Palestina. Le dimissioni del primo ministro e la fine del ‘fayyaddismo’

 

Le dimissioni del primo ministro palestinese Salam Fayyad arrivano dopo mesi di contrasti con il presidente Abbas e di difficoltà finanziarie sempre più gravi per l’Anp. 'L’uomo dell’Occidente' esce di scena, lasciando il campo a un’incertezza che potrebbe riportare la popolazione alle urne.


Palestina. Le dimissioni del primo ministro e la fine del ‘fayyaddismo’



di Stefano Nanni

E’ bastato un incontro di venti minuti, il 13 aprile scorso al palazzo presidenziale della Muqata, per formalizzare la fine del governo Fayyad. E di un’era caratterizzata dal suo operato, tra polemiche esterne, contrasti interni alla leadership palestinese e un sostegno quasi sempre unanime da parte dell’Occidente.
Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha accettato le dimissioni del primo ministro dopo giorni in cui si rincorrevano voci di conferme e smentite.
Come prassi vuole in questi casi, Salam Fayyad resterà al suo posto finché dalla presidenza non nominerà un nuovo capo di governo.
Contrastanti le reazioni alla notizia, anche se alcuni membri del partito maggioritario di governo (e del presidente Abbas), al-Fatah non hanno nascosto la propria soddisfazione, così come non è stato espresso rammarico da parte di Hamas, che ha tenuto comunque a precisare che la vicenda non intralcerà il tema della riconciliazione nazionale.
Di segno opposto, invece, le reazioni da più fronti della comunità internazionale.
Nonostante gli sforzi del segretario di Stato americano John Kerry, che avrebbe tentato sino all’ultimo momento di convincere Abu Mazen a rigettare le dimissioni, il ‘passo indietro’ di Fayyad rappresenta la fine di un’era caratterizzata dall’azione di quello che è stato tante volte definito “l’uomo dell’Occidente e delle istituzioni internazionali”.
Significative le dichiarazioni del coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Robert Serry, che ha confermato il “grande apprezzamento per il lavoro svolto e i grandi risultati raggiunti da Salam Fayyad a nome di tutta l’Onu, la cui assenza mette di fronte all’incertezza l’agenda di state building dell’Anp”.
Ma quali sono le dinamiche che hanno portato a queste dimissioni? E quali gli scenari possibili che si aprono adesso?
 
Una decisione lunga sette mesi 

La decisione del primo ministro palestinese non giunge inaspettata.
Si inserisce piuttosto nell’ambito di un rapporto mai idilliaco con i membri di Fatah, e caratterizzato dalle frizioni con lo stesso presidente Abbas. 
La goccia che ha fatto traboccare il vaso, secondo le cronache, sarebbe stato l’affaire relativo alle dimissioni di un altro membro del governo, il ministro delle Finanze Nabil Qassis - considerato un protegé del presidente – presentate al primo ministro il mese scorso senza una chiara ragione e da questo accolte, con poca esitazione, e in assenza di Abbas, impegnato all’estero in un giro di visite ufficiali.
La conseguenza diretta sono state le prime critiche ufficiali da parte di Fatah: “Le politiche dell’attuale governo sono improvvisate e confuse in diverse questioni economiche e finanziarie”, ha fatto sapere venerdì scorso.
Un chiaro segno di sfiducia da parte del presidente, che va a chiudere un lungo capitolo fatto di contrasti più o meno evidenti, iniziato già la scorsa estate.
Allora erano state le piazze di Ramallah e di altre città palestinesi a protestare con forza contro l’impossibilità dell’Anp di pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici.
L’occasione fu colta anche da gruppi di giovani che denunciavano - in quelle che furono chiamate le “giornate della dignità” - l’incapacità del governo e del presidente di fare qualcosa di concreto contro il protrarsi e l’aggravarsi dell’occupazione israeliana, causa principale dell’impossibilità per l’economia palestinese di svilupparsi autonomamente.
Proteste che però furono represse con decisione dalle stesse forze di sicurezza palestinesi, incapaci di placare gli animi di giovani e di lavoratori, scesi nuovamente in piazza anche a settembre.
Questa volta con una richiesta esplicita al presidente Abbas, perché ‘licenziasse’ Salam Fayyad, accusato di essere un “burattino dell’Occidente” e origine della crisi economica dell’Autorità, nonché del considerevole aumento del costo della vita in Cisgiordania attraverso le misure intraprese dal suo governo.
Ma se allora Abu Mazen si schierò a fianco del primo ministro, difendendone l’operato e condividendone le responsabilità, le cose cambiano quando iniziano a materializzarsi le differenze di vedute riguardo al passaggio di status della Palestina presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. 
Se per il presidente infatti ha portato avanti l’iniziativa con convinzione, rendendola un vero e proprio ‘cavallo di battaglia’ che ha caratterizzato il suo mandato, data la portata storica e simbolica dell’evento - il primo ministro si è invece dimostrato più prudente. E forse più realista.
“Tutto questo entusiasmo potrebbe esaurirsi nel giro di poche settimane”, commentò nel corso di un’intervista con il The New Yorker, “quando ci troveremo in condizioni economiche e finanziarie ancora peggiori di quelle attuali per le reazioni israeliane”, riferendosi alla possibilità che in seguito alla scelta ‘unilaterale’ palestinese, Tel Aviv avrebbe potuto rispondere trattenendo i fondi derivanti dalle entrate fiscali dell’Anp.
Una possibilità immediatamente concretizzata anche da parte americana, con il blocco di 500  milioni di dollari stabilito dal Congresso. Fondi ripristinati soltanto il mese scorso, prima della visita di Barack Obama. 
Dal dicembre del 2012 a marzo di quest’anno l’azione di governo di Fayyad ha finito per pagarne il prezzo, limitata dalla privazione di una quota importante del già esiguo budget a sua disposizione.
Una condizione che ha contribuito a esacerbare gli umori della popolazione, con nuove manifestazioni di piazza che si sono svolte contro i ritardi nei pagamenti dei salari nel settore pubblico.   
In un clima già carico di difficoltà e implicite ostilità da parte di Fatah, è arrivato il caso del ministro delle Finanze, che ha finito per lasciar degenerare una situazione politica già precaria per il primo ministro, nonostante gli attestati di stima e apprezzamento che la comunità internazionale non gli ha mai fatto mancare sin dal suo insediamento, nel 2007.

L’era del Fayyadismo 

Se da questa situazione potrebbe uscire rafforzata la posizione del presidente Abbas all’interno del suo partito, deteriorata non solo dalla crisi finanziaria, ma soprattutto dall’inconcludenza degli sforzi per arrivare a una riconciliazione con Hamas, all’esterno si moltiplicano le preoccupazioni per il presente e il futuro dell’autorità governativa in Cisgiordania.
A partire da Israele, che pur non rilasciando dichiarazioni ufficiali, vede uscire di scena in queste ore una figura che negli anni si è fatta punto di riferimento. 
Laureato all’università americana di St.Austin, con un dottorato conseguito alla University of Texas e una carriera spesa tra Federal Reserve, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e una cattedra di Economia all’università di Yarmouk, in Giordania, Salam Fayyad è stato apprezzato più in Occidente che all’interno dei confini di uno Stato che ha cercato di costruire partendo da politiche incentrate sullo sviluppo economico e infrastrutturale.
Fautore della cosiddetta ‘politica del fatto compiuto’, Fayyad in questi anni ha creduto nel potere dell’economia per superare lo stallo dei negoziati di pace, accelerando il processo di istituzionalizzazione e conquistando la fiducia esterna, ma attirando spesso polemiche interne sul suo operato.
A cominciare dalla collaborazione con le forze di polizia israeliane per garantire la sicurezza nel territorio palestinese.
Attrazione di investimenti esteri, controllo delle finanze, lotta contro la corruzione, sicurezza interna e insistenza sulla produzione locale per sviluppare progressivamente l’indipendenza dall’economia israeliana: questi i principi che hanno caratterizzato gli anni del suo mandato e che hanno determinato una crescita costante del prodotto interno lordo palestinese, che ha raggiunto il tasso record del 9% nel 2010.
Nell’aprile del 2011 il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale pubblicarono un rapporto in cui si affermava che l’Anp era ormai “pronta per gestire l’economia di uno Stato indipendente, grazie agli importanti risultati raggiunti nelle aree finanziarie e relative all’institution building”. 
Risultati che avevano fatto paragonare Fayyad al fondatore dello Stato israeliano, David Ben Gurion, in un paragone formulato dallo stesso presidente Shimon Peres, che espresse così il suo favore al pragmatismo del primo ministro palestinese.
Apprezzato anche in un noto editoriale del New York Times a firma di Thomas Friedman, figura di spicco nel panorama internazionale economico-finanziario, che coniò il termine Fayyadism per indicare “la forza politica più interessante di tutto il mondo arabo”. 
Apprezzamenti e attestati di stima che, tuttavia, raramente sono arrivati dalla popolazione, che ha spesso considerato il fayyaddismo come un prodotto occidentale, finendo per pagare il prezzo di iniziative che si sono scontrate con la realtà.
Perché il sogno di una pace economica si è infranto contro una occupazione fatta di insediamenti illegali ed espropri di terre che non hanno arrestato il loro corso durante gli anni del suo governo, mentre quello di Netanyahu, dal 2009 al 2012, raddoppiava la quota del budget statale dedicato alle colonie.
Davanti al protrarsi di questa situazione, l’economia e lo sviluppo palestinesi sono stati privati di risorse fondamentali, nel silenzio degli attori internazionali che non hanno fatto le dovute pressioni su Tel Aviv.
Fayyad, costretto al cambio di rotta, ha finito per imporre misure di austerità, aumento dei prezzi dei beni di prima necessità (benzina e farina prima di tutto) e trattenute degli stipendi, causando un malcontento sociale sfociato nelle critiche di massa dell’estate 2012.

E adesso?

Difficile dire quali scenari si possano aprire in seguito alle dimissioni di Fayyad. Le analisi più pessimiste descrivono uno scenario in cui questo potrebbe essere l’inizio della fine politica dell’autorità di Ramallah: con l’uscita di scena del suo uomo di fiducia, la comunità internazionale potrebbe reagire riducendo quei fondi che tengono in vita l’Anp.
E mentre si cerca di capire chi possa essere il successore di Fayyad, se un uomo di partito o un’altra figura ‘tecnica’, tra i nomi dei possibili candidati iniziano a figurare Mohamed Mustafa, direttore generale del Palestinian Investment Fund, e Rami Hamdallah, rettore dell’università An-Najah di Nablus.
Secondo alcune fonti interne ad al Fatah, invece, lo stesso Abbas potrebbe succedere a Fayyad in un governo di transizione che guidi i palestinesi verso elezioni legislative sempre più impellenti. 
Tanto che, nei giorni scorsi, in concomitanza con le prime voci di dimissioni da parte del primo ministro, la Commissione elettorale centrale – che a febbraio ha completato le operazioni di registrazione degli aventi diritto al voto - ha diffuso un comunicato nel quale si leggeva che “tutto è pronto per qualsiasi evento elettorale.”
1 milione e 860 mila le persone che si sono registrate, pari all’82% dei potenziali elettori, con un aumento importente rispetto al 69% delle precedenti (e ultime) consultazioni, svolte nel 2006. 
Numeri che lasciano intendere come, aldilà delle dinamiche politiche di un governo senza Stato e di una realtà che non può prescindere da un’occupazione militare sempre più opprimente, la gente ha voglia di  scegliere. Almeno per quel poco che può.

17 apri

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