Palestina. “Questo dolore non sarà stato invano”. Intervista a Qassam Barghouti
Undici anni fa, a Ramallah, le forze di occupazione israeliane
arrestavano Marwan Barghouti, tra i leader politici più amati dal popolo
palestinese. Incontriamo Qassam nel giorno in cui ricorre
l’anniversario dell’arresto del padre: “Siamo palestinesi: crediamo
nella nostra lotta, un giorno porterà all’indipendenza. È il sogno che
inseguiremo fino alla fine”.
di Cecilia Dalla Negra*
Gli occhi sono verdi, come quelli della madre, Fadwa, che ha dedicato gli ultimi dieci anni alla lotta per la liberazione di suo marito.
Il sorriso solare, invece, si apre su un volto identico a quello del padre: Marwan Barghouti, leader palestinese di al Fatah, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza israeliano dal 2002, condannato a 5 ergastoli per una sola colpa: essere stato uno tra i capi politici più amati dalla popolazione sin dalla prima Intifada.
Oggi Qassam Al Barghouti ha 26 anni, e come tanti giovani della sua età è cresciuto con un’occupazione militare, ma senza un padre.
Arrestato – o sarebbe meglio dire sequestrato – con l’accusa di essere coinvolto nella resistenza armata, quando il figlio era appena adolescente.
Il regalo ricevuto dalle forze di occupazione per i suoi 18 anni è stato un mandato d’arresto e la condanna a 3 mesi di carcere, anche per lui.
Una sola colpa: “Essere il figlio di mio padre”, racconta, mentre descrive quei giorni come un “dono”, per aver potuto condividere la cella con Marwan, tornare a passare il tempo con lui “come quando ero bambino”.
Qassam è in Italia in questi giorni, ospite d’onore di una conferenza ospitata presso la Sala delle bandiere del Parlamento europeo (organizzata da Luisa Morgantini con Assopace Palestina e promossa da Rete Romana di solidarietà con la Palestina e Amici della Mezzaluna Rossa palestinese) in una giornata speciale: il 15 marzo 2013.
Quando nelle stesse ore ricorrevano due tristi anniversari: il secondo dalla morte di Vittorio Arrigoni, e l’undicesimo da quello che Qassam chiama “il rapimento di mio padre”.
Ricorda i giorni condivisi in una cella, gli sforzi di Marwan perché non si lasciasse andare. Perché al mattino, invece di lamentarsi, si dedicasse allo studio dell’inglese, o a leggere un libro in più.
“Tanti anni dopo il suo sequestro non avrei mai pensato di trovarmi qui, a guardare il suo manifesto e raccontare la sua storia, rivendicandone ancora una volta la liberazione” racconta Qassam, un figlio della Palestina che della sua identità, e della responsabilità che comporta, ha una consapevolezza scolpita sul volto e nella forza delle sue parole.
Consapevole di quanto i suoi vent’anni siano diversi da quelli concessi e vissuti nel resto del mondo, spiega che tutto quanto ha vissuto “mi ha reso la persona che sono oggi: io sono uscito, ma centinaia di altri palestinesi restano prigionieri delle carceri israeliane. Siamo qui per chiedere la loro liberazione, e per chiarire che non sarà fatto un solo passo verso il processo di pace finché anche uno solo di loro resterà prigioniero”.
Perché parlare di Marwan Barghouti significa raccontare la storia di migliaia di altri detenuti.
Se non è servito il sacrificio dei tanti che in quelle carceri hanno perso la vita, ne’ il digiuno senza fine di Samer Issawi, dovrebbero bastare i numeri a descrivere la portata di un’ingiustizia commessa da uno Stato a cui tutto sembra concesso.
Al primo febbraio scorso, nelle 17 prigioni e nei centri di detenzione israeliani erano rinchiusi 4.812 cittadini palestinesi, tra cui 219 fra bambini e minori.
Processi sommari, assenza di accuse specifiche, maltrattamenti e ricorso a forme di tortura sono – e sono stati – il quotidiano di migliaia di uomini e donne in questi anni: 800mila gli arrestati dal 1967, data di inizio dell’occupazione dei Territori, pari al 20% della popolazione residente.
Tante le testimonianze ascoltate in una giornata intensa, che si è aperta con un video omaggio a Bab al Shams, il simbolo dell’inizio di un nuovo corso nella storia della resistenza palestinese.
Scorrono le immagini delle tende piantate sulle colline di Gerusalemme, sulle note di ‘We Shall Not Be Moved’, la canzone-simbolo del movimento afroamericano per i diritti civili negli Stati Uniti degli anni sessanta.
Ed è questo il messaggio di fondo delle parole di Qassam: non smetteremo mai di resistere, non ce ne andremo. Perché la sofferenza “non sarà stata vana”.
Così come non cadono nel vuoto le parole di Marwan, che attraverso lettere aperte riesce ancora a raggiungere le strade della Palestina.
Se ogni lotta di liberazione ha bisogno di un leader, e di un popolo che lo sostenga, Barghouti resta un simbolo che neanche le sbarre di un carcere sanno mettere a tacere. Non potrebbero: neanche se una sola delle accuse che gli sono state mosse fosse vera.
“Mio padre – racconta Qassam - non avrebbe mai voluto che i suoi figli fossero costretti a soffrire come lui. Ma Israele in questi anni ha continuato ad occupare, violare, arrestare, ed è successo. Adesso tocca a noi proteggere i nostri figli, perché non tocchi anche a loro la stessa sorte”.
Anche per questo si dice “fiero”: di essere parte della nuova generazione di giovani pronta a scrivere un futuro diverso. Consapevole del ruolo e della responsabilità che comporta portare sulla pelle questa identità negata, essere parte di una resistenza che prescinde i confini di un paese cancellato, ma stanca di sopportare.
Lo incontriamo a margine della conferenza, in una sala gremita in cui, tra le bandiere europee, spicca il manifesto di Barghouti. E dove è stata appena lanciata una campagna internazionale che ne chiede la liberazione.
Nel tuo intervento hai detto di essere “fiero di rappresentare i giovani di Palestina”. Quali credi che siano le principali differenze tra la tua generazione e quella di tuo padre?
La generazione cui appartiene mio padre è stata testimone dell’occupazione del ’67, che è penetrata all’interno del nostro territorio attraverso il continuo furto delle terre, la demolizione di case, l’arresto di centinaia di persone.
I giovani allora credevano ancora nel ruolo che gli Stati Uniti e la comunità internazionale avrebbero potuto svolgere per fermare l’ingiustizia che si stava consumando. Oggi invece sappiamo come abbiano sostenuto le politiche illegali israeliane. La mia generazione è quella che ha visto il presidente Obama arrivare per la prima volta in Palestina solo per rinnovare le promesse e il sostegno garantito a Israele.
Noi giovani nati sotto il regime di occupazione abbiamo un modo diverso di affrontarlo, perché in qualche modo abbiamo dovuto farci i conti. Abbiamo cercato di creare un movimento di resistenza popolare nonviolenta capace di privare l’occupante di ogni scusa che possa giustificarne l’operato.
Stiamo cercando di trovare soluzioni creative per fronteggiare un apparato militare basato sulla forza, confonderlo e spiazzarlo: con armi diverse, alternative, capaci di mostrare al mondo una verità che non è più possibile negare.
È cambiata la strategia?
Il modo di pensare, soprattutto. Oggi Israele deve confrontarsi con una nuova mentalità, con una generazione altamente istruita, formata, abituata a utilizzare le tecnologie e le nuove forme di comunicazione. Giovani consapevoli di ciò che li circonda, attenti a quello che accade anche fuori dalla Palestina. Come è successo negli ultimi due anni, con i movimenti rivoluzionari che hanno attraversato l’Egitto o la Tunisia, e che hanno dato coraggio e nuova linfa alla nostra lotta.
Quando le dittature lì sono state rovesciate si è aperta una fase di grande speranza, in Palestina.
I giovani, qui come altrove, sono attenti e consapevoli di quello che succede intorno a loro: credo che dal mondo arabo oggi sia possibile imparare una lezione importante. I nuovi governi che sono stati eletti hanno una grandissima responsabilità, sia verso i loro popoli che rispetto alla questione palestinese. Chi è al potere oggi, ieri criticava duramente i regimi esistenti, accusandoli di aver abbandonato il popolo palestinese al suo destino.
Oggi ci aspettiamo moltissimo da loro: dall’Egitto, ad esempio, vorremmo vedere azioni più concrete di sostegno alla nostra lotta e un cambio di rotta negli equilibri di potere che hanno governato l’area fino ad ora.
In un contesto di isolamento rispetto alla comunità internazionale, le divisioni interne tra Hamas e Fatah sembrano aggravare la situazione.
Questa divisione è una catastrofe, ed è un disastro che serva tutto questo tempo per tornare ai negoziati e avviare un processo di riunificazione ormai necessario. Sono convinto che più del 90% della popolazione palestinese sia contraria alle divisioni e voglia un governo di unità nazionale. La gente è sfinita da questo continuo scambio di accuse che rimbalzano da una parte all’altra mentre noi restiamo bloccati nel mezzo.
Il popolo ha il diritto di dire l’ultima parola, sia Hamas che Fatah devono capire che non accettermo questa situazione ancora a lungo. Dovrebbero decidersi ad affrontare le loro responsabilità, non c’è soluzione alternativa alla riconciliazione, per il bene della nostra causa. Il tempo è scaduto: non abbiamo bisogno di altre battaglie, solo di unirci contro l’occupazione.
Non a caso uno dei temi ricorrenti negli interventi di Barghouti è la necessità di unità tra i palestinesi. Quale ruolo credi che assumerà nella Palestina di domani?
Marwan già da tempo ha elaborato documenti relativi ai prigionieri palestinesi e indicato una road map per tutti i partiti in vista della riconciliazione nazionale, una priorità assoluta per la nostra popolazione.
La sua condizione di detenzione non è difficile non solo per noi, che a livello umano sosteniamo il peso di una vita familiare senza di lui. Ma per tutti i palestinesi, che lo considerano un simbolo della lotta per la liberazione.
Non abbiamo ancora discusso della sua eventuale partecipazione alle prossime elezioni quando si terranno, ma sono certo che continuerà ad assumersi la responsabilità del ruolo che il popolo gli ha dato come ha sempre fatto, consapevole dell’importanza che ha per la gente nella costruzione di uno Stato libero e indipendente. Continuerà ad aiutare la sua gente nella lotta per la giustizia e la dignità.
Eppure sembra che il prezzo più alto dell’occupazione lo stiano pagando proprio i prigionieri.
Quando mio padre è stato arrestato, nel corso del processo pronunciò una frase che è rimasta impressa nella memoria collettiva: se la mia libertà è il prezzo da pagare per quella del popolo palestinese, sono pronto a pagarlo.
Credo che tutti i nostri prigionieri ne siano profondamente convinti, e che il futuro Stato di Palestina dovrà moltissimo al sacrificio che stanno scontando.
La nostra leadership dovrebbe loro uno sforzo molto più alto, così come la comunità internazionale, nell’esercitare pressioni che rendano Israele responsabile delle violazioni che commette.
Una cosa chiara per la mia generazione, sulla quale non ci sono dubbi, è che non si tornerà al negoziato fino a che anche un solo prigioniero palestinese sarà dentro le carceri israeliane. Alcuni sono stati reclusi ancora prima della firma degli Accordi di Oslo: questo significa che i negoziatori hanno dato il proprio assenso scegliendo deliberatamente di lasciarli in carcere. Oggi non c’è spazio per commettere un altro errore simile.
Ogni famiglia in Palestina ha tra i suoi membri dei prigionieri, che sia un fratello, una sorella, un padre o una madre. Non siamo più disposti ad accettarlo, e siamo convinti che non possa e non debba esserci alcun passo avanti nel processo di pace fino alla liberazione di tutti i detenuti.
In occasione di questa conferenza è stata lanciata una campagna internazionale per la loro liberazione. Qual è il ruolo che l’Europa e la comunità internazionale devono e possono giocare?
Avere il sostegno della società civile nel mondo occidentale per noi è di fondamentale importanza, per contrastare la potenza della propaganda israeliana e distruggere quell’immagine distorta secondo cui il popolo palestinese sarebbe a suo agio nell’uso della violenza. Le cose non stanno così: non siamo terroristi, la violenza non abita dalla nostra parte.
Abbiamo bisogno di più sostegno, più incontri, più convegni come questo, e che le organizzazioni della società civile facciano pressione sui governi e sulle istituzioni internazionali. L’Europa ha a disposizione uno strumento importante ed efficace come il boicottaggio dei prodotti che Israele produce nelle colonie.
Serve una rivoluzione nel modo di agire e di pensare della comunità internazionale, perché inverta la rotta rispetto a decenni di indifferenza e complicità. Il diritto internazionale non dovrebbe essere interpretabile: non è giusto spingere perché alcuni lo rispettino, e lasciare che altri continuino ad ignorarlo.
A livello personale la tua esperienza rappresenta bene quello che in tanti sono costretti a vivere a causa dell’occupazione. Cosa ha significato per te condividere la cella di un carcere con tuo padre?
Negli ultimi 11 anni ho potuto incontrarlo solo due volte. Non posso descrivere quello che ho provato quando si sono aperte le porte della cella e me lo sono trovato di fronte. È stato un momento commovente, ma la consapevolezza della nostra identità non ci lascia mai: siamo palestinesi, e sappiamo trovare la forza nel radicamento delle nostre convinzioni.
Mio padre, come tanti altri, ha sacrificato la sua vita e la sua libertà perché non voleva che io e i miei fratelli fossimo costretti a vivere ciò che era toccato a lui.
Purtroppo è stato così, e la nostra famiglia ha pagato un prezzo molto alto. Penso a noi, cresciuti senza un padre; a mia madre, che ha mandato avanti la famiglia da sola, lontana dal marito, e continuando sempre a lottare per la sua liberazione.
Quando sono stato arrestato, per la prima volta dopo 11 anni la famiglia si è riunita: in carcere, e separata da un vetro per impedire che potessimo toccarci.
Potremmo scrivere un libro su ciò che abbiamo vissuto. Ma siamo palestinesi. Crediamo nella nostra causa, nei nostri diritti, nel futuro della nostra generazione.
Siamo convinti che tutto questo dolore un giorno non sarà stato inutile. Prima o poi questa sofferenza porterà all’indipendenza. Questo è il sogno che inseguiremo fino alla fine.
*si ringrazia Stefano Nanni e Fouad Roueiha
(In copertina: Qassam Barghouti/ Foto © Matteo Nardone, che ringraziamo per la gentile concessione)
di Cecilia Dalla Negra*
Gli occhi sono verdi, come quelli della madre, Fadwa, che ha dedicato gli ultimi dieci anni alla lotta per la liberazione di suo marito.
Il sorriso solare, invece, si apre su un volto identico a quello del padre: Marwan Barghouti, leader palestinese di al Fatah, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza israeliano dal 2002, condannato a 5 ergastoli per una sola colpa: essere stato uno tra i capi politici più amati dalla popolazione sin dalla prima Intifada.
Oggi Qassam Al Barghouti ha 26 anni, e come tanti giovani della sua età è cresciuto con un’occupazione militare, ma senza un padre.
Arrestato – o sarebbe meglio dire sequestrato – con l’accusa di essere coinvolto nella resistenza armata, quando il figlio era appena adolescente.
Il regalo ricevuto dalle forze di occupazione per i suoi 18 anni è stato un mandato d’arresto e la condanna a 3 mesi di carcere, anche per lui.
Una sola colpa: “Essere il figlio di mio padre”, racconta, mentre descrive quei giorni come un “dono”, per aver potuto condividere la cella con Marwan, tornare a passare il tempo con lui “come quando ero bambino”.
Qassam è in Italia in questi giorni, ospite d’onore di una conferenza ospitata presso la Sala delle bandiere del Parlamento europeo (organizzata da Luisa Morgantini con Assopace Palestina e promossa da Rete Romana di solidarietà con la Palestina e Amici della Mezzaluna Rossa palestinese) in una giornata speciale: il 15 marzo 2013.
Quando nelle stesse ore ricorrevano due tristi anniversari: il secondo dalla morte di Vittorio Arrigoni, e l’undicesimo da quello che Qassam chiama “il rapimento di mio padre”.
Ricorda i giorni condivisi in una cella, gli sforzi di Marwan perché non si lasciasse andare. Perché al mattino, invece di lamentarsi, si dedicasse allo studio dell’inglese, o a leggere un libro in più.
“Tanti anni dopo il suo sequestro non avrei mai pensato di trovarmi qui, a guardare il suo manifesto e raccontare la sua storia, rivendicandone ancora una volta la liberazione” racconta Qassam, un figlio della Palestina che della sua identità, e della responsabilità che comporta, ha una consapevolezza scolpita sul volto e nella forza delle sue parole.
Consapevole di quanto i suoi vent’anni siano diversi da quelli concessi e vissuti nel resto del mondo, spiega che tutto quanto ha vissuto “mi ha reso la persona che sono oggi: io sono uscito, ma centinaia di altri palestinesi restano prigionieri delle carceri israeliane. Siamo qui per chiedere la loro liberazione, e per chiarire che non sarà fatto un solo passo verso il processo di pace finché anche uno solo di loro resterà prigioniero”.
Perché parlare di Marwan Barghouti significa raccontare la storia di migliaia di altri detenuti.
Se non è servito il sacrificio dei tanti che in quelle carceri hanno perso la vita, ne’ il digiuno senza fine di Samer Issawi, dovrebbero bastare i numeri a descrivere la portata di un’ingiustizia commessa da uno Stato a cui tutto sembra concesso.
Al primo febbraio scorso, nelle 17 prigioni e nei centri di detenzione israeliani erano rinchiusi 4.812 cittadini palestinesi, tra cui 219 fra bambini e minori.
Processi sommari, assenza di accuse specifiche, maltrattamenti e ricorso a forme di tortura sono – e sono stati – il quotidiano di migliaia di uomini e donne in questi anni: 800mila gli arrestati dal 1967, data di inizio dell’occupazione dei Territori, pari al 20% della popolazione residente.
Tante le testimonianze ascoltate in una giornata intensa, che si è aperta con un video omaggio a Bab al Shams, il simbolo dell’inizio di un nuovo corso nella storia della resistenza palestinese.
Scorrono le immagini delle tende piantate sulle colline di Gerusalemme, sulle note di ‘We Shall Not Be Moved’, la canzone-simbolo del movimento afroamericano per i diritti civili negli Stati Uniti degli anni sessanta.
Ed è questo il messaggio di fondo delle parole di Qassam: non smetteremo mai di resistere, non ce ne andremo. Perché la sofferenza “non sarà stata vana”.
Così come non cadono nel vuoto le parole di Marwan, che attraverso lettere aperte riesce ancora a raggiungere le strade della Palestina.
Se ogni lotta di liberazione ha bisogno di un leader, e di un popolo che lo sostenga, Barghouti resta un simbolo che neanche le sbarre di un carcere sanno mettere a tacere. Non potrebbero: neanche se una sola delle accuse che gli sono state mosse fosse vera.
“Mio padre – racconta Qassam - non avrebbe mai voluto che i suoi figli fossero costretti a soffrire come lui. Ma Israele in questi anni ha continuato ad occupare, violare, arrestare, ed è successo. Adesso tocca a noi proteggere i nostri figli, perché non tocchi anche a loro la stessa sorte”.
Anche per questo si dice “fiero”: di essere parte della nuova generazione di giovani pronta a scrivere un futuro diverso. Consapevole del ruolo e della responsabilità che comporta portare sulla pelle questa identità negata, essere parte di una resistenza che prescinde i confini di un paese cancellato, ma stanca di sopportare.
Lo incontriamo a margine della conferenza, in una sala gremita in cui, tra le bandiere europee, spicca il manifesto di Barghouti. E dove è stata appena lanciata una campagna internazionale che ne chiede la liberazione.
Nel tuo intervento hai detto di essere “fiero di rappresentare i giovani di Palestina”. Quali credi che siano le principali differenze tra la tua generazione e quella di tuo padre?
La generazione cui appartiene mio padre è stata testimone dell’occupazione del ’67, che è penetrata all’interno del nostro territorio attraverso il continuo furto delle terre, la demolizione di case, l’arresto di centinaia di persone.
I giovani allora credevano ancora nel ruolo che gli Stati Uniti e la comunità internazionale avrebbero potuto svolgere per fermare l’ingiustizia che si stava consumando. Oggi invece sappiamo come abbiano sostenuto le politiche illegali israeliane. La mia generazione è quella che ha visto il presidente Obama arrivare per la prima volta in Palestina solo per rinnovare le promesse e il sostegno garantito a Israele.
Noi giovani nati sotto il regime di occupazione abbiamo un modo diverso di affrontarlo, perché in qualche modo abbiamo dovuto farci i conti. Abbiamo cercato di creare un movimento di resistenza popolare nonviolenta capace di privare l’occupante di ogni scusa che possa giustificarne l’operato.
Stiamo cercando di trovare soluzioni creative per fronteggiare un apparato militare basato sulla forza, confonderlo e spiazzarlo: con armi diverse, alternative, capaci di mostrare al mondo una verità che non è più possibile negare.
È cambiata la strategia?
Il modo di pensare, soprattutto. Oggi Israele deve confrontarsi con una nuova mentalità, con una generazione altamente istruita, formata, abituata a utilizzare le tecnologie e le nuove forme di comunicazione. Giovani consapevoli di ciò che li circonda, attenti a quello che accade anche fuori dalla Palestina. Come è successo negli ultimi due anni, con i movimenti rivoluzionari che hanno attraversato l’Egitto o la Tunisia, e che hanno dato coraggio e nuova linfa alla nostra lotta.
Quando le dittature lì sono state rovesciate si è aperta una fase di grande speranza, in Palestina.
I giovani, qui come altrove, sono attenti e consapevoli di quello che succede intorno a loro: credo che dal mondo arabo oggi sia possibile imparare una lezione importante. I nuovi governi che sono stati eletti hanno una grandissima responsabilità, sia verso i loro popoli che rispetto alla questione palestinese. Chi è al potere oggi, ieri criticava duramente i regimi esistenti, accusandoli di aver abbandonato il popolo palestinese al suo destino.
Oggi ci aspettiamo moltissimo da loro: dall’Egitto, ad esempio, vorremmo vedere azioni più concrete di sostegno alla nostra lotta e un cambio di rotta negli equilibri di potere che hanno governato l’area fino ad ora.
In un contesto di isolamento rispetto alla comunità internazionale, le divisioni interne tra Hamas e Fatah sembrano aggravare la situazione.
Questa divisione è una catastrofe, ed è un disastro che serva tutto questo tempo per tornare ai negoziati e avviare un processo di riunificazione ormai necessario. Sono convinto che più del 90% della popolazione palestinese sia contraria alle divisioni e voglia un governo di unità nazionale. La gente è sfinita da questo continuo scambio di accuse che rimbalzano da una parte all’altra mentre noi restiamo bloccati nel mezzo.
Il popolo ha il diritto di dire l’ultima parola, sia Hamas che Fatah devono capire che non accettermo questa situazione ancora a lungo. Dovrebbero decidersi ad affrontare le loro responsabilità, non c’è soluzione alternativa alla riconciliazione, per il bene della nostra causa. Il tempo è scaduto: non abbiamo bisogno di altre battaglie, solo di unirci contro l’occupazione.
Non a caso uno dei temi ricorrenti negli interventi di Barghouti è la necessità di unità tra i palestinesi. Quale ruolo credi che assumerà nella Palestina di domani?
Marwan già da tempo ha elaborato documenti relativi ai prigionieri palestinesi e indicato una road map per tutti i partiti in vista della riconciliazione nazionale, una priorità assoluta per la nostra popolazione.
La sua condizione di detenzione non è difficile non solo per noi, che a livello umano sosteniamo il peso di una vita familiare senza di lui. Ma per tutti i palestinesi, che lo considerano un simbolo della lotta per la liberazione.
Non abbiamo ancora discusso della sua eventuale partecipazione alle prossime elezioni quando si terranno, ma sono certo che continuerà ad assumersi la responsabilità del ruolo che il popolo gli ha dato come ha sempre fatto, consapevole dell’importanza che ha per la gente nella costruzione di uno Stato libero e indipendente. Continuerà ad aiutare la sua gente nella lotta per la giustizia e la dignità.
Eppure sembra che il prezzo più alto dell’occupazione lo stiano pagando proprio i prigionieri.
Quando mio padre è stato arrestato, nel corso del processo pronunciò una frase che è rimasta impressa nella memoria collettiva: se la mia libertà è il prezzo da pagare per quella del popolo palestinese, sono pronto a pagarlo.
Credo che tutti i nostri prigionieri ne siano profondamente convinti, e che il futuro Stato di Palestina dovrà moltissimo al sacrificio che stanno scontando.
La nostra leadership dovrebbe loro uno sforzo molto più alto, così come la comunità internazionale, nell’esercitare pressioni che rendano Israele responsabile delle violazioni che commette.
Una cosa chiara per la mia generazione, sulla quale non ci sono dubbi, è che non si tornerà al negoziato fino a che anche un solo prigioniero palestinese sarà dentro le carceri israeliane. Alcuni sono stati reclusi ancora prima della firma degli Accordi di Oslo: questo significa che i negoziatori hanno dato il proprio assenso scegliendo deliberatamente di lasciarli in carcere. Oggi non c’è spazio per commettere un altro errore simile.
Ogni famiglia in Palestina ha tra i suoi membri dei prigionieri, che sia un fratello, una sorella, un padre o una madre. Non siamo più disposti ad accettarlo, e siamo convinti che non possa e non debba esserci alcun passo avanti nel processo di pace fino alla liberazione di tutti i detenuti.
In occasione di questa conferenza è stata lanciata una campagna internazionale per la loro liberazione. Qual è il ruolo che l’Europa e la comunità internazionale devono e possono giocare?
Avere il sostegno della società civile nel mondo occidentale per noi è di fondamentale importanza, per contrastare la potenza della propaganda israeliana e distruggere quell’immagine distorta secondo cui il popolo palestinese sarebbe a suo agio nell’uso della violenza. Le cose non stanno così: non siamo terroristi, la violenza non abita dalla nostra parte.
Abbiamo bisogno di più sostegno, più incontri, più convegni come questo, e che le organizzazioni della società civile facciano pressione sui governi e sulle istituzioni internazionali. L’Europa ha a disposizione uno strumento importante ed efficace come il boicottaggio dei prodotti che Israele produce nelle colonie.
Serve una rivoluzione nel modo di agire e di pensare della comunità internazionale, perché inverta la rotta rispetto a decenni di indifferenza e complicità. Il diritto internazionale non dovrebbe essere interpretabile: non è giusto spingere perché alcuni lo rispettino, e lasciare che altri continuino ad ignorarlo.
A livello personale la tua esperienza rappresenta bene quello che in tanti sono costretti a vivere a causa dell’occupazione. Cosa ha significato per te condividere la cella di un carcere con tuo padre?
Negli ultimi 11 anni ho potuto incontrarlo solo due volte. Non posso descrivere quello che ho provato quando si sono aperte le porte della cella e me lo sono trovato di fronte. È stato un momento commovente, ma la consapevolezza della nostra identità non ci lascia mai: siamo palestinesi, e sappiamo trovare la forza nel radicamento delle nostre convinzioni.
Mio padre, come tanti altri, ha sacrificato la sua vita e la sua libertà perché non voleva che io e i miei fratelli fossimo costretti a vivere ciò che era toccato a lui.
Purtroppo è stato così, e la nostra famiglia ha pagato un prezzo molto alto. Penso a noi, cresciuti senza un padre; a mia madre, che ha mandato avanti la famiglia da sola, lontana dal marito, e continuando sempre a lottare per la sua liberazione.
Quando sono stato arrestato, per la prima volta dopo 11 anni la famiglia si è riunita: in carcere, e separata da un vetro per impedire che potessimo toccarci.
Potremmo scrivere un libro su ciò che abbiamo vissuto. Ma siamo palestinesi. Crediamo nella nostra causa, nei nostri diritti, nel futuro della nostra generazione.
Siamo convinti che tutto questo dolore un giorno non sarà stato inutile. Prima o poi questa sofferenza porterà all’indipendenza. Questo è il sogno che inseguiremo fino alla fine.
*si ringrazia Stefano Nanni e Fouad Roueiha
(In copertina: Qassam Barghouti/ Foto © Matteo Nardone, che ringraziamo per la gentile concessione)
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