Vedere nel buio con Victoria Brittain
Di Richard Falk
14 aprile 2013
Come i migliori giornalisti, Victoria Brittain ha trascorso la sua vita a metterci in grado di guardare nel buio! O, più precisamente, ha illuminato di luce intensa coloro la cui sofferenza era nascosta perché era sta deliberatamente situata in una o un’altra terra nascosta di abuso del governo e della società, sia locale, che nazionale o geopolitica nella sua animosità.
Questi modelli di abusi sono nascosti perché ogni volta che la loro visibilità non può essere evitata, la mitizzazione liberale delle decenza dello stato democratico moderno subisce un colpo sconcertante. In anni recenti, questa visibilità non voluta, ha permanentemente macchiato le credenziali dei diritti umani degli Stati Uniti a causa dell’impressionante rivelazione delle orripilanti immagini delle violenze sui prigionieri fatte nella prigione di Abu Ghraib in Iraq, o dei vari rapporti del trattamento obbrobrioso subito dai detenuti di Guantanamo. Come nel caso di Bradley Manning e di WikiLeaks, il Governo degli Stati Uniti dovrebbe essere imbarazzato dalla sua reazione: la preoccupazione per la fuga di notizie indesiderata riguardo ai suoi sporchi segreti, e invece la dimostrazione di indifferenza rispetto alla divulgazione importante del suo appoggio alla tortura e ad altri crimini contro l’umanità. Ma nonsi imbarazza, e questo è diventata e rimane una profonda sfida per noi che desideriamo vivere in una società di leggi, non di uomini sadici, una società basata sull’etica e sui diritti umani, non sulla crudeltà e sulla disumanizzazione. Una volta che questi segreti sono stati rivelati, tutti noi dobbiamo affrontare la sfida di non distogliere il nostro sguardo, ricordandoci che sostenere i diritti e la dignità di ogni persona è dovere del governo e responsabilità di tutti i cittadini, e quando mancanze flagranti e intenzionali su queste linee restano incontrastate, le credenziali della decenza sono compromesse per sempre.
Questo è soltanto un preludio al breve commento dello straordinario recente libro di Victoria Brittain di rivelazione umana, SHADOW LIVES: THE FORGOTTEN WOMEN OF THE WAR ON TERROR [ Vite nell'ombra: le donne dimenticate della guerra al terrore] (London: Pluto, 2013; distribuito negli Stati Uniti da Palgrave Macmillan). La Brittain è una giornalista che non solo vede ne buio, ma, cosa ancora più rara tra i praticanti irrequieti di questa professione, si sofferma abbastanza a lungo per ascoltare. In questo libro lei ascolta con empatia e comprensione le parole e le esperienze delle donne i cui compagni sono stati presi di mira nel in Gran Bretagna e negli Stati Uniti dai rapaci padroni della difesa nazionale negli anni seguiti agli attacchi dell’11 settembre. Queste donne e i loro figli che vivono principalmente in Gran Bretagna, sono il ‘danno collaterale’ dimenticato e trascurato di coloro che continuano a essere detenuti anno dopo anno senza accuse o processi in quanto sospetti terroristi. Come chiarisce bene il libro, i Musulmani come gruppo etnico e religioso distinto, sono stati privati dei diritti che invece hanno altre persone accusate di reati politici. Victoria Brittain cita un avvocatessa americana, Linda Moreno: “Dopo l’11 settembre la Costituzione è stata sospesa quando si trattava di Musulmani, specialmente palestinesi.” (pag.161) Ma non erano soltanto i governi liberali a essere colpevoli, erano o media che rendevano uno stereotipo chiunque fosse accusato di essere un jihadista o in qualche modo in sintonia con gli scopi e le attività di coloro che si presumeva fossero colpevoli di atti di terrorismo come indiscutibilmente cattivi e talmente pericolosi da meritare maltrattamenti. Come scrive la Brittain: “l’enormità dell’ingiustizia perpetrata in più di un decennio è stata cancellata dalla coscienza generale dell’America e della Gran Bretagna.” Continua, formulando una domanda che dobbiamo farci con tutta la dovuta serietà: “Come ci siamo imbarbariti così tanto che tutto questo praticamente passa inosservato?” (pag. 23).
La vera storia in questo contesto è quella di parecchie donne che cercano di vivere tra le rovine create dalla detenzione dei loro mariti e che cercano di fare qualunque cosa possono per portare la normalità nella loro vita familiare e per crescere nel frattempo i loro bambini il più amorevolmente possibile. E’ una vita difficile dove gli echi della islamofobia si sentono ogni giorno attraverso l’ostilità dei vicini e il trattamento sperimentato nelle scuole e altrove. In altre parole, la società, come anche i governi e i mezzi di informazione, sono complici nelle punizioni casuali, e tuttavia severe, sopportate da queste famiglie di persone prese di mira. Il quadro, tuttavia, non è del tutto triste, dato che queste donne sono anche coraggiose e determinate a non essere sconfitte, anche se lottano contro la depressione e l’ansia intensa, e anche contro la solitudine associata con la perdita dell’affettuoso compagno e padre. E quello che è peggiore, in un certo modo, sono testimoni del crollo dei loro uomini a causa dei maltrattamenti di prolungate esperienze in carcere non attenuate dalla realtà dei rinvii a giudizio e delle accuse. Questi uomini vengono detenuti principalmente sulla base di prove segrete che non sono rivelate neanche ai loro avvocati, e la maggioranza sembra essere del tutto innocente, vittime della politica del panico del dopo 11 settembre, coltivato dallo stato-bambinaia che bada alla sicurezza. Quando in Gran Bretagna detenuti di questo tipo vengono rilasciati, il fatto non dovrebbe essere confuso con la ‘libertà’, perché all’ex prigioniero viene richiesto di portare targhette elettroniche, è soggetto al coprifuoco, deve presentarsi alla polizia locale ogni giorno, vivere con rigide restrizioni riguardo alle visite di amici, a accettare ingerenze regolari nello spazio familiare da parte di personale della sicurezza, perfino proibizioni rispetto all’uso del computer. Per riassumere le traversie complete di queste famiglie, la Brittain commenta, “per tutti loro, si era avverato qualche cosa peggiore dei loro peggiori incubi,” (pag. 149). Una delle figlie che aveva patito questa realtà, chiede malinconicamente, “ascoltate la mia storia, poi decidete se sarete in grado di vivere la mia vita.” (pag. 67). Non provoca alcuna sorpresa che parecchi degli uomini tentino il suicidio o sperimentino manie paranoiche e che le donne diventino clinicamente depresse.
Per parecchie di queste donne c’è una specie di doppio rischi esistenziale. Sono arrivate in Gran Bretagna o negli Stati Uniti come profughe per scappare dai tormenti mortali in Afghanistan, Pakistan e Palestina, aspettandosi almeno i benefici di una democrazia liberale, e invece si sono trovate davanti a un’esistenza di gran lunga peggiore di quella che si erano lasciate alla spalle con riluttanza. Alcune volte i loro ricordi erano pieni di felicità, come nel caso di una donna che descrive la sua vita in Afghanistan negli anni precedenti: “La vita non era facile, ma era bella.” (pag.154). Questi anni di ingiustizia erano “intrecciati a ricordi, fantasmi e sogni di un Afghanistan o di una Palestina – passati o futuri. Quelle altre vite nell’ombra ispiravano loro ogni cosa , se ci si avvicinava abbastanza per ascoltare, ed erano ispirate grazie alla loro fede. La loro segreta ancora di salvezza di gioia di fronte all’amarezza e alla disperazione.” (pag. 164). Non soltanto quello che veniva ricordato, ma anche ciò in cui si sperava, si credeva, una fede, spesso con allusioni al Corano, a una liberazione che deve ancora arrivare, per quanto difficile la vita dell’esilio fosse diventata.
Specialmente le donne che arrivavano da un contesto palestinese si appassionavano all’educazione dei loro bambini, a volte impartendo a casa l’educazione scolastica per evitare l’atmosfera spiacevole in cui si trovano i bambini musulmani nella società britannica. Altri figli di padri detenuti hanno ricevuto la loro educazione nelle scuole locali. La Brittain è sensibile alla loro acuta percezione delle loro speciali circostanze di vita: “Una bambina ha parlato a nome di parecchi altri quando ha detto che ora la lealtà e il dovere verso il loro padre assente si dimostrava eccellendo a scuola e ricordandosi di essere contenti.” (pag. 158). Ricordarsi di essere contenti! Ogni bambino dovrebbe essere dispensato da un tale dovere!
Victoria Britton ha scritto un libro che abbiamo bisogno di leggere, ponderare, discutere e in base al quale agire usando le nostre migliori capacità. E’ un libro affascinante di amore e di dedizione, e anche di tormenti, ed è costituito principalmente delle intime interpretazioni di queste donne che fanno il meglio che possono nelle condizioni più strazianti che nessuna società decente dovrebbe permettere che perdurino. Quello che si chiarisce dovunque nel libro è il grado in cui la crudeltà autorizzata dallo stato verso questi individui, compresi gli stessi sospetti di terrorismo, è una miscela di panico, sadismo, e odio anti-musulmano e non può essere giustificato in maniera convincente come misure deplorevoli ma necessarie per rendere sicure le società minacciate dal terrorismo. In effetti la Gran Bretagna condanna il dipendere da mezzi così sproporzionati nella presunta ricerca della sicurezza, sacrificando in modo opportunista i pochi per ottenere lo pseudo-appagamento di molti. Nella sua breve prefazione, John Berger esprime l’essenza di ciò che rende SHADOW LIVES un’esperienza di lettura obbligatoria: “Ciò che rende questo libro indimenticabile e terribile è la sua dimostrazione della misura della crudeltà umana inflitta dalla stupidità (umana) di coloro che esercitano il potere. Nessuna di questa crudeltà o stupidità esiste nel mondo naturale senza genere umano.”( pag. ix). Nella postfazione, Marina Warner esprime un’analoga opinione, anche se in maniera più diretta: “…abbiamo bisogno di libri scomodi come questo, per farci delle domande difficili.” (pag. 166). In effetti ne abbiamo bisogno.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/ seeing-in-the-dark-with-victoria-brittain-by-richard-falk
Originale: Richardfalk.com
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY – NC-SA 3.0
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