il manifesto
TERRITORI OCCUPATI - Tra i palestinesi dell'area C della Cisgiordania, accerchiati dai coloni
Lì dove Obama non metterà piede
IMNEIZEL
(HEBRON) - Con un ordine di demolizione, a Imnezel, l'esercito ha
deciso che gli studenti durante le lezioni non devono bere né andare al
bagno
di Michele Giorgio
Fanno
il girotondo i bambini della scuola del minuscolo villaggio palestinese
di Imneizel. Altri, con un pallone un po' sgonfio, provano a sfidarsi
in un improbabile match di volleyball. È un giorno di festa. Niente
lezioni. La scuola è invasa da una quarantina di giornalisti giunti in
autobus, quasi tutti palestinesi. C'è anche l'inviata della
popolarissima, da queste parti, tv araba al Jazeera a rendere l'evento
ancora più eccezionale per una comunità di 500 persone a cui forse
capita di vedere più israeliani che palestinesi.

Imneizel
infatti è a ridosso dalle alte recinzioni di sicurezza della colonia
ebraica di Mesadot Yehuda e da un ampio posto di blocco militare dal
quale si entra in Israele. Sull'altro versante c'è uno spettacolo
mozzafiato della natura, le stupende colline della Cisgiordania
meridionale, a sud di Hebron. Le piogge abbondanti dell'inverno, che
quest'anno stenta a terminare, le hanno colorate di verde e giallo, come
di rado accade da queste parti.
«Abbiamo organizzato questo
tour per farvi rendere conto delle situzione di questa scuola e
dell'intera comunità di Imneizel», spiega una funzionaria di Echo,
l'agenzia europea incaricata per i programmi di emergenza. «In questa
zona - aggiunge - tutto è soggetto alle restrizioni imposte dalle
autorità militari. Siamo in area C della Cisgiordania e qui fa e dispone
soltanto Israele».
Costruire in questa porzione di terra
palestinese è una impresa per i palestinesi. Le richieste sono
sistematicamente respinte dalle autorità di occupazione e chi costruisce
senza attendere il permesso presto o tardi vede arrivare le ruspe
dell'esercito. E ciò che è vietato ai palestinesi si rivela facile e
senza alcun problema per i coloni israeliani che pure vivono in
Cisgiordania violando la legalità internazionale. Appena il governo
israeliano approva la costruzione o l'espansione di una colonia, subito
scattano i lavori di allacciamento alla rete elettrica e all'acquedotto.
Per una comunità palestinese tutto ciò è fantascienza.
Prende la
parola Fadi, il responsabile dello staff locale della ong italiana Gvc
di Bologna, organizzatrice con Echo e Ocha (Onu) del tour e presente con
progetti di sviluppo nei Territori occupati dal 1992. Il Gvc ha
costruito accanto alla scuola una delle 14 cisterne di raccolta
dell'acqua che sta realizzando per la comunità di Imnezel. «A quanto
pare - riferisce con ironia Fadi - i comandi militari israeliani pensano
che i nostri studenti debbano rimanere durante le lezioni senza bere e
senza andare al gabinetto. Così hanno emesso un ordine di demolizione
per la cisterna e i bagni della scuola».
Presidente, venga a vedere
Barack
Obama oggi arriva a Tel Aviv con l'Air Force One. È la prima volta che
da presidente visita Israele e domani incontrerà anche il presidente
dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen. La scorsa settimana ha
fatto sapere con una intervista televisiva che non presenterà un nuovo
"piano di pace" e che si limiterà ad ascoltare idee e proposte di Abu
Mazen e del premier israeliano Netanyahu volte a rilanciare le
trattative ferme, di fatto, dal 2009. Meglio farebbe Obama ad ascoltare
gli abitanti di questa parte poverissima della Cisgiordania. Capirebbe
cosa vuol dire vivere sotto occupazione militare. Il presidente Usa
parlerà e risponderà alle domande dei giovani israeliani nel Convention
Center di Gerusalemme e dovrebbe avere il coraggio di incontrare anche i
giovani palestinesi. Non quelli che vivono in città ma quelli che
abitano in questa zona depressa della Cisgiordania, dove l'occupazione,
oltre a tutto il resto, non ritiene necessario portare l'acqua e
l'elettricità alle comunità più isolate ma fa il possibile per
allontanarle, per costringerle ad abbandonare la zona C, spesso
proclamando chilometri e chilometri quadrati di terra «aree militari
chiuse» e poligoni di tiro. L'area C - circa il 61% della Cisgiordania
che a venti anni dalla firma degli accordi di Oslo rimane sotto il
completo controllo di Israele - conta circa 300.000 coloni israeliani,
contro una popolazione palestinese che va dai 92.000 secondo le
statistiche israeliane ai 150.000 censiti dalle Nazioni Unite.
In
questi giorni tremano le quindici famiglie palestinesi della tribù
Shalalda che hanno appena ricevuto l'ordine di abbandonare
immediatamente le loro abitazioni che si trovano a al Janoub, a est del
villaggio di Sair. Altrimenti saranno evacuate con la forza. Sono
famiglie che da generazioni vivono in grotte situate in un'area che
l'esercito utilizza per le esercitazioni militari. È l'ennesima minaccia
di espulsione a sud di Hebron dove Israele tiene sotto pressione i
residenti di otto dei 12 villaggi palestinesi nella cosiddetta «Firing
Zone 918» (3 kmq popolati da circa 1.800 palestinesi) che l'esercito
definisce frazioni «disabitate»: Tuba, Mufaqarah, Sfai, Majaz, Tabban,
Fakheit, Megheir al Abeid, Halaweh, Mirkez, Jinba, Kharuba e Sarura.
Otto di queste, quelle più meridionali, sono minacciate dall'ordine di
espulsione: gli abitanti dovrebbero essere trasferiti a Yatta. Le
quattro più settentrionali, popolate da circa 300 persone, sarebbero
«salve». Tra una frazione e l'altra ci sono diversi insediamenti
colonici israeliani.
A scuola con la scorta
Barack
Obama venerdì, dopo aver visitato la Chiesa della Natività di Betlemme,
potrebbe approfittarne per spingersi nella Cisgiordania meridionale e
cogliere l'occasione per accompagnare gli scolari del villaggio di
Tuwane, lontano qualche chilometro da Imneizel, che da anni per andare a
scuola devono essere scortati da volontari internazionali e da una jeep
dell'esercito perchè i coloni israeliani di Havat Maon mal sopportano
quel passaggio accanto al loro insediamento. Dopo anni le autorità
israeliane hanno «riconosciuto» che quei bambini hanno diritto
all'istruzione ma non hanno preso provvedimenti verso i coloni.
Come
accade in altri villaggi inclusi nella «Firing Zone 918», anche i 145
abitanti di Tuba usano costruire minuscole abitazioni all'interno di
ampi tendoni da accampamento. È uno stratagemma per nascondere i piccoli
edifici (un paio di stanze) alla vista dei militari ed evitare l'arrivo
immediato delle ruspe. Qui il Gvc ha costruito cisterne per la raccolta
di acque piovane e attraverso la copertura del costo per l'apertura di
una strada sterrata, ha reso più agevole il trasporto dell'acqua con
autobotti. Più di tutto ha contribuito con il suo intervento a far
scendere il prezzo dell'acqua: per la gente di Tuba quattro volte più
alto rispetto a quello che paga un palestinese che vive in città e molte
volte di più di un colono israeliano che risiede illegalmente in
Cisgiordania. A Tuba l'esercito vuole demolire i pannelli solari e le
pale eoliche, l'unica fonte di energia per questa comunità. Michele
Pierpaoli, program manager del Gvc, lavora da tempo in questa zona. «C'è
un piano dell'amministrazione civile israeliana di evacuare queste aree
con tutti gli abitanti, con la motivazione di renderle zone militari -
ci spiega - È già successo in passato in altre parti della Palestina: le
aree prima sono dichiarate zone militari e poi sono colonizzate dai
settler israeliani». Adesso, prosegue Pierpaoli, «sono minacciati di
distruzione i pannelli solari e le pale eoliche. E non si capisce
perchè, forse rubano il vento?». Una domanda che potrebbe porsi anche
Barack Obama, se solo venisse qui.
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