Libano: due volte profughi, i palestinesi che fuggono dalla Siria

 

Libano: due volte profughi, i palestinesi che fuggono dalla Siria
Di Maria Elena Delia

Beirut, 5 aprile 2013, Nena News - Sull'enorme muro grigio che circonda la sede dell'UNRWA a Beirut (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione dei Profughi Palestinesi), campeggia una gigantesca scritta azzurra, in arabo e in inglese, in modo che nessuno possa avere alcun dubbio sul suo significato: "Dignity for all". Dignità per tutti.

Quella scritta e quel muro si raggiungono con una breve camminata dal campo profughi di Chatila, dove circa 17 mila rifugiati palestinesi vivono in condizioni molto diverse da quelle in cui, a soli pochi chilometri di distanza, vive quella piccola, ma non trascurabile parte della popolazione di Beirut (affiancata da una nutrita comunità internazionale, tra stipendiati di ong varie, diplomatici e business people) che si divide tra negozi lussuosissimi e aperitivi sorseggiati in locali alla moda che farebbero impallidire la New York più trendy.

Inutile sottolineare quanto il contrasto possa essere agghiacciante considerando che in Libano, secondo le stime dell'UNRWA, vivono circa 225.000 profughi palestinesi in attesa (ormai da generazioni) di potersi ricongiungere con le loro radici e la loro terra.

Il campo di Chatila è un concentrato di cemento così denso da impedire ai raggi del sole di raggiungere il terreno, perfino durante le ore più luminose della giornata. Ci sono problemi gravissimi di elettricità, di acqua, di igiene, di istruzione. Droga e prostituzione si sono diffuse anche tra i minorenni. La maggior parte delle famiglie vive del sussidio che l'UNRWA distribuisce, un sussidio totalmente inadeguato ad affrontare le spese per una sopravvivenza dignitosa, dall'affitto, al cibo, ai medicinali. Un sussidio che trae origine da copiosi stanziamenti (si parla addirittura di milioni di dollari) che a quanto pare si riducono misteriosamente a 190 dollari al mese a famiglia, dopo vari passaggi di mano di cui gli abitanti del campo con cui mi confronto possono solo ipotizzare l'esistenza, senza purtroppo averne prove certe. E noi con loro.

Quasi nessuno riesce a trovare lavoro (la percentuale di disoccupazione nei campi è del 70%), anche perché il governo libanese impone ai palestinesi (anche quelli nati in Libano) restrizioni ancora più severe rispetto a quelle riservate agli stranieri in generale, negando loro l'accesso alla maggior parte delle professioni che potenzialmente potrebbero contribuire a risollevare minimamente le loro sorti.

Negli ultimi due mesi questo sconfortante scenario, si è ulteriormente aggravato con l'arrivo dalla Siria di migliaia di profughi, siriani e palestinesi (in Siria vivono più di 470.000 rifugiati palestinesi), in cerca di un rifugio, nelle loro speranze temporaneo. I campi siriani, come quello di Yarmouk a Damasco, sono diventati poco sicuri, gli scontri tra l'esercito di Assad e i miliziani che gli si oppongono hanno spesso coinvolto gravemente i campi profughi e molte famiglie hanno deciso di lasciare il paese sperando di trovare in Libano un approdo sicuro.

Ne incontro alcune proprio sotto quella scritta azzurra. Dignità per tutti. Le vedo sotto le tende che da più di due settimane sono la loro unica casa e il simbolo della loro inascoltata protesta. Perché i palestinesi provenienti dalla Siria sono i più invisibili tra gli invisibili. Non hanno avuto alcun sostegno. Né economico, né logistico, né umanitario. Chi aveva amici o parenti in Libano si è appoggiato a loro, ma si tratta di una minoranza.

Leila, che in Siria lavorava come maestra elementare e parla un buon inglese, mi dice: "Noi non vogliamo la carità. Vogliamo solo che i nostri diritti umani siano rispettati. Quattro mura, cibo, medicinali e istruzione per i nostri bambini. Non ci muoveremo da qui e se necessario inizieremo anche uno sciopero della fame." Le chiedo se dall'UNRWA siano arrivate risposte. Nessuna. Silenzio assoluto. "Vogliamo solo poter vivere dignitosamente qui e ritornare quanto prima alla nostra vita."

Qualche ong, mi dicono, sta raccogliendo dei fondi per aiutarli a sostenersi, ma delle ong non si fidano: "A noi arrivano solo le briciole di quello che raccolgono." Un leitmotiv tristemente ricorrente.

Prima di separarmi da loro, promettendo di portare la loro voce almeno dove mi sarà possibile, mi raccontano sorridendo che pochi giorni prima, proprio sotto quelle tende, una di loro, una sorella, ha partorito suo figlio. L'ha partorito sotto quella scritta azzurra, così grottesca, e le automobili che sfrecciavano veloci a pochi metri dalle sue grida e dai primi vagiti di quel bambino, un maschio, venuto al mondo tra quegli sguardi orgogliosi e solidi, sotto un cielo ancora straniero."L'abbiamo chiamato Mutassim. In arabo significa "colui che protesta, che manifesta". E ridono, orgogliosi. Nonostante tutto. Nena News

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