Palestina. Le radici della cultura e la resistenza della memoria. Intervista a Salman Natour

 

Palestina. Le radici della cultura e la resistenza della memoria. Intervista a Salman Natour



Raccontare la Palestina oggi potrebbe ridursi a una 'memoria della morte'. E invece la cultura è ancora viva, anima i vicoli di Haifa e arriva fino ai campi profughi dove sono custodite le chiavi di case abbandonate e il legame con la terra natia. Incontro con Salman Natour*, scrittore e intellettuale, che lavora sul concetto di 'memoria'.



di Francesca Gnetti  

Le radici e la trasmissione della memoria. La forza della cultura e dell’arte. Il passato e il presente, la vita e la morte, la resistenza e la ricostruzione.
A Roma il 12 aprile scorso, durante l'iniziativa organizzata dall'associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese, si è parlato di tutto questo.
L'occasione è l’incontro con lo scrittore palestinese Salman Natour, giornalista e filosofo, autore di poesie, testi teatrali e romanzi - tra cui il noto "Memoria" - che nel suo lavoro da sempre ripercorre la storia del popolo palestinese, attraverso il dolore dei sogni infranti, l’identità custodita, il ricordo di un passato che non c’è più e la speranza di un futuro possibile.
Natour racconta come sia possibile, attraverso la letteratura e tutte le altre forme d'arte, riannodare quel filo che tiene uniti i palestinesi della diaspora e coloro che vivono sotto un regime di occupazione della loro terra (e della loro storia).
Un filo che ancora oggi, trascorsi oltre sessant’anni dalla Naqba, la “catastrofe” palestinese che coincide con la creazione dello Stato di Israele nel 1948, consente loro di dire, come scrive Natour, “Ritorneremo. Per quanto il viaggio sia lungo. Ritorneremo”.

Da giornalista e scrittore, oltre che da intellettuale impegnato nella vita culturale della sua città, cosa significa raccontare la Palestina oggi?  
Il racconto palestinese non è ancora definito, ma è in evoluzione. Gli intellettuali, gli artisti, i registi, i musicisti portano avanti una narrazione continua della Palestina, ma tutto è ancora in via di trasformazione e di completamento.
A causa di un'occupazione che persiste dal 1948, per noi è stato molto difficile raccogliere tutta la documentazione e creare un archivio storico della nostra cultura. Molti documenti sono stati rubati o distrutti nel corso del tempo, come accaduto durante l’invasione israeliana del Libano nel 1982.
Noi raccontiamo la nostra storia come reazione a quella che Israele ha raccontato e presentato al mondo.
Far comprendere la nostra verità e la nostra condizione è fondamentale, così come spiegare una quotidianità necessaria ad avere la solidarietà de mondo libero, e sentirci a questo più vicini.  

Un impegno, il vostro, indirizzato anche a smentire un immaginario spesso distorto della Palestina storica e del suo popolo. Qual è l'immagine restituita da Israele, in questo senso?  
Nella letteratura israeliana la Palestina è descritta come una terra selvaggia e sterile: un'immagine molto diversa da quella che conosco e racconto nei miei libri.
Sono nato subito dopo la Naqba, e mi sono trovato a vivere ad Haifa. Durante l'infanzia e l'adolescenza nessuno mi ha mai descritto come fosse la Palestina prima della nascita di Israele.
A scuola studiavamo secondo programmi israeliani, e ci raccontavano che Haifa aveva cominciato a fiorire dopo la nascita dello Stato di Israele. Nella strada che percorrevo per andare a scuola ogni giorno passavo davanti a una casa, senza sapere che fosse quella in cui era nato il poeta palestinese Abu Karmah.
Lo scoprii solo nel 1980, quando lo incontrai a Sofia. In quell’occasione mi raccontò che i 70mila palestinesi che abitavano ad Haifa erano stati portati al porto, costretti ad imbarcarsi e cacciati dalla città dagli israeliani (la storia raccontata da Ghassan Kanafani nel celebre 'Ritorno ad Haifa', ndr).
Grazie a quell’incontro ho avuto modo di scoprire una storia diversa. Ho iniziato a fare ricerca e a conoscere la vera Haifa, una città fiorente prima della Naqba, dotata di grande spessore culturale nel campo dell’arte, della letteratura e della musica, all’altezza di Alessandria, di Beirut e delle altre capitali culturali del mondo arabo.
Esistevano riviste, giornali, centri culturali, associazioni; vi si svolgevano festival e vi risiedevano scrittori e intellettuali conosciuti in tutto il mondo mediorientale, che narravano i problemi e le gioie della vita.
La città era un arcobaleno di popoli e religioni: musulmani, ortodossi, armeni, cattolici, formavano un bellissimo mosaico multiculturale. Questa Haifa mi era stata nascosta da giovane, e solo crescendo ne ho potuto scoprire l'importanza e la profondità.

La negazione dei diritti del popolo palestinese e della sua identità passa anche dal tentativo di rimozione della sua storia e della sua cultura, nella quale la trasmissione della memoria collettiva diventa un elemento centrale. Come reagire?  

Continuando a ribadire ogni giorno il nostro diritto di esistere, nella vita quotidiana e in ogni azione che si compie. Continuando a mettere in evidenza la realtà della condizione palestinese e mantenendo sempre viva la memoria.
Le generazioni nate ad Haifa dopo la Naqba ad esempio – e noi scrittori in particolare – cercano di ritrovare la città del passato per farla tornare com’era un tempo.
Oggi si organizzano mostre e incontri letterari, sono stati creati luoghi di condivisione, centri e associazioni culturali, nuovi giornali e riviste hanno visto la luce per restituire alla città quella identità che aveva e che le è stata sottratta.
La cultura palestinese continua a rinnovarsi costantemente, nonostante la pressione della vita quotidiana. Ed è una cultura fatta di dignità umana e resistenza.

Quale è il ruolo degli intellettuali nel restituire la giusta dimensione all'immagine della popolazione palestinese?  
L’intellettuale ha un ruolo fondamentale per confutare e cancellare quell'immagine e presentarne una più giusta e vera. Descrivere con realismo e profondità il popolo palestinese significa non offrire un ritratto interamente buono o cattivo.
Non siamo tutti angeli o diavoli, ma racchiudiamo entrambi gli aspetti, come ogni altro popolo.
Attraverso la nostra attività intellettuale vogliamo far capire che anche noi siamo esseri umani, amiamo e odiamo, facciamo l’amore, uccidiamo, rubiamo, siamo altruisti e crudeli, e abbiamo valori che alcuni di noi talvolta infrangono.
La nostra lotta quotidiana è proprio quella per la normalità, laddove siamo costretti invece a vivere una condizione unica e particolare.  

Come si è modificata nel tempo la cultura palestinese, tenendo conto del fatto che milioni di persone vivono lontano dal proprio paese d'origine e che intere generazioni nate nella diaspora non hanno mai visto la propria terra?
La cultura della diaspora è stata segnata sin dall'inizio dal fatto che molti palestinesi sono stati costretti ad abbandonare le proprie case, trovandosi a vivere in condizione di profughi e rifugiati in paesi stranieri.
Il tema principale, dunque, è il loro desiderio di fare ritorno alla propria terra d'origine: lo stesso che si ritrova nei libri di Ghassan Kanafani, sia in "Uomini sotto il sole" - in cui il desiderio lacerante di un cittadino palestinese di tornare a casa alla fine lo porterà alla morte - sia in "Ritorno ad Haifa".
La cultura di chi è rimasto all’interno della Palestina, invece, è caratterizzata dal rapporto con la terra, ed è permeata della sfida quotidiana per riappropriarsi del territorio sottratto, nella speranza di far tornare un giorno anche tutti gli altri.

In una condizione difficile come quella della diaspora, come è possibile mantenere in vita l'identità palestinese?
Grazie al pensiero costante che prima o poi si potrà fare ritorno in patria: è questo legame con la terra dei padri e dei nonni a mantenere viva la cultura delle origini.
Chi vive nella diaspora è alla continua ricerca delle proprie radici culturali, per questo nei campi profughi, negli anni, sono nati numerosi centri di aggregazione nei quali le persone possono incontrarsi, parlare della cultura palestinese, rivolgere il pensiero sempre alla Palestina.
In questo senso è molto importante anche il simbolo della chiave, che i palestinesi hanno portato con sé ovunque si trovassero.
Una chiave tramandata di generazione in generazione che assume un significato molto profondo all’interno delle famiglie, perché un giorno tornarà ad aprire le porte delle loro case, in Palestina.

In un contesto tanto complesso, qual è il ruolo della Memoria?
Per noi palestinesi è un fattore di resistenza fondamentale. Chi conosce la storia del nostro popolo ha il dovere e la responsabilità di tramandarla. Soprattutto ai giovani, per conservarla e mantenerla viva.
Credo che esistano una memoria della morte, e una della vita: io non voglio scrivere solo della prima, ma ribadire e narrare la cultura della vita. Il nostro passato però deve essere mantenuto vivo altrimenti, come ho scritto, se perderemo la memoria ci sbraneranno le iene.

*Salman Natour è nato nel 1949 ad Haifa, dove risiede tutt'ora. Scrittore, giornalista, poeta e attore, dopo gli studi di Filosofia si è dedicato a promuovere la cultura palestinese in patria e all'estero. E' stato il primo presidente dell'Associazione degli scrittori arabi in Israele, ed ha partecipato alla creazione di numerose associazioni e fondazioni. Ha curato le pagine culturali di diverse riviste, tra cui la nota Al-Jadid, ed è membro dell'associazione Adalah per la protezione dei cittadini palestinesi in Israele. Ha pubblicato moltissimi libri: tra le sue opere più conosciute "Thakira" ('Memoria') e "Safar ala Safar" ('Viaggio nel viaggio'), in cui riperc

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