Hamas ha rieletto Meshaal
1 di Emma Mancini
Betlemme, 1 aprile 2013, Nena News - Khaled Meshaal resta a capo di Hamas. Nonostante avesse più volte annunciate l'intenzione di ritirarsi dalla vita politica, il politburo del movimento islamista ha votato nuovamente per il suo leader. L'elezione si è svolta ieri al Cairo, in forma anonima, alla presenza sia di Meshaal che del premier di Gaza, Ismail Haniyeh.
Un voto rimandato più volte e che si sarebbe dovuto tenere già un anno fa. A premere per la rielezione di Meshaal, secondo alcune fonti interne al movimento, sarebbero stati i regimi arabi guidati dai Fratelli Musulmani: Egitto, Turchia e Qatar vedono in Meshaal l'unico in grado di gestire "la complicata e pericolosa situazione in cui si trova oggi la Fratellanza".
Nell'ultimo anno la figura di Meshaal era stata messa in discussione dalla base del partito che riteneva la sua leadership troppo morbida, soprattutto in merito al processo di riconciliazione con Fatah, partito di governo in Cisgiordania. L'accordo che Meshaal firmò a Doha all'inizio del 2012 con il presidente dell'Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, aveva provocato non pochi mal di pancia. I leader del movimento a Gaza si erano schierati compatti contro il loro leader, in esilio da tempo e per questo considerato incapace di cogliere la volontà della base.
A febbraio del 2012, la leadership di stanza nella Striscia aveva avvertito Meshaal: se l'accordo - che prevedeva la nomina di Abbas come premier ad interim di un governo di un'unità nazionale - fosse stato implementato, nessuno avrebbe potuto scongiurare una rivolta interna. Ma il processo di riconciliazione non è mai stato attuato, tra ritardi e ripicche: ieri Hamas è tornato ad accusare Fatah di bloccare la creazione di un esecutivo di unità nazionale, perché Abbas non intenderebbe riconoscere il movimento islamista come forza politica di pari livello.
A preoccupare i vertici e la base di Hamas era la diversa visione ideologica portata avanti da Meshaal, considerato troppo distante dalla Fratellanza e aperto a perseguire nuove strade, tra cui quella di trasformare Hamas in movimento elusivamente politico e nonviolento.
A ciò si è aggiunta la decisione di abbandonare il regime siriano di Bashar al-Assad e di spostare gli uffici di Hamas da Damasco ad Amman. E se da una parte il movimento islamista ha tagliato i ponti con un alleato storico, optando per un ruolo defilato in merito alla guerra civile siriana, Meshaal ha preferito stringere rapporti sempre più concreti con il Qatar e la Turchia. La petromonarchia, dopo aver fatto visita ad Hamas nella Striscia di Gaza, ha iniziato ad inviare consistenti finanziamenti al movimento, mentre il premier turco Erdogan ha ufficializzato l'avvicinamento con l'invio di una delegazione del governo di Ankara.
E poi c'è l'Egitto. Dopo la caduta di Mubarak, erano tanti quelli che speravano di assistere ad un significativo cambiamento delle politiche egiziane nei confronti di Israele. Un cambiamento mai avvenuto: Il Cairo dei Fratelli Musulmani ha confermato i trattati di pace firmati con Tel Aviv, oltre alle relazioni privilegiate con gli Stati Uniti. E Hamas segue a ruota: esempio ne è stato l'accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele firmato al Cairo a novembre, dopo una settimana di offensiva militare contro la Striscia, con la benedizione del presidente Morsi e dell'allora Segretario di Stato americano, Hillary Clinton. Nena News
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PAOLA CARIDI : Meshaal (di nuovo) capo del politburo
E’ ufficiale, a giudicare dal fatto che la notizia è stata pubblicata dai siti legati a Hamas. Khaled Meshaal è stato rieletto a maggioranza come capo dell’ufficio politico del movimento islamista palestinese. Lo ha deciso il consiglio della Shura riunito al Cairo, al l’hotel Intercontinental, in una votazione che – già dal punto di vista mediatico – mostra quanto siano diversi i tempi rispetto anche soltanto a due anni fa. Il consiglio della Shura di Hamas si riunisce in un albergo del Cairo, alla luce del sole, anche se la votazione avviene ancora secondo i canoni di segretezza del movimento.
Non sorprende, la rielezione di Khaled Meshaal, anche se lo stesso leader aveva fatto sapere che non si sarebbe ripresentato candidato. Spesso era capitato di sentire, dopo la sua uscita pubblica di qualche mese fa, che non era Meshaal a dover decidere se ricandidarsi. Toccava al movimento decidere chi avrebbe dovuto rivestire l’incarico. È, questa, una prassi solita, per Hamas: un militante, un dirigente viene scelto dal movimento, per rivestire un incarico. A lui sta solo la decisione di accettare o meno, ma non accettare non sarebbe visto di buon occhio.
Per saperne di più, ci sono le versioni italiana e americana del mio libro su Hamas (tutte le indicazioni bibliografiche sono sul questo blog). E poi, una sintesi di quello che ho scritto per il blog è nelle mie risposte alle domande che mi sono state poste oggi da Al Sharq el Awsat, uno dei principali quotidiani panarabi.
Se questo, dunque, è la descrizione che dall’interno di Hamas si dà della propria struttura organizzativa, altro è il significato politico della rielezione di Meshaal. E il significato geopolitico. La riconferma di Meshaal per i prossimi 4 anni è la classica scelta dei tempi di transizione. Meglio continuare nella direzione seguita negli ultimi due anni, durante e dopo le rivoluzioni arabe, sembrano dire Qatar ed Egitto, vale a dire i due paesi più importanti nella definizione della politica palestinese. Meshaal, e assieme a lui lo stratega Moussa Abu Marzouq, assicura varie cose: anzitutto, assicura che Hamas consolidi l’alleanza con il fronte sunnita guidato dal Qatar, soprattutto riguardo alla questione siriana. Meshaal e Abu Marzouq sono stati coloro che hanno lasciato la Damasco di Bashar el Assad (alleato fondamentale di Teheran) per trasferirsi rispettivamente a Doha e al Cairo. Qatar ed Egitto hanno tutto l’interesse che questa linea politica sia non solo confermata, ma consolidata.
Meshaal è anche colui che ha firmato assieme a Mahmoud Abbas l’accordo di Doha sulla riconciliazione tra Fatah e Hamas, oltre un anno fa. È un documento che non si è realizzato, confermando che la riconciliazione è per ora un processo infinito, l’ennesima burocrazia dei ‘processi’ nel conflitto israelo-palestinese. Meglio, però, questa impasse di altre, in cui a pesare di più l’ala di Gaza, meno trattativista. Continua qui
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