Architecture: Beyond the Wall
Verdiana Network
14.07.2010http://www.verdiananetwork.com/architecture-beyond-the-wall.html
ARCHITECTURE: BEYOND THE WALL
di Cristina Tarchiani
di Ferdinando Adorno“quando da grande mio figlio me lo chiederà, come farò a spiegargli perché viviamo dietro ad un muro?”
da “La zona” di Rodrigo Pia, 20081
“ c’è una legge per i mortali ma non per chi vive ad Alphaville”
Teresa Caldeira, “City of Walls” 2
Per chi ancora non lo sapesse, dal 2002, le città, i villaggi, le campagne della Cisgiordania sono soffocati da un serpeggiante sistema di barriere elettrificate, torri di controllo, muri e telecamere costruito dalle Forze di Occupazione Israeliane lungo oltre 700 km e profondo mediamente 50 metri. Le recinzioni dividono uno spazio altrimenti uniforme in un “dentro” e in un “fuori”. In Israele lo chiamano “Geder HaHafrada”, la “barriera di separazione”, ma per i palestinesi è “Jidar al-fasl al-‘unsuri”, il “muro di segregazione razziale”3. Per la Comunità Internazionale è in piena violazione dei Diritti Umani ed è “causa di seri problemi umanitari e legali” che “vanno ben oltre ciò che possa essere permesso ad una forza occupante”4. Le pattuglie di giovanissimi militari, spesso volontari, che lo sorvegliano sono le stesse che con l’ausilio di mezzi blindati e filo spinato possono dar luogo ovunque nei Territori a flying checkpoint, e che controllano gli unici varchi consentiti, i checkpoint .
Samir queste cose le conosce bene quando si avvicina ad uno dei varchi attorno a Ramallah. “Papers!”. Potrebbe aspettare ore, in attesa senza che nessuno gli dica nulla, oppure ricevere i suoi documenti entro pochi minuti e proseguire. È un giovane architetto paesaggista palestinese. Lavora per l’UNESCO ad un progetto sul paesaggio culturale. Sta pensando ai fatti suoi quando un urlo irrompe fra i suoi pensieri: “terrorist!!”. Non fa in tempo a girarsi che gli occhi si fermano come ipnotizzati da un M4 puntato al volto. Qualcuno lo spinge a terra, in ginocchio ai piedi della barriera di cemento. Le mani unite dietro alla testa. Tutto sembrerebbe assurdo e grottesco se solo non ci fosse quella canna del fucile d’assalto che gli sfiora ogni tanto i capelli. Il soldato che lo imbraccia l’ha appena intravisto, avrà una ventina d’anni al massimo, ricorda solo un elmetto enorme rispetto alla testa. Samir ripete a lui, agli altri e a se stesso il proprio nome, cosa fa, da dove viene, dove sta andando. Va a trovare degli amici. Non c’entra niente con nulla. La babele di domande, insulti, minacce in inglese, arabo, israeliano, dopo un po’ si fa meno opprimente. Forse ora è da solo. Prova a tornare in sé. Respira così profondamente da sentire l’aria mischiarsi col sangue. È così terribilmente addosso a quel muro di otto metri che potrebbe iniziare a respirare cemento. Visto da lontano si direbbe che stia pregando , ma la cortina che si apre in una fessura proprio sotto i suoi occhi non ha nulla del Muro di Gerusalemme. Uno spiraglio fra due dei blocchi che compongono la barriera. Lo sguardo fugge di là. C’è un’autostrada abbandonata interrotta da pietre e dissuasori. Era l’unica autostrada. Connetteva Ramallah a Nablus, ma Israele ne ha proibito l’uso per motivi di sicurezza. Ai lati della strada piccole macchie gialle in movimento. Sono i taxi palestinesi che brulicano come formiche tra le tortuose vie di campagna accompagnando le persone che a piedi sono riuscite ad oltrepassare i numerosi blocchi stradali. Non c’è alternativa.
A nord il campo profughi di Jalazoon. Nessuna autorità se ne vuole far carico e così mancano l’acqua, e i servizi sanitari essenziali. La scuola sta fuori dal campo. Per arrivarci si passa vicino ad una torre a guardia d’un insediamento di coloni. È stato un tragico errore quando un gruppo di bambini che schiamazzavano all’uscita di scuola sono stati falciati dagli sniper dei soldati perché scambiati per aggressori.
Più a sud c’è il Campus Universitario di Bir-Zeit dove migliaia di studenti palestinesi coltivano il sogno di farsi un’educazione e una professione, e magari scappare in America o in Europa.
Poco distante da Samir, vicino all’autostrada una fila di persone, bambini, donne, anziani si porta appresso la propria ombra sulla strada assolata interrotta dai massi di pietra. È la gente di un villaggio poco distante che non ha altro modo di raggiungere Ramallah, o qualsiasi altro villaggio intorno, se non a piedi. Camminano sei o sette ore in ogni direzione per andare al lavoro, per far provviste, per raggiungere un presidio sanitario.
Sulla collina di fronte, un bianco agglomerato suburbano domina sopra ogni cosa. Ben adattato alla topografia del luogo nonostante la sua organizzazione spaziale concentrica. È una delle cime “catturate” dai “ragazzi delle colline”. Diceva Ariel Sharon: “catturare tante cime di colline quanto più possibile per allargare gli insediamenti, poiché ogni cosa che ora prenderemo ci resterà … tutto ciò che non cattureremo resterà a loro”. E così, giovani coloni ortodossi altamente ideologizzati, mossi dal mito hollywoodiano della frontiera selvaggia si sono scoperti eroici idealisti e pionieri senza legge come in un film western.
È stato uno degli atti conclusivi di una complessa “architettura della paura”5 sperimentata, pianificata e costruita sin dagli anni ’70 con l’obiettivo di soggiogare l’intero paesaggio ad un sistema di sorveglianza. In questo modo insediando strategicamente la popolazione nel 2% del territorio totale della West Bank, si è generato il completo controllo territoriale, nonostante l’Articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra lo consideri un crimine di guerra.6
Lo spazio diventa così “ l’incarnazione materiale della matrice di forze, manifestata attraverso il paesaggio nella costruzione di strade, insediamenti sulla cima delle colline, lo sviluppo delle città e i sobborghi verdi” 7. Questo uso della pianificazione, centralizzato e politico è stato volontariamente trasferito sul campo dagli architetti per interessi finanziari e per rendere effettiva un’agenda politica attraverso la gestione del territorio.
“La logica generale è che l’architettura e la pianificazione sono armi territoriali”8. “Nessuna soluzione futura del conflitto sarà mai capace di guarire la cicatrice inflitta da questa tragica combinazione di violenza politica e topografica”.9La scelta dei siti e la gestione delle forme è manipolata per tagliare le arterie di traffico palestinesi, circondare i villaggi, sorvegliare un paese o un incrocio strategico. Benché il paesaggio umano possa essere cambiato, i risultati di questa operazione sono già irreversibili. La politica degli insediamenti israeliani ha generato cambiamenti estremi nell’ambiente fisico dei Territori Occupati operando un “genocidio del paesaggio”10 seppellito da centinaia e centinaia di tonnellate di cemento. Irreversibile è anche l’esteso “danno ambientale causato dall’isterica pavimentazione di strade costruite come risultato di erronee considerazioni sulle misure di sicurezza”11.
Forse è proprio uno degli ex “ragazzi delle colline” a sollevare Samir da terra dopo ore e cacciarlo via con i documenti. La strada da fare è ancora lunga. Perché rimanere in questo paese dove non c’è via d’uscita? Forse queste città di margine ad alta sicurezza12differiscono solo in intensità (quantità) piuttosto che nell’essenza (qualità) da tanti altri esempi diffusi per il mondo. “L’intensità violenta del conflitto ed il suo confinamento in uno spazio limitato”13 non ha fatto che accelerare la sperimentazione di modelli di abitare corrispondenti alla maniacale ossessione sviluppatasi globalmente soprattutto per la sicurezza della classe media. Colonie extramondo14 dai nomi evocativi: Alphaville, Utopia, Dreamland… proliferano dal Brasile all’Egitto, dagli Stati Uniti all’Europa, dall’India alla Nigeria. Segnano la crisi non solo del modello della città socialdemocratica ma della città stessa che “con un singolare rovesciamento del [proprio] ruolo storico, si stanno trasformando da difese contro i pericoli in pericoli”15. Israele è un esempio, un acceleratore, un laboratorio territoriale in cui la politica della separazione, dell’esclusione e del controllo visuale propria della gate communities , delle enclaves, è stata perfezionata fino alla estreme conseguenze16.
“Al di là della loro presenza, su suolo occupato, è il modo in cui sono stati pensati questi insediamenti – la loro grandezza, forma e localizzazione – che colpisce direttamente e negativamente la vita dei Palestinesi”17. Non sono frutto del lavoro di efficiente pianificazione di ingegneri militari, ma il risultato di commissioni di architetti composte di studi professionali. L’architettura diventa “un’arma con cui i diritti umani sono violati e vengono commessi crimini”18. Se nell’atto di progettare l’architetto, inversamente a perseguire il beneficio della società, si impegna a recare disturbo, soppressione, aggressione o razzismo e quando queste cose si verificano, chiaramente e brutalmente, contro quelli che sono i diritti umani fondamentali, lì è stato commesso un crimine19. Nel dibattito architettonico non si riesce ad andare oltre alla mera questione della moralità e dell’etica senza tenere conto della possibilità di azioni legali tramite leggi internazionali. Tutto qui.
1 film di Rodrigo Plà, Spagna/Messico, 2007
2 Teresa Caldeira, “City of Walls” City of Walls: Crimes, Segregation, and Citizenship in Sao Paolo, Berkeley 2000; cit. in Mike Davis “Il pianeta degli slum”, Felrinelli, 2006
3 http://www.poica.org/editor/case_studies/view.php?recordID=629
4 “Red Cross slams Israel barrier”. BBC News. 18 February 2004. http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/3498795.stm
5 definizione di Tudne Agbola cit. in Mike Davis, “il pianeta degli slums”.
6 “la Potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile nel territorio da essa occupato”, Art.49 della IV Convenzione di Ginevra del 1949.
7 Rafi Segal, Eyal Weizman, “A Civilian Occupation: the Politics of Israeli Architecture”, Babel, 2003.
8 Ibid.
9 Kenneth Frampton in una recensione su “A Civilian Occupation: the Politics of Israeli Architecture”, op.cit.
10 definizione di Aziz Hanani, professore di Architettura del Paesaggio alla Birzeit University
11 Rafi Segal, Eyal Weizman, op.cit.
12 Zygmunt Bauman, “Fiducia e paura nella città”, Bruno Mondadori, 2005
13 Ibid.
14 dal film Blade Runner di Ridley Scott, 1982 in Mike Davis “Il pianeta degli slum”, op.cit.
15 Zygmunt Bauman, op.cit.
16 gated community: sono dei condomini isolati e protetti, che dispongono di ingressi controllati, elaborate recinzioni, guardie armate e impianti di telesorveglianza
17 Rafi Segal, Eyal Weizman, “A Civilian Occupation: the Politics of Israeli Architecture”, Babel, 2003.
18 Ibid.
19 Ibid.
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