Amira Hass : La repressione israeliana alla possibilità di movimento dei palestinesi è iniziata ben prima degli attentati suicidi


La maggior parte degli israeliani ha la convinzione errata che le restrizioni al movimento palestinese siano state una conseguenza degli attentati suicidi, mentre sono cominciate molto prima di allora.
di Amira Hass
"Non sapevo che tu fossi un’empirica," mi disse con impazienza un amico, un veterano attivista per la pace, con un dottorato di ricerca, quando, a una riunione, insistetti sulla necessità di fare delle precisazioni sui divieti relativi alla circolazione dei palestinesi nella Striscia di Gaza.
         


Era il 1995, e lui pensava che non avessi presente il quadro generale, la direzione certa, la visione, il battito delle ali della storia, e invece era semplicemente un insistere per scendere nei dettagli, nei malfunzionamenti provvisori. Non era il solo a pensarla in questo modo. Uno dei miei redattori, al tempo, mi disse che avevo perso la giusta prospettiva perché vivevo a Gaza, e così i miei rapporti rappresentavano il modo in cui erano stati scritti. In breve, faticosi.
I segni erano lì fin dall'inizio - segni che il tanto chiacchierato processo di pace è stato un processo di sottomissione; segni che Israele intendeva imporre all'altra parte un accordo i cui termini erano lontani dalle richieste minime dei palestinesi, e lontano da quello che molti paesi in tutto il mondo immaginavano come una soluzione a due stati.
Ma era difficile che questi segni arrivassero al pubblico (così come ai media israeliani e internazionali) per il forte interesse nel vedere le manifestazioni esteriori di qualcosa che si ritiene che esista: gli abitanti di Gaza che fanno il bagno in mare; l’incontro del capo del servizio di sicurezza israeliano, lo Shin Bet, con il capo di quello palestinese; Shimon Peres in visita a Gaza; pattuglie di sicurezza congiunte; e i nostri soldati che non pattugliano più il cuore delle città palestinesi.
Dal punto di vista apparentemente ristretto della Striscia, però, la realtà della carcerazione era, sembrava ed era percepita come l'esatto contrario di un processo di pace.

A questo punto la cronologia è importante – l’ho ridetto e lo ripeterò ancora all’infinito – perché ai lettori locali piace pensare che i divieti imposti alla mobilità dei palestinesi siano stati una risposta agli attacchi suicidi a partire dal 1994. Non è così.
Il tutto è iniziato nel gennaio 1991, alla vigilia della guerra del Golfo. Il Coordinamento Generale di Occupazione, GOC,  delle Forze di Difesa Israeliane dei Comandi della Zona Centrale e del Sud revocò un ordine precedente, del 1970, di  "permesso generale di uscita verso Israele" - in altre parole, un ordine che permetteva ai residenti palestinesi del territorio occupato di entrare in Israele e di muoversi liberamente all'interno dei propri confini e tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.
Inizialmente, la revoca fu interpretata come qualcosa di temporaneo, una misura precauzionale durante il periodo poco chiaro del tempo di guerra. Ma dopo un lungo coprifuoco, i residenti della Striscia si svegliarono in una nuova realtà. Se fino al 1991 Israele aveva rispettato (per motivi suoi), il diritto alla libertà di movimento per tutti i palestinesi, e negandolo a poche persone, dopo il 1991 la situazione si invertì: Israele negò a tutti i palestinesi (anche quelli in Cisgiordania) il diritto alla libertà di movimento, a parte  qualche gruppo e  piccoli numeri di persone scelte da Israele stesso.
Da allora, tranne che per le categorie e i numeri a cui è consentito spostarsi, questa è la regola in vigore. L'aspettativa che, nel maggio 1994,  la firma del trasferimento di competenze dalla Amministrazione Civile all'Autorità palestinese avrebbe ripristinato la libertà di movimento è presto svanita. Questo è stato il primo segno evidente.
Durante questo processo di assoggettamento, l’incarcerazione all'interno della Striscia di Gaza ha catturato molti uccelli:
1. Separazione e  creazione di una forte distanza tra alti funzionari e gente comune con la concessione di "generosi"  permessi di mobilità a una classe selezionata di palestinesi;

2. Libertà di movimento, senza necessità di permessi, per gli alti funzionari della AP che venivano dall'estero e non avevano alcuna idea della realtà che esisteva prima e per diversi prigionieri che erano stati rilasciati e avevano acquisito posizioni di rilievo nella dirigenza dell'Autorità Palestinese;
3. Soddisfacimento del senso di pseudo-controllo della AP e quindi del leader dell'OLP Yasser Arafat – la chiusura dei valichi e la richiesta di permessi presupponeva il coordinamento tra l'Amministrazione Civile (israeliana) e la sua gemella palestinese (il Ministero degli Affari Civili);
4. Concessione alla AP della possibilità di sviluppare il monopolio commerciale della sua gente e dei suoi compari – con l’assoluta necessità di coordinare i permessi di uscita tra l'Autorità palestinese e Israele;
5. Più importante di tutto: separazione della società di Gaza da quella della Cisgiordania. In altre parole, pregiudicare la condizione fondamentale per uno stato palestinese in entrambe le parti del territorio conquistato nel 1967.
Quanto sia stato importante e deliberato questo quinto passo può essere capito da altri due segni. In base agli accordi di Oslo, la AP ha il potere di modificare l'indirizzo di casa di una persona sulla sua carta d'identità e deve solo segnalare la modifica alla Amministrazione Civile (come rappresentante israeliano del ministero dell'Interno), che inserisce i nuovi dettagli nel database del Registro della popolazione. Ma nel 1996, è emerso che Israele si rifiutava di registrare i cambiamenti di indirizzo da Gaza alla Cisgiordania.
Nel 1997, fu emesso un altro ordine militare: ora gli abitanti di Gaza avevano bisogno di un permesso, anche quando entravano in Cisgiordania attraverso il ponte di Allenby. Questo chiuse una scappatoia che studenti ed altri avevano sfruttato fino ad allora: partivano Gaza, attraverso l'Egitto, volavano in Giordania, per poi proseguire verso ovest, attraverso il ponte di Allenby.
'Non c'è ragione di viaggiare'

Già nel 1995 chiesi a una donna della sicurezza israeliana perché, se erano state dichiarate "misure di fiducia" tra i palestinesi e Israele, non ci fosse stata una facilitazione nel rilascio dei permessi di mobilità e nella burocrazia contorta che si era sviluppata al riguardo . Perché, per esempio, alle donne e ai bambini non venisse dato un permesso valido per un anno - se non per Israele, almeno per la Cisgiordania? Questa donna, anche se non era una di coloro che decidono, era nel posto giusto per rispondere alla mia domanda: "Perché non hanno motivi per viaggiare" mi disse onestamente.
Impiegati e sottufficiali del sistema ascoltano e comprendono ciò che viene pianificato nei corridoi del potere, ma sono meno attenti, rispetto ai loro superiori, in merito a quello che dicono, e non si preoccupano di nascondere alcune intenzioni. Nel 1997, quando ero già in Cisgiordania, iniziai a conoscere le comunità agricole palestinesi tradizionali della Valle del Giordano, i cui accampamenti di tende e baracche venivano sistematicamente distrutte dagli ispettori della Amministrazione Civile e dai soldati.
Molte delle persone le cui case erano state demolite mi dissero: "Ho chiesto al commissario, 'Allora, dove andremo ora che hai distrutto la nostra casa?' E lui ha risposto: 'Vai da Arafat, vai nella zona A [la piccola zona che allora venne destinata  ad essere  sotto il controllo dell’amministrazione civile palestinese]. '"
Questi soldati hanno anche propalato le intenzioni dei loro superiori. Fino ad oggi, 16 anni dopo, questa è la politica che sta dietro alla distruzione delle cisterne per l'acqua e degli accampamenti di tende. Ad oggi la risposta dello Stato alla Corte di Giustizia riguardo alle petizioni dei residenti delle Colline a sud di Hebron contro l'intenzione di sfrattare dalle loro comunità: è "Hanno un posto dove vivere in zona A."
"Area A" e "Area B" (sotto il controllo civile palestinese e sotto il controllo militare israeliano) sono i nomi in codice per le enclave palestinesi che si sono formate nel corso degli ultimi 20 anni - gli anni del "Processo di pace". La battaglia di Israele per creare l’enclave di Gaza  è riuscita meglio di quanto previsto quando Hamas - aiutata dalle pazze decisioni del AP – ha creato proprie istituzioni di governo distinte.

La strategia israeliana per creare enclave palestinesi in Cisgiordania è stata coronata da un grande successo, e il suo nome è Area C (che è sotto il pieno controllo israeliano, amministrativo e di sicurezza). Le aree A, B e C sono state stabilite negli accordi di Oslo come categorie puramente temporanee, in occasione della gradualità con cui le forze militari avrebbero lasciato i territori palestinesi. Quattordici anni dopo, l’area C - l'ultima area che i militari avrebbe dovuto lasciare (nel 1999) - copre ancora circa il 62 per cento della Cisgiordania, ed è lo spazio di espansione riservato ad avamposti, insediamenti, zone industriali e autostrade a più corsie. Permanente, sacra e nostra, come il Monte del Tempio.
(tradotto da barbara gagliardi
per l’associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)

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