’episodio della storia, il comune denominatore delle relazioni tra la Palestina e l’Occidente è rimasto lo stesso: pregiudizio, indifferenza, non riconoscimento di diritti, e prima ancora di dignità e umanità.
“La delegazione rimase a Londra per un anno, ignorata da Churchill, in attesa di essere ricevuta. Alla fine le fu concesso un incontro di 5 minuti, al termine del quale il ministro suggerì ai delegati di trattare direttamente con i vertici del Movimento sionista”, spiega Awad.
Tornarono a casa a mani vuote, i rappresentanti. E quello, per lo scrittore, fu solo il primo passo di una storia molto più lunga. 
“Solo l’inizio di quella trattativa permanente tra noi palestinesi e l’Occidente”, che inizia negli anni Venti, passa per gli Accordi di Oslo degli anni Novanta, e arriva fino a oggi. Di fronte a tutto questo, racconta, “la nostra risposta al sionismo è: noi rimarremo in piedi. Agli europei invece diciamo che la vostra democrazia non sarà mai completa fin quando non sarà trovata una soluzione alla questione palestinese”.

A margine di un incontro partecipato, in una sala gremita che trasmette la necessità e la voglia di condividere, lasciando per una volta in disparte la politica, Rafiq Awad si trattiene a dialogare con Osservatorio Iraq.

Scrittore poliedrico, autore teatrale, saggista, giornalista per molti anni: la sua vita rappresenta bene la vitalità e la dinamicità della cultura palestinese. Se dovesse raccontarsi, come si definirebbe oggi? 
Se dovessi guardarmi allo specchio e presentarmi, direi che sono stato un giornalista per molti anni. Ho raccontato la quotidianità, scritto articoli, fornito consulenze. Poi khalas, basta (sorride), ne avevo abbastanza. Ho scelto di insegnare Giornalismo ai giovani, all’università di Al Quds a Gerusalemme, dove ho una cattedra.
Oggi sono e mi sento uno scrittore. La scrittura è tutto per me, è la mia vita, definisce il mio modo di agire, di relazionarmi con le persone, di vedere il mondo. Scrivo e ho scritto molto: romanzi, testi di politica, saggi sul giornalismo, libri per bambini. Sono un uomo fortunato: faccio il lavoro che amo, ho una famiglia numerosa, nella vita sono riuscito a studiare e a fare quello che sognavo.
Ma non dimentico le mie origini, e le difficoltà del contesto umile in cui sono cresciuto, nel paese di Yabad.

In “Re Churchill” racconta in modo innovativo e ironico un episodio paradigmatico della storia palestinese, che simboleggia il primo passo della lunga storia dei negoziati con le potenze occidentali che all’epoca governavano il Medio Oriente, ma che continuano oggi ad influenzarne la vita. Qual era il suo obiettivo?
La mia opera teatrale vuole mostrare l’assurdità di quel negoziato come di tutti gli altri che lo hanno seguito. Dai fatti raccontati nel libro ad oggi sono trascorsi 90 anni, ma le circostanze, il contesto e le condizioni generali purtroppo non sono cambiate.
E, soprattutto, hanno prodotto lo stesso risultato: nessuno.
Il mio obiettivo era quello di spiegare, in chiave critica, cosa e come è possibile negoziare per i palestinesi, tentando di suscitare alcune domande. Non è un caso se ho scelto di raccontare oggi quella storia, a distanza di molti anni dagli Accordi di Oslo, che nell’immaginario collettivo avrebbero dovuto segnare un punto di svolta epocale.
Ancora una volta, però, non è cambiato niente. Da allora i negoziati si sono susseguiti, finendo per peggiorare le nostre condizioni di vita: l’occupazione resta, aumentano le colonie, è stato costruito un muro di apartheid, la nostra diaspora continua. Quello del 1921 fu solo il primo passo di una storia molto più lunga.

Sia in questo testo che in un suo precedente romanzo, “Il paese del mare”, emerge chiaramente una dura critica nei confronti dell’Occidente, che lei ritiene responsabile degli eventi che hanno caratterizzato la storia palestinese ben prima della Nakba.
Naturalmente. Le responsabilità principali dei nostri problemi e delle nostre sofferenze sono da ricercare in Occidente, che nei confronti di Israele avrebbe dovuto agire con maggiore fermezza. Il piano di partizione del 1947 fu firmato dalle potenze occidentali, lì nasce la Dichiarazione Balfour e l’assurda promessa fatta al Movimento sionista.
È ironico se ci pensate, perché la Gran Bretagna promise qualcosa che non le apparteneva: cedette la Palestina come fosse stata un oggetto.
Il compito dell’Occidente è quello di esercitare pressioni molto maggiori per raggiungere l’obiettivo della pace. Se europei e statunitensi continueranno a commettere gli stessi errori del passato, finiranno per pagare un prezzo molto alto.
Lo dimostrano il terrorismo, il fondamentalismo e il fanatismo che sono stati protagonisti degli ultimi anni: l’origine, alla fine, resta sempre il conflitto israelo-palestinese. Ci sarebbe molto da aggiungere in questo senso ma non sono un politico ne’ un diplomatico, solo un uomo di cultura. Lascio questo compito ad altri.

Agli albori dell’immigrazione ebraica in Palestina c’era la convinzione, senza dubbio in qualche misura strumentale, che si trattasse di ‘una terra senza popolo, per un popolo senza terra’. Fu la storia a smentire questo luogo comune, come dimostra la Nakba. Eppure oggi come ieri lo stereotipo negativo che resiste nell’immaginario occidentale è ancora influenzato da un pregiudizio che dipinge il popolo palestinese come inculturato, incivile, quasi barbaro. Dalla vostra terra arrivano solo notizie che parlano di guerra e violenze, mentre il suo vasto e dinamico panorama culturale scompare oscurato dalla cronaca. 
È una conseguenza diretta della propaganda israeliana e del potere che hanno i mass media nel dipingere una realtà che non esiste. Menzogne, che buona parte di europei, statunitensi ed israeliani si raccontano e vi raccontano per farci sembrare barbari e incivili. Ma chi lo è di più di colui che uccide, distrugge case, confisca terre e costruisce muri di apartheid?
Nel mio paese hanno avuto origine le tre religioni monoteiste del mondo. Il popolo palestinese è il più antico tra tutte le civiltà della regione.
E, più recentemente, la Palestina ha generato menti del calibro di Edward Said, Mahmoud Darwish, Ghassan Kanafani e tanti altri tra poeti, cantanti, artisti che mi rendono fiero di essere solo l’ultimo fra gli scrittori della mia terra.
Il mio popolo ha dato al mondo tante cose, ed ha una tradizione culturale spesso ignorata in Occidente. Abbiamo contribuito con i nostri ingegneri e inventori al benessere dei paesi del Golfo, e ci sono segni evidenti della nostra presenza anche in Europa. Ma il potere della propaganda è forte.

In questo contesto, che importanza assume la cultura, soprattutto per la difesa di un’identità negata? 
È una forma di resistenza fatta di parole.  E anche di più, perché potranno privarci di tutto ciò che abbiamo, ad eccezione del nostro patrimonio culturale.
Israele negli anni ha fatto di tutto per raggiungere l’obiettivo di distruggere la nostra identità, e per far arrivare al mondo un’immagine che ci ha dipinti come “vagabondi” senza patria. Ma siamo sempre stati un popolo molto attivo, intraprendente, dinamico. Basta visitare le nostre città per scoprire quanta bellezza le circondi nonostante l’occupazione, quanta vitalità intellettuale ci sia nelle scuole e nelle università, tra i nostri giovani.
Credo che per noi la cultura oggi rappresenti l’ultima fortezza da difendere: conoscenza e coscienza sono la nostra roccaforte.

In “Re Churchill” ha scelto di utilizzare un linguaggio particolare, quello dell’ironia. L’opera è prima di tutto divertente, e sfogliando le pagine non si può evitare di sorridere. 
Credo che lo stile ironico sia molto forte proprio perché immediato: permette di veicolare un messaggio in modo semplice, ma molto efficace. Basandomi sull’equivoco e sul fraintendimento provoco l’ironia nel pubblico, ma allo stesso tempo lo porto a riflettere.
Per me non c’era un altro modo per comunicare l’assurdità dei negoziati di pace, se non attraverso questa cifra stilistica.

Ne “Il paese del Mare”, attraverso il viaggio onirico del protagonista lei affronta un altro tema fondamentale, quel legame unico e speciale che esiste tra il popolo palestinese e la terra, che ritroviamo in molti altri romanzi, sia della tradizione - pensiamo alle opere di Kanafani - che più contemporanei, come “Ogni mattina a Jenin”, libro di successo di Susan Abulhawa. 
Il rapporto che esiste tra il mio popolo e la terra è davvero molto particolare. I palestinesi ne conoscono ogni centimetro, si rivolgono alle pietre e agli alberi chiamandoli per nome.
È molto più di un legame fisico legato alla privazione che abbiamo subito. Oserei dire che è quasi spirituale, non in senso religioso ma magico, divino. Era così già prima dell’occupazione israeliana, lo è a maggior ragione oggi.
Dio, oltre alla terra, ci ha fatto un dono che si chiama libertà: la mia speranza, stando a contatto ogni giorno con i giovani e i loro sogni, è che non smettano mai di lottare per averla. L’identità non muore, nemmeno i diritti. Comunque vada, resteremo palestinesi per sempre.

(Foto Ahmed Zidat)

5 maggio 2013

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